Opinione di fixer su Il Grinta
Con Matt Damon, Josh Brolin, Jeff Bridges, Barry Pepper, Hailee Steinfeld, Domhnall Gleeson, Elizabeth Marvel, Ed Corbin, Paul Rae, Nicholas Sadler
- negative [8]
- sufficienti [22]
- positive [49]
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Sul film
No, no e ancora no. Dai fratelli Coen ci si aspetta imprevedibilità, sorpresa, innovazione, arguzia. Proprio ciò che manca a questo film. E’ un buon western, certo, ma come tanti altri. Un western in mano ai Coen non deve essere “un buon western” ma un prodotto oltre la media. Le aspettative quindi sono andate deluse. Vediamo perché. Non ci sono soluzioni visive particolari. Non ci sono sorprese: tutto è terribilmente prevedibile e scontato e, soprattutto, già visto. Alcune scene poi risentono pesantemente di scopiazzature sceniche abbastanza evidenti (da C’ERA UNA VOLTA IL WEST a IMPICCALO PIU’ IN ALTO). Ma una cosa che mi sembra evidente è che mentre nel film omonimo di Henry Hathaway a cui questo fa il verso, c’è uno spostamento di prospettiva. Là la figura chiave era John Wayne e tutto girava attorno a lui. Qui invece tutto sembra girare attorno alla giovanissima Mattie Ross (Hailee Steinfeld). Lo stesso Jeff Bridges e Matt Damon diventano da possibili protagonisti delle buone “spalle”. E questo cambia molto.
Focalizzare il film sulla ragazza era un gioco molto pericoloso ed in effetti il film ne soffre e parecchio. Mentre nel film di Hathaway la ragazza si dimostrava una tenace e testarda ragazzina, oscurata dalla stazza e dal carisma di un Wayne in uno dei suoi migliori ruoli autunnali, qui la ragazzina diventa un’insopportabile e saccente rompiscatole di cui viene disegnato un ruolo sopra le righe assolutamente non credibile e molto costruito.
Un vecchio marpione come Bridges e un giovane ormai affermato come Damon vengono in qualche modo oscurati dalla figura di Mattie. Il film soffre quindi di uno squilibrio che finisce per inquinare la cifra “classica” del western, e cioè la figura del vecchio “Man of the West”, alcolizzato, pigro ma erede di tutta una tradizione che non ammette grandi variazioni di tema e che, pur allentato e limitato dai segni del tramonto e dell’alcol, continua a dominare il mondo che lo circonda, detentore di valori elementari positivi e di abilità letali poco esibite per la raggiunta saggezza.
Ne GLI SPIETATI, Clint Eastwood è vecchio, malandato e più vicino all’ospizio che al “gunfight”, eppure la sceneggiatura lo aiuta a offrire un’interpretazione magistrale che sorregge una trama scricchiolante. A dominare la scena è sempre lui, nel bene e nel male. E questo si inserisce nel filone classico del western che non ammette variazioni sostanziali.
Certo, Altman, Aldrich, Huston, Penn ed altri hanno “spaccato” volutamente la sfera classica e inserito varianti importanti e valide, ma si tratta di episodi, di digressioni temporanee che non hanno inciso sull’orbita western che rimane pur sempre inserita in un filone classico. Per di più, questi registi intendono volutamente scardinare il “genere western” per le ragioni più disparate. Il western, per loro, è un genere che va riscritto e reinventato. Ma il loro tentativo è rimasto un episodio che non ha “rifondato” il genere. Lo stesso western chiamato “adulto” introduce temi nuovi come la sociologia, la politica ecc., ma rispetta, anche se a grandi linee, il filone schematico tradizionale.
I fratelli Coen hanno voluto fare un western di impianto “classico” con una importante variante: spostare l’asse interpretativo rappresentato, per tradizione, da attori protagonisti di stile tradizionale (esperienza, carisma, presenza fisica, abilità con la pistola, di poca parola e di ficcante azione) verso un’attrice di scarso peso carismatico ma dalla lingua lunga e tagliente, compiendo un’azione magari coraggiosa e curiosa che però non ottiene l’effetto desiderato. Certamente il film non diventa un Walt Disney Movie, ma non riesce nemmeno a decollare. Vedere uomini dalla scorza dura, rotti ad ogni più terribile esperienza, prendere ordini da una quattordicenne che ragiona e parla come un avvocato navigato, fa male al cuore e toglie fascino e interesse, tanto è sbilanciato l’assunto.
Dai Coen e da Spielberg (il produttore)ci si aspettava molto di più.
Sulla colonna sonora
Una delle cose migliori del film
Cosa cambierei
Scherziamo?
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