Opinione di Peppe Comune su Afterschool
Con Ezra Miller, Jeremy Allen White, Danielle Baum, Michael Stuhlbarg, Addison Timlin, Rosemarie DeWitt, Byrdie Bell, Emory Cohen, Rosemarie DeWitt, Harrison Lees, Paul Lucenti, Anna Maliere, Christopher McCann, Alexandra Neil
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Sul film
Robert frequenta un prestigioso College dell'East Coast ed è particolarmente appassionato di registrazioni audiovisive. Un giorno si ritrova casualmente a riprendere con la telecamera la morte delle gemelle Anne e Mary Talbert, due allieve dell'ultimo anno uccise da una dose di cocaina tagliata male. I docenti del Campus decidono di dedicare alle due giovani studentesse un video commemorativo e affidano proprio a Robert il compito di filmarlo. Per ricordare due giovani vite spezzate dalla droga, dicono, e per aiutare tutti, familiari compresi, ad elaborare meglio il lutto. Nell'epoca di You Tube, dove tutto è filmabile e vedibile e l'estetica dell'immagine registrata in presa diretta seduce più del rispetto che si dovrebbe alla rappresentazione del dolore, la macchina fissa ad altezza uomo di Antonio Campos si preoccupa di registrare frammenti di quella esistenza adolescenziale sospesa tra la ricerca delle migliori coordinate formative e il fascino prorompente della trasmissibilità globalizzata delle riproduzioni audiovisive "fai da te". Lunghi (ssimi) piani sequenza per mostrare lo scarto tra l'apatica successione delle ordinarie incombenze scolastiche e la spendibilità online della sempre più invadente (e disturbante talvolta) egocentrismo adolescenziale. Il corto circuito avviene quando il reale e il virtuale si intrecciano, quando la morte a cui ti è capitato di assistere e di toccare per mano, ti viene riproposta senza filtri in un video apparso su internet. E' allora che ti accorgi che "impasticcarsi" di video non è soltanto un gioco, un passatempo come un altro, ma un qualcosa che rischia di non farti riconoscere più la differenza tra il reale e il virtuale, che c'è un contenuto di verità dietro la supposta anonimia di immagini cruente messe a disposizione del mondo intero. E' Robert a farsi carico di questa alienante condizione esistenziale, a dare corpo a un'adolescenza sempre più schiava della sua immagine riflessa, assolutamente incapace ormai di orientarsi secondo precise coordinate spazio temporali date le infinite e indifferenziate possibilità di scelta messe a loro disposizione. Un'adolescenza, insomma, sempre più fuori dalla storia degli uomini e sempre più immersa nella "realtà" digitalizzata. Lo stile usato da Campos è quanto di più semplice possa esserci. Specula sulle riprese fatte da Robert creando una continuità di fatto tra ciò che e dentro e ciò che è fuori l'oggetto del film. Per lunghi tratti sembra di assistere a un video amatoriale, a un compito in classe appunto. Credo si sia trattata di una scelta stilistica felice perchè funzionale a rendere evidente l'elementare pervasività di un fenomeno dei nostri tempi.
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