Opinione di lao su Pietro
Con Pietro Casella, Francesco Lattarulo, Fabrizio Nicastro
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Sul film
Nell'appartamentino fatiscente lasciato in eredità dai genitori ai due fratelli, Francis e Pietro, le tracce del degrado sono ovunque, nel frigo vuoto, nella brande sfatte in camera, nella sporcizia e nei vecchi mobili a pezzi. Restano deboli segni di una vita comune i rudimentali disegni appesi alle pareti fatti da Pietro e una copia ingiallita di "Michele Strogoff", il libro di Verne, il cui eroe “prima non ci vede, poi ci vede”. Le avventure di Pietro in una scalcinata metropoli del Nord Italia assomigliano a quello del personaggio principale del libro che sta leggendo: anche lui vivendo pagina per pagina il romanzo della sua esistenza di derelitto, prima perde l'uso degli occhi e lo riacquista poi in una confessione fuori scena, un monologo teatrale recitato dal primo attore, quando il teatro si è svuotato. Analogamente in "Pietro" di Gaglianone lo spettatore viene lasciato in balia della mancanza di una visione nitida delle realtà e l’effetto è voluto, perseguito tramite uno stile di regia al limite dell’artigianale: egli vede cose e persone sfocate, prive di contorni e di identità, esattamente come le percepisce il fragile protagonista. Pietro non è cieco, deve diventarlo per sopportare il peso del marciume che gli sta attorno: a fare da collante in una città in rovina fisica e morale è la brutalità gratuita dei gesti e l'assenza di pietà umana. Eppure Pietro è l’esploratore guida ideale, anzi l’unico possibile, all'interno degli inferni urbani contemporanei: Torino o Milano sono tragicamente identiche alla Napoli di "Gomorra", un universo frantumato senza gerarchie di valori dominato dalla barbarie per il quale l'analisi critica dell'artista neorealista non sarebbe che anacronistica utopia. Il j’accuse non risveglierebbe più coscienze tramortite: il volo con il paracadute o con l’eroina è la grottesca degradazione dell’aspirazione ad un mondo di emozioni più autentiche. "Che c'è da sapere?" dice Pietro alla ragazza incontrata che vorrebbe raccontargli di sé: le storie o la Storia sono sepolte chissà dove in agglomerati umani senza futuro, nei quali il passato è il malinconico motivo di una fisarmonica sotto i portici del centro e non ci sono che i ritardati mentali a fermarsi incantati credendo al miracolo di un crepuscolo romantico sulla discarica. http://spettatore.ilcannocchiale.it
Commenti
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27 agosto 2010, 00:13 di cantautoredelnulla
Molto bella questa opinione, credo che tu abbia detto tutto! La musica non è mai fuori campo, ma sempre chiamata a partecipare attraverso una sorgente ben determinata, come nel caso che hai indicato con la fisarmonica, uno dei momenti più "romantici" del film. Ho trovato la violenza psichica di questo film notevole, ben rappresentata e coraggiosa perché si incontrano sempre meno film capaci di denunciare senza cadere in facili cliché da film d'autore. Che te ne è parso della divisione in capitoli? A me all'inizio non entusiasmava molto, nel finale però sembra avere acquistato un senso. Bella anche l'interpretazione che hai dato delle sfocature e della tecnica registica, davvero ben equilibrata. Io ho trovato che anche l'utilizzo di primi piani con profondità di campo ridottissime rendevano benissimo la soggettività dei protagonisti. A te che te n'è parso? Ben costruito o troppo da manuale nelle riprese? Spero di non averti posto troppe domande e di non averti infastidito con la mia curiosità :D Ciao
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27 agosto 2010, 12:04 di lao
Cantautore del Nulla. Ciao grazie ...dal ritrono delle vacanza ( spero tu le abbia passate serenamente) Pietro è stata una piacevole sorpresa per il cinema italiano. Non è un film perfetto intendiamoci ma vengo a quello che mi chiedi: neppure a me la divisione in capitoli entusisama, ha un che di manualistico e libresco ma qui aveva un senso visto il riferimento al romanzo di Verne. Certo il legame poteva essere trovato con qualche idea di regia più audace, ma capisco anche che possa mancare il coraggio o i mezzi per andare al di là delle convenzioni dei film che vogliono documentare la realtà. Tuttavia ben vengano opere simili che ci fotogravano per quello che siamo diventati, visto la condizione bieca dell'informazione e del giornalismo nel nostro Paese. Per fartela breve: la pellicola è ancora vicina per molti aspetti agli stilemi del neorealismo, ma il talento di Gaglianone è indubbio come la voglia di dire qualcosa di originale, e tutto ciò va inconraggiato ed apprezzato. Secondo me il riferimento a Gomorra è d'obbligo. Scusa l'anarchia della risposta ma lo spazio...
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29 agosto 2010, 14:37 di cantautoredelnulla
Sono d'accordo, un richiamo a Gomorra nella composizione e nella rappresentazione è più che plausibile. Del resto la deriva di una società raramente mostrata al cinema, ma che ci circonda in ogni dove (e Milano, Roma, Genova, Palermo non sono diverse da Torino o Napoli) e che si muove ai margini dell'apparenza benestante del nostro Paese, non può che richiamare alla mente film che hanno avuto l'onore e il coraggio di introdurre questo filone di cui, probabilmente, si comincia a sentirne il bisogno. Sono d'accordo anche sul talento di Gaglianone, almeno per quanto riguarda questa pellicola emerge e si fa protagonista. Non conosco altre sue opere, ma le cerco volentieri per vederle, così come faccio con le opere di Garrone. Ciao
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