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Mangia prega ama - La recensione di FilmTv




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La recensione di FilmTv

di Ilaria Feole

L’unica frase sensata, nel tripudio di cliché e mantra da scaffale di narrativa rosa, la pronuncia Billy Crudup, il marito abbandonato, che in fase di divorzio apostrofa la moglie: «Non potevi cercare te stessa nel nostro matrimonio?». Legittimo chiederselo, quando la ricerca del senso della vita intrapresa da Liz Gilbert sembra a conti fatti celare la ricerca del compagno perfetto. Fuggita da New York, dove né?marito né giovane amante la fanno felice, approda prima a Roma, dove riempie lo stomaco ma non il cuore, poi in India, dove medita ma con scarsi risultati, infine a Bali, dove rinuncia alla trascendenza per gettarsi tra le braccia di un piacionissimo Javier Bardem. Non c’è alcun percorso di crescita interiore, nessuna rivelazione o epifania. Oltretutto il personaggio della Gilbert, per quanto autobiografico (il film è fedelissimo all’omonimo bestseller), è totalmente privo di tratti distintivi; svanita la fastidiosa voce off iniziale, ciò che resta sullo schermo è nient'altro che Julia. Fotografata in perenne flou per renderla bella e luminosa come una dea, insaccata in abiti che dovrebbero farne una credibile “falsa magra”, Julia Roberts è Julia Roberts. Mentre mangia gli spaghetti al pomodoro (in una Roma così fasulla e stereotipata che viene da mordere le seggioline della sala) non si può fare a meno di pensare, toh guarda la Roberts che si strafoga di pasta!, mentre passeggia per Napoli ci si chiede cosa pensasse la gente nel vedersi davanti Pretty Woman;?insomma, la sensazione generale è di vedere una diva che gioca a fare la turista in giro per il globo, finanziata dal compagno di goliardate (gli Ocean’s e The Mexican) Brad Pitt, qui produttore esecutivo. Se si aggiunge la notizia, diffusa per il lancio, che l’attrice avrebbe abbracciato l’induismo, lo straniante gioco è fatto: abbiamo appena assistito alla sparizione del cinema. Lo schermo cinematografico si fa trasparente, inconsistente, aderisce a luoghi e divismo e Ryan Murphy (anche sceneggiatore in coppia con la sodale storica di Nip/Tuck, Jennifer Salt) non sembra fare nulla per evitare che la sua opera seconda si trasformi nel (lungo e patinato) filmino delle vacanze di Julia.


Commenti

  • 9 ottobre 2010, 15:43 di domas

    Abbiamo visto “ Mangia, prega, ama “ regia di Ryan Murphy. Il rapporto tra letteratura e cinema è sempre stato controverso e difficile ma negli ultimi ‘ incontri ‘ sembra che una difficoltà intrinseca sia diventata quasi insuperabile. Basti citare “ La regina dei castelli di carta “ o “ Il Riccio “ fino all’ultimo “ La solitudine dei numeri primi “. Nelle sale è arrivato la peggiore delle messe in scena, “ Mangia, prega, ama “ tratto dal best seller autobiografico della giornalista Elizabeth Gilbert. Il romanzo pieno di dettagli minuziosi e personali racconta di una giornalista che ha una vita apparentemente perfetta, un matrimonio invidiabile, un lavoro bello e creativo, una casa splendida a New York; d’un tratto, in una notte autunnale, si ritrova in lacrime sul pavimento del bagno: non vuole più niente di tutto quello che ha e si mette a pregare. Divorzia, inizia una storia d'amore destinata a finire anche perché lei è decisa a partire per un anno alla scoperta di sé. Prima in Italia, poi in India e infine a Bali dove trova l’equilibrio definitivo e l’amore. La storia contiene quello che noi europei riteniamo “ la leggerezza “ degli statunitensi nel bene e nel male; il film prende solo questa “ leggerezza “ e la traduce in una serie di imbarazzanti luoghi comuni, al limite della stupidità umana, e anche quella vena d’ironia ‘ sottile ‘ che contiene il romanzo si tramuta in irritante banalità che rende i personaggi non critici e autoironici bensì dei tontoloni irritanti fino al punto che ci è quasi venuta voglia di alzarci e andar via dalla sala, cosa fatta da una parte del pubblico alla spicciolata e senza turbamenti ideologici. E’ difficilmente comprensibile come sia stato possibile una messa in scena del genere avendo, oltretutto, attori come la Roberts e Bardem attenti nello scegliere i ruoli e i film. Le tematiche nel libro appaiono serie, anche complesse, ma la sceneggiatura riprende i temi in modo superficiale, approssimativo, melassati di sorrisi, cibo e pruriti borghesi. La solitudine della protagonista ma anche di altri personaggi sono accennati in modo superficiale e non durano più di una virgola, la sofferenza è riempita di sorrisi e persone serene. Il primo blocco, quello newyorkese, è sul genere Sex and City, tutti belli, colti e soddisfatti con il sottofondo di case e di una città da cartolina; la protagonista, una trentenne rampante ma con saggezza è inquieta come può esserlo una che ha tutto. Il secondo blocco, il più irritante e sgualcito culturalmente, è in Italia. Dove nelle case del centro storico non c’è l’acqua calda, i soffitti possono crollare, le padrone di casa parlano siciliano, sono impiccione e si meravigliano che una donna non sia sposata, gli uomini sono rimorchioni e sanno vivere e le coppie pomiciano per strada davanti a tutti. Un blocco inutilmente lungo che non è accettabile nemmeno come spot turistico, privo di qualsiasi pathos e di ripercussioni narrative. Il terzo blocco si svolge in India dove, dopo una breve cartolina iniziale, il Paese rimane da sfondo insignificante, la guru da cui Liz è andata se ne sta furbescamente a New York e un americano che diventa suo amico ( il bravo attore Richard Jenkins ) le confessa dopo un bel po’ che lui è nell'ashram perché... e il monologo è costruito in modo da far credere a una tragedia terribile, che poi si rivela scampata: un trucchetto drammaturgico che evidenzia la falsità di tutta la storia. Il quarto e ultimo blocco è ambientato a Bali, scorci da cartolina, un Bardem brasiliano che piange spesso perché è molto sensibile e che come lavoro fa delle compilation di musica brasiliana e c’è uno sciamano vecchio e sdentato meno credibile di un cartomante televisivo ma che da ilmlà alla redenzione definitiva di Liz. domenico A

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