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Opinione di Baliverna su Il marchese del Grillo





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02/10/2011 voto al film: voto mediocre

Sul film

Difficile dare un giudizio omogeneo su questo film. Dal punto di vista strettamente cinematografico e della conduzione della trama mi sembra di livello complessivamente sufficiente: la prima parte è spigliata e vivace, la parte centrale si incarta e langue un po', e la parte finale recupera leggermente il ritmo perduto. L'umorismo è spesso troppo cinico e caustico per farmi ridere, eccetto, tengo a precisarlo, il divertente episodio dello scherzo dell'orinatoio. Tuttavia, nel film c'è molto più di una storia ambientata a Roma nel 1807 con tanto di sottofondo storico. Sceneggiatori e regista ce l'hanno messa tutta per attaccare in ogni modo la Roma papalina dell'epoca e per elogiare il vento napoleonico che aveva investito l'Europa, e che purtroppo – almeno così la tesi del film – era stato fermato dalle altre potenze del continente. Il film spara a zero sui tradizionali bersagli della sinistra, cioè il clero e la Chiesa, e naturalmente la nobiltà. Il fuoco è così continuo e la rappresentazione così manichea che il film su questi punti è certamente ripetitivo, e forse didascalico. Prelati e nobili sono delle caricature una peggiore dell'altra: goffi, ottusi, ipocriti, superbi, nemici della giustizia e della verità, oppressori del popolo. L'unica eccezione è rappresentata dal protagonista, che è una via di mezzo tra il vecchiume clerico-nobiliare e il nuovo che avanza. E' però troppo opportunista e velleitario per rappresentare una vera rottura con il suo ambiente, dove finisce per adagiarsi solo per quieto vivere.
La Roma di Pio VII che esce dal film è un luogo di barbarie e di oscurantismo, di oppressione e corruzione, dove persino l'arte è sciocca, vacua e non ha più nulla da dire (alla faccia di tutti i capolavori artistici della nostra capitale!). La digressione sui sopranisti e attori castrati – che sarebbero un frutto del governo pontificio sulla città – sono la ciliegina su una torta già sovraccarica.
Sordi è un po' troppo pieno di sé per parlare di una buona interpretazione, la quale scade molte volte in una comicità greve e grossolana. Mi pare anche che il regista lo lasci troppo spesso in balia di se stesso, e che più di qualche scena con l'attore sia per questo stiracchiata. Paolo Stoppa, che è da sempre specializzato in ruoli antipatici, ci offre un Pio VII odioso, arcigno e grifagno quanto lo voleva Monicelli. Flavio Bucci è il prete libero pensatore, genio e riformatore, che per questo viene ghigliottinato.
L'impegno produttivo fu enorme, ma secondo me era degno di altra causa. Secondo me l'acredine anticattolica del film finisce per mangiarselo e appesantirlo allo stesso tempo. Forse anche per questo è così lungo, perché in esso si è voluto dire molto, e molto più della semplice vicenda della trama.
 


SI

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