Mangia prega ama - La recensione di FilmTv
Con Julia Roberts, James Franco, Javier Bardem, Billy Crudup, Richard Jenkins, Viola Davis, Tuva Novotny, Ali Khan, Lidia Biondi, Arlene Tur
La recensione di FilmTv
L’unica frase sensata, nel tripudio di cliché e mantra da scaffale di narrativa rosa, la pronuncia Billy Crudup, il marito abbandonato, che in fase di divorzio apostrofa la moglie: «Non potevi cercare te stessa nel nostro matrimonio?». Legittimo chiederselo, quando la ricerca del senso della vita intrapresa da Liz Gilbert sembra a conti fatti celare la ricerca del compagno perfetto. Fuggita da New York, dove né?marito né giovane amante la fanno felice, approda prima a Roma, dove riempie lo stomaco ma non il cuore, poi in India, dove medita ma con scarsi risultati, infine a Bali, dove rinuncia alla trascendenza per gettarsi tra le braccia di un piacionissimo Javier Bardem. Non c’è alcun percorso di crescita interiore, nessuna rivelazione o epifania. Oltretutto il personaggio della Gilbert, per quanto autobiografico (il film è fedelissimo all’omonimo bestseller), è totalmente privo di tratti distintivi; svanita la fastidiosa voce off iniziale, ciò che resta sullo schermo è nient'altro che Julia. Fotografata in perenne flou per renderla bella e luminosa come una dea, insaccata in abiti che dovrebbero farne una credibile “falsa magra”, Julia Roberts è Julia Roberts. Mentre mangia gli spaghetti al pomodoro (in una Roma così fasulla e stereotipata che viene da mordere le seggioline della sala) non si può fare a meno di pensare, toh guarda la Roberts che si strafoga di pasta!, mentre passeggia per Napoli ci si chiede cosa pensasse la gente nel vedersi davanti Pretty Woman;?insomma, la sensazione generale è di vedere una diva che gioca a fare la turista in giro per il globo, finanziata dal compagno di goliardate (gli Ocean’s e The Mexican) Brad Pitt, qui produttore esecutivo. Se si aggiunge la notizia, diffusa per il lancio, che l’attrice avrebbe abbracciato l’induismo, lo straniante gioco è fatto: abbiamo appena assistito alla sparizione del cinema. Lo schermo cinematografico si fa trasparente, inconsistente, aderisce a luoghi e divismo e Ryan Murphy (anche sceneggiatore in coppia con la sodale storica di Nip/Tuck, Jennifer Salt) non sembra fare nulla per evitare che la sua opera seconda si trasformi nel (lungo e patinato) filmino delle vacanze di Julia.
Commenti
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9 ottobre 2010, 15:43 di domas
Abbiamo visto “ Mangia, prega, ama “ regia di Ryan Murphy. Il rapporto tra letteratura e cinema è sempre stato controverso e difficile ma negli ultimi ‘ incontri ‘ sembra che una difficoltà intrinseca sia diventata quasi insuperabile. Basti citare “ La regina dei castelli di carta “ o “ Il Riccio “ fino all’ultimo “ La solitudine dei numeri primi “. Nelle sale è arrivato la peggiore delle messe in scena, “ Mangia, prega, ama “ tratto dal best seller autobiografico della giornalista Elizabeth Gilbert. Il romanzo pieno di dettagli minuziosi e personali racconta di una giornalista che ha una vita apparentemente perfetta, un matrimonio invidiabile, un lavoro bello e creativo, una casa splendida a New York; d’un tratto, in una notte autunnale, si ritrova in lacrime sul pavimento del bagno: non vuole più niente di tutto quello che ha e si mette a pregare. Divorzia, inizia una storia d'amore destinata a finire anche perché lei è decisa a partire per un anno alla scoperta di sé. Prima in Italia, poi in India e infine a Bali dove trova l’equilibrio definitivo e l’amore. La storia contiene quello che noi europei riteniamo “ la leggerezza “ degli statunitensi nel bene e nel male; il film prende solo questa “ leggerezza “ e la traduce in una serie di imbarazzanti luoghi comuni, al limite della stupidità umana, e anche quella vena d’ironia ‘ sottile ‘ che contiene il romanzo si tramuta in irritante banalità che rende i personaggi non critici e autoironici bensì dei tontoloni irritanti fino al punto che ci è quasi venuta voglia di alzarci e andar via dalla sala, cosa fatta da una parte del pubblico alla spicciolata e senza turbamenti ideologici. E’ difficilmente comprensibile come sia stato possibile una messa in scena del genere avendo, oltretutto, attori come la Roberts e Bardem attenti nello scegliere i ruoli e i film. Le tematiche nel libro appaiono serie, anche complesse, ma la sceneggiatura riprende i temi in modo superficiale, approssimativo, melassati di sorrisi, cibo e pruriti borghesi. La solitudine della protagonista ma anche di altri personaggi sono accennati in modo superficiale e non durano più di una virgola, la sofferenza è riempita di sorrisi e persone serene. Il primo blocco, quello newyorkese, è sul genere Sex and City, tutti belli, colti e soddisfatti con il sottofondo di case e di una città da cartolina; la protagonista, una trentenne rampante ma con saggezza è inquieta come può esserlo una che ha tutto. Il secondo blocco, il più irritante e sgualcito culturalmente, è in Italia. Dove nelle case del centro storico non c’è l’acqua calda, i soffitti possono crollare, le padrone di casa parlano siciliano, sono impiccione e si meravigliano che una donna non sia sposata, gli uomini sono rimorchioni e sanno vivere e le coppie pomiciano per strada davanti a tutti. Un blocco inutilmente lungo che non è accettabile nemmeno come spot turistico, privo di qualsiasi pathos e di ripercussioni narrative. Il terzo blocco si svolge in India dove, dopo una breve cartolina iniziale, il Paese rimane da sfondo insignificante, la guru da cui Liz è andata se ne sta furbescamente a New York e un americano che diventa suo amico ( il bravo attore Richard Jenkins ) le confessa dopo un bel po’ che lui è nell'ashram perché... e il monologo è costruito in modo da far credere a una tragedia terribile, che poi si rivela scampata: un trucchetto drammaturgico che evidenzia la falsità di tutta la storia. Il quarto e ultimo blocco è ambientato a Bali, scorci da cartolina, un Bardem brasiliano che piange spesso perché è molto sensibile e che come lavoro fa delle compilation di musica brasiliana e c’è uno sciamano vecchio e sdentato meno credibile di un cartomante televisivo ma che da ilmlà alla redenzione definitiva di Liz. domenico A
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