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Opinione di Marcello del Campo su Venere nera





Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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22/06/2011 voto al film: voto mediocre

Sul film

  
 
Una ballata ottocentesca esaltava le attrattive della Venere Ottentotta
 
Siete mai stati nella città di Londra,
     a vedere le sue rarità:
tra le tante signore di fama
     Ce n’è una più celebre ancor
Essa ha una più celebre casa    
     In Piccadilly Street,
Dove ha scritto a lettere d’oro
     “La vostra ottentotta”
 
Ma voi mi chiedete e capisco
     Che cosa diavolo ci fa lì:
quel che c’è in lei da vedere,
     Più raro di tutti gli altri,
È un sedere (vi sembrerà strano)
     Grande come un calderone,
Per questo gli uomini vanno a vedere
     Questa bella ottentotta. [1]
 
 
Ma non è il gran culo della Venere che interessa il signor George Cuvier, professore di anatomia animale al Museé National d'Histoire Naturelle, lo scienziato anti-lamarckiano (quindi, anti-darwinista), - donne barbute, trimammellute, lungocapellute affollano fiere e circhi insieme ad altri freak, - a lui interessa dimostrare che Saartjie Bartman è simile a una scimmiona (il cranio, i denti bianchissimi e forti non ne aumentano la bellezza muliebre, ma ne attestano la scientifica certezza che lo studio che si appresta a pubblicare sulla classificazione tassonomica delle razze possa accrescere il suo prestigio). Di più, Cuvier desidera violare l’intimità di quel corpo di donna, avere a disposizione la sua vulva, asportarla e repertarla in boccia di formalina per convincere la comunità scientifica del tempo che Saartjie è un essere inferiore, una creatura del regno animale. Morirà contento Cuvier, barone napoleonico, ma la sua gloria troverà insigni discepoli: sessant’ani dopo non è cambiato nulla, nel 1896 George M. Gould e Walter L. Pyle pubblicano Anomalies and Curiosities of Medicine; i due raccontano amenità come questa: “Le più civette tra le ragazze [badate, il termine “ragazze” è un passo avanti!] accettano per un eccesso di vanità di sottoporsi ad allungamenti artificiali delle piccole e delle grandi labbra. Si dice che tirino e sfreghino queste parti e che addirittura le stendano appendendo loro dei pesi… perché questa deformazione affascina i maschi di quella razza.”. Non è finita: il XX secolo si apre all’insegna del saggio di Paul Julius Moebius, L’inferiorità mentale della donna; il progresso è enorme: non più scimmia ma idiota.  
 
La storia di Saartjie Bartman, Venere Ottentotta, chiama in causa uomini senza scrupoli che del corpo della donna hanno abusato, fatto oltraggio, esibito vivo alle attenzioni libidinose di un pubblico circense o nel privato di Ville Lumière e altri luoghi di alta società a elevato tasso di perversione, esibito morto alla curiosità di una scienza, disumana sempre, parata all’uso penetrativo di forcipi e bisturi.
La vita di Saartjie è un calvario che lei percorre, inibita dalla frusta del lercio Hendrick Ceazar, dal versare una sola lacrima sul suo passato costellato di morti (il marito che le aveva promesso viaggi intorno al mondo, i figli spazzati via dall’inedia). Ceduta da Ceazar al domatore d’orsi Reaux, un pervertito ribaldo puttaniere sadico, la donna ottentotta attraverserà gradini dell’orrore nelle stanze dorate della borghesia parigina dove, per accendere i sensi sopiti di vizze dame ghignanti e uomini svirilizzati dal tedio, sarà sottoposta, complice un baraccone di zoccole, alle circolari ingiurie della pornografia da salotto buono.
 
Abdellah Kechiche segue a ruota Cuvier, Ceazar e Reaux: in due ore e mezza di illustrazioni d’epoca di materiale usurato (i riferimenti iconografici da romanzo d’appendice, il meglio lo trovi in qualche reminiscenza di art nouveau cattolicheggiante via Barbey D’Aurevilly e massime qualche scenetta rubata al decor di un Fernand Khnopff), il regista fa della magniloquenza la cifra precipua, senza uno iato, a perdifiato, caso mai qualcosa delle raffigurazioni dell’infamia sfugga al suo peeping tom-controllo.
Non un film in difesa delle razze, delle donne, ma una total immersion coloratissima tra marché aux puces e sexy shop, all’insegna di un neo-positivismo straccione buono ad accalappiare la platea.
 
[1] Da Freaks, Leslie Fiedler, Garzanti, 1981 


SI

Commenti

  • 22 giugno 2011, 11:20 di spopola

    .. dunque a quanto pare qiesta volta Kechicke ha toppato di brutto.... (non sei il solo a decretarlo... e sembra proprio che abbai sbagliato il passo") Io non l'ho ancora visto , ma già dopo Venezoa ho "temuto" un poco... appena è uscito volevo subito correre ma mi ha frenato il fatto di sapere che l'edizione è tagliata di una decina di minuti rispetto alla Versione ufficiale di Venezia. Non credo ovviamente che questo sia il motivo che ne limita il valore, ma sono io che di solito sono "restio" ad avvalorare con la mia presenza in sala (e quindi con il contributo dei miei soldi) la liceità di certe "imposizioni" distributive. Adesso più che mai aspetterò magari l'uscita in Dvd semprechè in quel caso si ripristini l'originale nella sua intierezza.

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  • 22 giugno 2011, 12:05 di Marcello del Campo

    Ciao Valerio, - forse quei dieci minuti tagliati hanno contribuito a 'alleggerire' il film di una lunga sequenza pesante, inutile e volgare; non sono propenso all'idea di censura, mai e in nessun caso, anche perché nella versione che ho visto di 141' circa mi sembra che Kechiche si sia troppo immerso in una sorta di "Salambo" ottentotta, sacrificando ciò che di buono poteva tirare fuori da una storia così fuori dell'ordinario; al contrario, se pure un autore ha intimamente l'intento di costruire un'opera anticoloniale, antirazzista, questo deve essere percepito dallo spettatore, perché la 'neutralità dello sguardo' non sempre paga. Nessun paragone, quindi con "Freaks", "Elephant Man", opere nelle quali la neutralità dello sguardo non implica la rimozione della pietas. Kechiche, al contrario, si fa prendere dalla cornice esotica, vi si immerge, cita a sproposito Daumier, i simbolisti francesi, la carne, la morte e il diavolo, credendo di fare i virtuosismi di Ophuls, fa vorticare la mdp in maniera iperbolica, finendo in un estetismo fine a se stesso. Certo, affermare che tra gli aguzzini della Venere Nera c'è anche Kechiche, è una provocazione che ha un fondo di verità perché la voglia di estetismo collide con con la volgarita esibita di molte scene, per es. quando Reaux, per eccitare la conventicola dei signorotti, fa balenare un fallo di gomma che posa sulle labbra, sotto le nari, alla lingua dei depravati sadici. Potrei definire questo film 'jacopettiano', un aggettivo che, con mia somma sorpresa, negli ultimi tempi, anche su questo sito, ha assunto un valore positivo. Del resto, chi non apprezza il continuo sdoganamento del trash, rischia di passare per 'un bacchettone moralista', proprio come Giuliano Ferrara apostrofa i critici dei banchetti di Arcore. Un saluto.

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  • 22 giugno 2011, 13:46 di spopola

    ... terribile!!! (lo sdoganamento in posiitivo" di quel cinema e di "quella" modalità "immorale" di rappresentare le cose. Quel cinema non merita rispetto nè assoluzione, perchè come dice gisutamente il Morandini, il film non è ignobilee semplicemnte per il fatto che Jacopetti (e i suoi epigoni) falsifica la realtà e la corregge a fini spettacolari per risvegliare i peggiori istinti dell'uomo (aggiungo io) ma soprattutto perchè la scoperta dell'insolito e la rappresentazione della crudeltà non possono prescindere mai da l rispetto dell'uomo. Certamente immagino che Kechicke non sia allo stesso livello, ma semplicemente "immaginare" quel che tu ben metti in evidenza, mi urtica un poco la pelle e fa aumentare la mia ritrosia verso questa pellicola /che comuqnue "sovrò" prima o poi vedere almeno per documentarmi, visto che sono uno che ha molto apprezzato tutto il precedente cinema di questo regista).

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  • 22 giugno 2011, 14:22 di Marcello del Campo

    I film vanno visti. E se i film precedenti di Kechiche, - che anch'io ho molto apprezzato, - mi hanno indotto a un giudizio troppo severo? E se qualcosa, - una sola scena, mettiamo, - hanno fatto scattare in me un risentimento che travalica il film stesso. Qualcuno potrebbe pensare, notando come talvolta io cambi il voto di un film, - che manco di certezze, non sarebbe in errore, è vero: infatti il mio voto per il film "I padroni del destino" entro stasera passerà da quattro a tre stelline, è in forse anche "Tree of Life" (da cinque a quattro); eppure ho difeso quest'ultimo fino al litigio. Tu sei troppo esperto per non sapere quanto il giudizio su un'opera sia suscettibile di variazioni. Non ho scritto un'opinione per convincere qualcuno, ma qualcuno ha scritto delle opinioni sui due film di cui sopra che mi hanno convinto a modificare il mio punto di vista. Le oscillazioni sono dovute anche all'offerta del mercato: può avvenire che chi è rimasto deluso da qualche film in circolazione intravveda nel film di Kechiche un'opera meritevole; ma io la sera prima ho visto "La donna che canta" di Villeneuve e in quel film bellissimo (uno dei migliori di quest'annata) che narra un'altra storia di donna, non mi ritrovo (anzi, non trovo) nel film di Kechiche la superba meraviglia della 'congettura di Siracusa' ma solo un film triviale. L'unica certezza di giudizio è nei film passati in giudicato dalla nostra memoria. Proprio per questa ragione la critica migliore si esercita nelle riviste specializzate, - dopo avere maturato un giudizio obiettivo, fuori dalle interferenze delle nostre personali oscillazioni del gusto. A presto.

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  • 22 giugno 2011, 17:29 di spopola

    .. sono d'accordo e alla fine per questo andrò poi a vederlo.... e le variazioni anche di giudizio sonofrequenti anche per quanto mi riguarda. (condividop il tuo apprezzamnet per "LA DONNA CHE CANTA"

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