Opinione di carlos brigante su La pecora nera
Con Ascanio Celestini, Maya Sansa, Giorgio Tirabassi, Luisa De Santis, Barbara Valmorin, Nicola Rignanese, Luigi Fedele, Alessia Berardi, Alessandro Marverti, Mauro Marchetti
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Sul film
I toni qua e là leggeri che traspaiono nel corso del film vengono spazzati via con forza e disinvoltura da Ascanio Celestini, il quale ci consegna un'opera nera di un'amarezza disarmante e che non si piega ad alcuna logica buonista.
Balzando tra passato e presente, lo spettatore si ritrova così immerso nella storia di Nicola, bambino fattosi ormai uomo, rinchiuso in un ospedale psichiatrico. È la storia di un incompreso, o meglio, dei tanti incompresi “giustiziati” da una società ingiusta, retrograda e inconsapevolmente (?) prigioniera della propria arretratezza culturale. “La pecora nera” rappresenta il dramma di un mondo schiavo dei propri individualismi; egoista, brutale e brutalizzante. Chi e cosa è malato? Chi e cosa genera malattia? Il tessuto sociale e il nucleo famigliare etichettano il “diverso” e così facendo la profezia che si autoadempie prende forma trovando adepti nella cecità di un mondo dal passato opaco e dal futuro senza orizzonte.
Ognuno sembra vivere nel proprio microcosmo: la nonna nel pollaio; i fratelli sui monti e tra le pecore; l'ex compagna di scuola al supermercato; e Nicola… in manicomio. Una serie di scatole cinesi dove ad un “in” corrisponde un “out”, che ritorna inevitabilmente ad essere un altro “in” fino a farsi nuovamente “out”, in un circolo vizioso senza fine e senza speranza. Si ha l’impressione di trovarsi costantemente in spazi chiusi, limitati e limitanti; dove l’aria non è mai pienamente respirabile e sopra cui riesce sempre ad insinuarsi un vento gelido che spazza via quei lievi spifferi di commedia.
Un’impressione del tutto opinabile, ma che a mio avviso trova riscontro nella scelta di Celestini di privilegiare i campi medi ammantati in una lucida fotografia dai toni freddi (o al massimo tiepidi) di D. Ciprì (!).
Se “Si può fare” risultava una favoletta (tutto sommato riuscita) dove traspariva, però, una certa dose di buonismo, “La pecora nera” è una riflessione amara sulla vita, in cui ad un “dentro” sempre uguale si contrappone un “fuori” cinico e spietato; disumanizzato e disumanizzante.
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