Opinione di FABIO1971 su Il massacro di Fort Apache
Con Henry Fonda, John Wayne, Shirley Temple, John Agar, Ward Bond
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Sul film
"Nei miei film ho ucciso più indiani del generale Custer: diciamolo, li abbiamo trattati molto male, è una macchia del nostro passato. Abbiamo saccheggiato, ingannato, massacrato. Ma se loro uccidevano un solo bianco, Dio, allora arrivavano i soldati...".
[John Ford]
Dopo il capolavoro Sfida infernale e La croce di fuoco, dal romanzo di Graham Greene, John Ford torna al western con quello che si rivelerà il primo capitolo della cosiddetta "trilogia della cavalleria" (I cavalieri del Nord Ovest e Rio Bravo i due titoli successivi): ispirandosi al racconto Massacre di James Warner Bellah, adattato dal Frank S. Nugent, ex-critico cinematografico del New York Times, che inaugurerà proprio con Il massacro di Fort Apache una proficua e più che decennale collaborazione con il regista, Ford rilegge la sanguinosa battaglia di Little Big Horn e l'arroganza guerrafondaia del generale Custer trasfigurandone i tragici errori nella parabola dolente del protagonista del film, il colonnello dell'esercito Owen Thursday (Henry Fonda), trasferito con la figlia Philadelphia (Shirley Temple) dall'Europa a Fort Apache, estremo avamposto militare nel deserto dell'Arizona. Vi giunge come nuovo comandante, accolto dal capitano York (John Wayne), presentandosi da subito agli ufficiali con una programmatica dichiarazione d'intenti: "Non siamo dei cowboy in questo forte, nè dei pionieri da strapazzo". Si sente umiliato e declassato, è arrogante e quasi ottuso nella testardaggine con cui persegue la sua folle ricerca della gloria: accecato dal senso della disciplina e dall'arrivismo più sfrenato, oltre che senza alcuna esperienza a trattare con i pellerossa, finirà per inimicarsi anche il capitano York e a condurre i suoi uomini verso un atroce massacro. Epico e solenne nell'innalzare la trasfigurazione mitica dell'eroismo a cifra stilistica dominante della narrazione, Il massacro di Fort Apache sfugge alle derive della retorica stemperando il rigore e la sublime essenzialità stilistica di Sfida infernale nell'approccio quasi macchiettistico che accompagna la descrizione della quotidianità della vita nel forte, immergendone le atmosfere nei toni e nei ritmi della commedia sentimentale, tra siparietti più buffoneschi e guizzi satirici, di cui Ford si serve non solo per demistificare l'inflessibilità del militarismo (tratteggiato, quindi, come una "grande famiglia" posta a guardia della nazione), ma, soprattutto, per innescare il contrappasso drammaturgico della concitata seconda parte del film, con le tribolazioni della love story tra Philadelphia e il giovane tenente O'Rourke (John Agar, all'epoca marito della stessa Shirley Temple) a far da preludio alla straripante frenesia e allo strabordante virtuosismo delle sequenze delle battaglie, con i sanguinosi scontri con gli Apache Mescaleros e le tribù di Cochise e Geronimo, ammantati dalle ombre inquietanti e dagli evocativi chiaroscuri della straordinaria fotografia firmata da Archie Stout (che utilizza una speciale pellicola ad infrarossi per esaltare maggiormente la plasticità pittorica degli esterni, dalle nuvole nel cielo alle rocce e ai canyon della Monument Valley) incorniciando il pathos e la tensione della battaglia finale nel tripudio iperrealistico della messinscena. Pur non riuscendo ad evitare qualche caduta di tono nella prima parte del film, dove le contrapposizioni ideologiche tra i militari ed il senso dell'onore che ne governa l'esistenza vengono delineati con eccessiva schematicità di sfumature (oltre a quel bozzettismo iniziale che ne fiacca a tratti la solennità dell'incedere), Il massacro di Fort Apache travolge per la limpidezza dello sguardo, per la maestosità e le finezze di una scrittura ispirata e incalzante, sorretto dalla classe di un cast d'interpreti sontuoso, in cui Ford ribalta i ruoli classici dei suoi protagonisti, con Henry Fonda ad incarnare l'ottusità razzista delle alte sfere e John Wayne a contrastarne la virulenza (anche se poi coprirà gli errori del suo superiore). Memorabile il suo veemente sfogo contro lo squallido Meacham (Grant Withers): "Non c'è truppa, squadrone o reggimento che possa obbligare un solo Apache a restare qui per forza se non vuole rimanerci. Cinque anni fa stipulai un contratto con Cochise: il Gran Capo si era impegnato a far rimanere gli Apache in questi territori e promise di mantenere la pace. E così fu per due anni, finchè Meacham fu mandato qui da una cricca di politicanti, dal più sporco e bacato gruppo politico che sia mai esistito. E lui cominciò: whisky invece di viveri, ninnoli invece di coperte, donne corrotte, bimbi ammalati e uomini trasformati in bestie ubriache. Allora Cochise ha fatto quello che qualsiasi capo avrebbe fatto: ha chiamato le sue tribù e passando il Rio Bravo ha invaso nuove terre". "Ha rotto il trattato!", prova a giustificarsi il losco commerciante, e subito Wayne a zittirlo: "Sì, piuttosto che rimanere qui a vedere la distruzione della sua gente". L'anno successivo, con I cavalieri del Nord Ovest, sarà proprio John Wayne, promosso sul campo di battaglia, a vestire i panni del comandante. "Mi chiamo John Ford. Faccio western...".
Commenti
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23 giugno 2010, 18:39 di 21thcentury schizoid man
Concordo con tutto quello che hai scritto: complimenti, Fabio, ottima analisi.
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24 giugno 2010, 02:58 di Neve Che Vola
E poi alcuni dicono che i film di Ford siano quanto di più razzista ci possa essere... ma li avranno visti? Anche se l'ho visto meno di altri titoli, di "Fort Apache" ogni volta che ci sono capitato sopra anche per caso, mi sono goduto ogni singola scena, anche pochi minuti. Anche una sola battuta.
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24 giugno 2010, 08:31 di curiosone49
bellissimo ed esplicativo commento per un film indimenticabile. Grazie!
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24 giugno 2010, 08:41 di FABIO1971
Grazie, Ivan!!! @ Neve Che Vola: devo essere onesto fino in fondo, "Il massacro di Fort Apache" è uno dei film di Ford che ho rivalutato nel tempo... una ventina d'anni fa l'avevo quasi odiato per i toni da farsetta con cui, secondo me, annacquava e quasi vanificava la potenza folgorante delle sequenze delle battaglie... ammiravo lo stile ma perdevo tempo a concentrarmi su quello che ai miei occhi appariva come retorica trionfalista senza leggere tra le pieghe dei sottotesti... poi, per fortuna, nel tempo ho iniziato a comprendere ed apprezzare fino in fondo il cinema di Ford... oggi "Il massacro di Fort Apache", 62 anni sul groppone, appare di una modernità incredibile: "Gran Torino", nei modi con cui sceglie di scandagliare le virulenze del razzismo, gli deve moltissimo... Ciao!!
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24 giugno 2010, 08:43 di FABIO1971
Grazie a te, Corrado!!
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