Opinione di Sam Gamgee su Miral
Con Freida Pinto, Willem Dafoe, Hiam Abbass, Vanessa Redgrave, Alexander Siddig, Stella Schnabel, Ruba Blal, Yasmine Elmasri
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Sul film
La storia di “Miral” si dipana lungo cinquant’anni, attraverso gli occhi e le azioni di quattro donne. Mezzo secolo tra guerre, occupazioni e speranze: dalla fine del mandato britannico di Palestina, passando per la creazione dello stato di Israele, la guerra dei Sei giorni e gli accordi di Oslo.
Una materia incandescente che però il regista Julian Schnabel racconta con una freddezza imbarazzante e una superficialità che rasenta l’ambiguità. Questo perché il regista sposa una delle due parti in causa (quella palestinese) e lascia il resto sullo sfondo o peggio lo dipinge in maniera monodimensionale. Prendere un punto di vista è lecito, ma poi bisogna seguirlo sino alla fine e non tornare indietro. Ma a Schnabel, pittore di talento e regista diseguale, la cosa sembra importare poco: impelagato dalle trame e sottotrame del romanzo semi-autobiografico della giornalista Rula Jebreal (che lo ha sceneggiato) si abbandona ad alcuni colpi bassi banali (la casa palestinese abbattuta da un buldozer) e quando deve toccare alcuni momenti storici chiave (nascita di Israele, guerra dei Sei giorni, accordi di Oslo) lo fa usando alcune immagini di repertorio che così vanno a cozzare con il resto del film, dipinto con una fotografia decolorata e zoommate digitali sghembe. Solo in pochi momenti “Miral” tocca le corde giuste ed è efficace, come nella scena della tortura e nel finale, ma non bastano a risollevare il tutto. L’intreccio diviso in capitoli, con i nomi delle donne protagoniste (Hindi, Fatima, Nadia e Miral), dovrebbe spingere lo spettatore a immergersi con passione nelle vicende raccontate, ma rimane invece solo meccanico e poco incisivo, così come lasciano perplessi alcuni segmenti narrativi volutamente caricati in maniera esemplare come l’incontro tra Miral e la fidanzata ebrea di suo cugino.
È stato scritto che il film sembra realizzato da «un Amos Gitai (il più noto regista israeliano, n. d. r.) di serie C», un giudizio senza appello. Peccato, perché “Miral” poteva essere un meraviglioso romanzo popolare al femminile, invece è solo un bignamino poco riuscito sul conflitto arabo-israeliano.
Francesco Bellu
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