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Opinione di 21thcentury schizoid man su Stones in Exile





Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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27/02/2011 voto al film: voto buono

Sul film

“Nei primi anni ’70 eravamo giovani, belli e molto stupidi, ora siamo solo stupidi”. (Mick Jagger)
 
 
Diciamoci la verità: sul piano della tecnica strumentale i Rolling Stones non sono mai stati un granché. Un buon bassista, Bill Wyman (che ha lasciato il gruppo nel 1993), un discreto batterista, Charlie Watts, e un chitarrista, Keith Richards, che sarà pure “l’imperatore del riff”, come ampiamente dimostrato dalla leggendaria (I Can’t Get No) Satisfaction, ma che quando si tratta di eseguire un assolo non è capace di produrne uno degno di questo nome (i mostri sacri della chitarra sono altri: Jimi Hendrix, David Gilmour, Robert Fripp, Tony Iommi e Jimmy Page, giusto per fare qualche nome), tanto è vero che la band ha sempre avuto un secondo chitarrista, da Brian Jones (morto, a soli 27 anni, in circostanze misteriose, il 3 Luglio del 1969) a Ron Wood, passando per il talentuoso Mick Taylor (che, prima di intraprendere un’oscura carriera solista, ha militato nel gruppo dal 1969 al 1974). Eppure, nonostante tecnicamente valgano la metà dei Led Zeppelin, dei Cream e degli Who, gli Stones sono considerati come una delle più grandi rock’n’roll band del mondo. Questo perché sono forse il gruppo che meglio di chiunque altro incarna lo spirito del rock and roll. Ancora oggi, quasi cinquant’anni dopo il loro esordio (il primo album, omonimo, uscì nel 1964), si divertono come dei matti a suonare sui palchi di tutto il mondo. Alla faccia dell’età che avanza e, soprattutto, di chi vorrebbe mandarli in pensione.
Di dischi memorabili, gli Stones, ne hanno fatti tanti. Difficile, quindi, dire quale sia il più bello. Personalmente confesso di avere un debole per Sticky Fingers (1971), che oltre alle celeberrime Brown Sugar, Wild Horses e Sister Morphine contiene pezzi fantastici del calibro di Sway, Can’t You Hear Me Knocking, Bitch e Moonlight Mile. Mica male, eh? Tutto quel ben di Dio in un album solo. Detto ciò, ci sono almeno altri cinque/sei album assolutamente degni di giocarsi il titolo di miglior disco delle Pietre Rotolanti. Uno è Aftermath (1966), che può vantare Paint It Black, un brano storico che non manca mai in ogni concerto del gruppo, e la dolcissima e bellissima Lady Jane; in entrambe le canzoni, si rivela fondamentale il contributo offerto da Brian Jones, che nella prima si esibisce al sitar, mentre nella seconda è impegnato a suonare il dulcimer e il clavicembalo (era un polistrumentista, Brian Jones: chitarra, mellotron, clavicembalo, dulcimer, armonica, flauto, organo, theremin e sax sono solo alcuni dei tanti strumenti che sapeva suonare). E Beggars Banquet (1968)? Cosa vogliamo dire di un disco che contiene almeno tre capolavori assoluti quali Sympathy for the Devil, No Expectations e Street Fighting Man, se non che è eccezionale? Nondimeno efficace risulta essere Let It Bleed (1969), che può sfoggiare pezzi da novanta come Gimme Shelter, Midnight Rambler e You Can’t Always Get What You Want, superba ballata introdotta da un coro gospel da brividi. Merita una citazione pure lo sfortunato Their Satanic Majesties Request (1967), un bizzarro tentativo - riuscito per alcuni, fallimentare per altri - di rispondere a Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, il capolavoro dei Beatles uscito pochi mesi prima: in questo stravagante album psichedelico spicca la sublime She’s a Rainbow, sicuramente una delle composizioni più belle che la coppia Jagger-Richards ci abbia mai regalato, grazie anche al mellotron di Brian Jones, al pianoforte di Nicky Hopkins e agli archi splendidamente fuori tempo, che concorrono a creare una melodia rapinosa. E Between the Buttons (1967)? Possiamo dimenticarci di un disco (da alcuni ritenuto minore) che contiene due perle quali Let’s Spend the Night Together e Ruby Tuesday? Certo che no.
Infine, merita un discorso a parte Exile on Main Street (1972), indubbiamente il lavoro più complesso, sfuggente e ambizioso dell’intera carriera dei Rolling Stones, la cui genesi ci viene raccontata in questo bel documentario, presentato al Festival di Cannes 2010, diretto da Stephen Kijak, un onesto mestierante che fa il suo “sporco lavoro” limitandosi ad assemblare materiale d’epoca con interviste realizzate per l’occasione ai personaggi che lavorarono a quel disco: dai cinque membri della band ai vari musicisti di supporto, più alcuni ammiratori degli Stones come Martin Scorsese, Caleb Followill, Sheryl Crow e Benicio Del Toro (i cui interventi, alquanto scontati, sono la parte meno interessante del film). Scopriamo (ma i fan del gruppo molte cose già le sapevano) che gli Stones, nel ’71, a causa di problemi fiscali, decisero di trasferirsi, con mogli e figli al seguito, dall'Inghilterra alla Francia, nonostante nessuno di loro sapesse una sola parola di francese.
Dopo essersi stabiliti in case diverse, Jagger, Watts, Taylor, Wyman e Richards si ritrovarono tutti quanti nell'abitazione che quest'ultimo prese in affitto nei dintorni di Nizza nell'aprile di quell'anno: Villa Nellcote, una magnifica e sontuosa dimora realizzata nel diciannovesimo secolo, suddivisa in sedici stanze, con vista sul golfo di Villefranche-sur-Mer, in Costa Azzurra.
E fu così che, tra alcol e droga che scorrevano a fiumi, dopo aver scartato vari studi di registrazione che non li soddisfacevano minimamente, nelle enormi e umide cantine della magione di Richards, nacque Exile on Main Street (che in un primo momento si chiamava Tropical Disease), disco doppio (in vinile) prodotto dal fedele Jimmy Miller, registrato su un nastro a sedici piste, composto da ben diciotto canzoni (di cui due cover: Shake Your Hips di Slim Harpo e Stop Breaking Down di Robert Johnson), le quali svariavano da un genere all’altro.
Dal blues al soul, dal rock al funky, Jagger e Richards (che completarono il missaggio finale del disco ai Sunset Sound di Los Angeles) non si fecero mancare niente, e ancora oggi, a quasi quattro decenni di distanza, l’album in questione conserva tutta la sua originaria e lussureggiante bellezza, sciorinando un’impressionante serie di pezzi memorabili: Sweet Virginia, Shine a Light (che nel 2008 darà il titolo al meraviglioso film-concerto diretto da Martin Scorsese), Rocks Off (un brano trascinante sostenuto da una poderosa sezione di fiati), Tumbling Dice (forse la canzone più celebre del lotto) e Let It Loose sono le prime che vengono in mente, ma non sono certamente da meno le altre tredici tracce che compongono la tracklist di un LP favoloso, concepito e registrato in tre nazioni diverse (Inghilterra, Francia e, infine, Stati Uniti) e in condizioni tutt’altro che agevoli.
Tra l’altro, l’anno scorso Exile è stato ripubblicato in una superba versione deluxe che, oltre al disco originale, prevedeva un secondo cd contenente alcune canzoni rimaste (incredibilmente) inedite, tra cui la splendida Plundered My Soul. Forse poteva essere ancora più grande, Exile on Main Street (la rivista musicale Rolling Stone lo ha piazzato al settimo posto nella classifica dei cinquecento migliori album di sempre): ma anche così merita di concorrere per il titolo di più bel disco dei Rolling Stones, che successivamente, tra (molti) bassi e (pochi) alti, non sono stati più in grado di ripetersi agli stessi livelli. Exile, quindi, è il loro ultimo capolavoro: è il canto del cigno di una band che, nel bene e nel male, ha lasciato un segno profondo nella Storia della Musica.
Dal punto di vista cinematografico, Stones in Exile non è nulla di travolgente: tutto, infatti, scorre abbastanza prevedibilmente; la regia, coadiuvata da un buon montaggio, bada al sodo e il regista, senza strafare, confeziona un documentario piacevole che non mancherà di appassionare gli ammiratori del gruppo. Chi invece non apprezza gli Stones, può pure lasciare perdere.


SI

Commenti

  • 28 febbraio 2011, 13:07 di M Valdemar

    Condivido totalmente la parte inziale (ma anche il resto): sicuramente gli Stones sono riusciti più di altri, vuoi anche per una certa ruffianeria e abile strategia (la contrapposizione con i Beatles) ad incarnare, ancor oggi, lo spirito del rock. Anche se poi farebbero, nelle esibizioni dal vivo, un discreto uso di basi preregistrate .... Comunque io preferisco i Led Zeppelin e i (mai abbastanza celebrati) Black Sabbath! Un saluto

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  • 28 febbraio 2011, 16:47 di Stuntman Miglio

    Chi non apprezza gli Stones allora non apprezza il rock oppure non ne ha mai capito un beneamato. Ovviamente si possono preferire decine di altre band a loro, tanto più che presi singolarmente, i musicisti sono tutt' altro che fenomenali, Richards su tutti. Eppure la verità sta scritta qua sopra : decine e decine di capolavori, brani indimenticabili che, al solo accenno dei primi accordi, ti prendono dentro e ti costringono a muoverti. Un repertorio musicale che ha influenzato le generazioni a venire come nessun altro, Beatles inclusi. Ho perso il conto delle cover realizzate da una band di miei amici che si esibisce regolarmente qui a Genova e vi assicuro che i momenti Stones sono sempre quelli più galvanizzanti (non più tardi di due settimane fa c'erano una cinquantina di persone tra i 18 ed i 40 che esaltati facevano il coro "woo woo" durante sympathy). Imprescindibili, almeno sino alla prima metà degli anni '80. Scusa l' inserimento ma mi è partito in automatico. Ciao e grazie per la bella opinione.

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  • 28 febbraio 2011, 16:58 di Immorale

    La grandezza degli Stones è nell'amalgama: quella combinazione che si manifesta in maniera sconosciuta per cui un gruppo di artisti che, presi singolarmente, non sarebbero nulla di tecnicamente eccezionale (ma la tecnica, nella musica, non è tutto), insieme fanno scintille. E sfornano capolavori quali "Eile on main street" appunto, ma anche "Aftermath", "Let it Bleed", "Beggar's Banquet", "Sticky Fingers", i sottovalutati "Their satanic Majesties Request", "Goat's head soup", "Black & Blue", "Tattoo You", oltre a dei live da antologia, partendo da "Get Yer Ya-Ya's Out" e terminando con "Stripped". Anch'io, soprattutto negli ultimi anni, gli preferisco i Led Zeppelin ed i King Crimson, ma anche negli anni 2000 i "vecchi" si difendono comunque bene. Ottima recesnione. Ciao

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  • 28 febbraio 2011, 17:44 di M Valdemar

    hey, Stuntman, per quanto mi riguarda, e giusto per precisare, certo non metto in discussione gli Stones e i loro capolavori. Beggars Banquet, come pure la raccolta Forty Licks (che ho duplicato per decine di persone, tutti lo volevano!), sono spesso in macchina con me! o nelle cuffiette, sparate a congruo volume ... Sul fatto però, che abbiano influenzato la musica a venire più dei Beatles, non ne sono sicuro, ma la mia è solo una (discutibile, ci mancherebbe) sensazione. Comunque, da notare, il conflitto "Stones o Beatles", è eterno ... Spero di non aver abusato dello spazio sull'opinione, ma la discussione è interessante, forse non sarebbe male uno spazio apposito per continuare ...

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  • 28 febbraio 2011, 19:13 di 21thcentury schizoid man

    Vi ringrazio, M Valdemar, Stuntman Miglio e Immorale, per i vostri interventi. Molto interessante questa discussione sui Rolling Stones. @ M Valdemar, condivido il tuo commento, anche a me piacciono tanto i Led Zeppelin e i Black Sabbath, soprattutto quelli con Ozzy Osborne; "Paranoid" è uno dei miei album preferiti in assoluto, e Tony Iommi è un chitarrista favoloso! @ Stuntman Miglio, hai ragione quando affermi che gli Stones hanno scritto decine e decine di capolavori, nonostante tecnicamente non siano dei mostri sacri. Ho un solo dubbio quando sostieni che i Beatles sono stati influenzati da Jagger e soci: in realtà è il contrario! Sono gli Stones, infatti, che spesso hanno "copiato" i Fab Four: ad esempio, se i Beatles usavano il sitar ("Norwegian Wood") o il clavicembalo ("In my life"), anche gli Stones poi componevano canzoni che prevedevano il sitar ("Paint It Black") o il clavicembalo ("Lady Jane"). Per non parlare di quando gli Stones hanno tentato di rispondere a "Sgt. Pepper" realizzando anch'essi un disco psichedelico, "Their Satanic Majesties Request". E, secondo me, gli Stones il meglio lo hanno dato fino alla metà degli anni '70, dopodiché non sono più stati in grado di sfornare album fondamentali. @ Immorale, è vero, nella musica la tecnica non è tutto. Pure i Beatles tecnicamente non erano granché, eppure hanno scritto tanti capolavori, e probabilmente sono il gruppo più influente della Storia della Musica! Non tutti i musicisti possono avere la tecnica fenomenale dei Pink Floyd o dei King Crimson. Comunque sia, la grandezza dei Rolling Stones è indiscutibile. Un saluto a tutti.

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  • 28 febbraio 2011, 19:55 di Stuntman Miglio

    @Valdemar: non avevo alcun dubbio ma la mia sparata d'apertura non era riferita al tuo commento, si legava direttamente alla chiusura d' opinione di 21th e quindi a chi dovrebbe astenersi dalla visione. @21th: io non ho scritto che gli Stones sono stati copiati dai Beatles ma che i primi hanno influenzato le generazioni a seguire più di chiunque altro, Beatles inclusi. Mi riferisco ai riff, alle movenze sul palco, agli eccessi, alle costruzioni dei brani, alle contaminazioni blues, alle collaborazioni e tanto altro. Certo, se il quartetto di Liverpool fosse stato longevo tanto quanto .... @ tutti: scusatemi, l' irruenza del primo commento è andata a discapito della chiarezza ma credo si sia capito quanto mi appassioni l' argomento. Grazie ancora per il costruttivo scambio d'opinioni.

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  • 1 marzo 2011, 19:29 di 21thcentury schizoid man

    @ Stuntman Miglio, ho riletto il tuo primo commento, è vero, non hai scritto che gli Stones sono stati copiati dai Beatles. Ho capito male io, scusa, sono stordito! Un saluto.

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