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La solitudine dei numeri primi - La recensione di FilmTv




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La recensione di FilmTv

di Mauro Gervasini

Il gioco dei bambini nel teatro degli orrori. Mattia e la gemella Michela, disabile. Alice e il padre rampante, la madre depressa. Lui abbandona la sorella in un parco vicino al Po. Nessuno la ritroverà più. Lei è vittima di un grave incidente sugli sci e resta zoppa. Adolescenti, si sfiorano a scuola e a modo loro si piacciono, ma sono appunto come i numeri primi “gemelli”: vicini ma mai abbastanza per toccarsi. L’11 e il 13 di questa storia, liberamente tratta dal bestseller di Paolo Giordano, sono due bambini, poi ragazzi, poi adulti, che riflettono nel e sul proprio corpo il senso di colpa e il disagio che si portano addosso. Cirenei di un dolore cupo e inesprimibile, se non attraverso le lacerazioni che Mattia si procura sulle braccia, sul torace, o l’anoressia di Alice, che mangia e vomita, le dici che è magra e risponde «no, normale». Normale: una parola che in un film con dialoghi scarni, praticamente assenti negli ultimi 20 minuti, echeggia più volte nei discorsi di padri e madri speculari, mostri e vittime, vittime e mostri. Magnifica, inquietante Isabella Rossellini (mamma di Mattia), nei confronti della quale Clara Calamai in Profondo rosso pare Madre Teresa. Il vero colpo di genio del regista è stato quello di raccontare la solitudine dei suoi numeri primi nonostante il romanzo, trasformandolo in qualcosa di diverso. Un horror tra il Kubrick di Shining e L’uccello dalle piume di cristallo di Dario Argento (di cui torna, ossessiva, angosciante, la musica). L’horror come genere politico, il solo che possa rappresentare la levatrice per antonomasia di traumi e fobie, vale a dire la famiglia, quella che costringe Pollicino e i suoi fratellini a perdersi nel bosco. Ci sono il pagliaccio cattivo e la strega che manipola il dolore e la diversità (l’amica Viola), la matrigna e il padre orco, la musica dei Goblin (formidabile l’inizio del film) e quella insinuante di Mike Patton dei Faith No More; le scenografie di Antonello Geleng (Cannibal Holocaust, Paura nella città dei morti viventi) e soprattutto lo sguardo, ora barocco, ora essenziale, di Saverio Costanzo. Un altro cinema, finalmente.


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