Opinione di Mr.Klein su Jane Eyre
Con Mia Wasikowska, Michael Fassbender, Jamie Bell, Imogen Poots, Judi Dench, Sally Hawkins, Tamzin Merchant, Simon McBurney, Sophie Ward, Jayne Wisener, Valentina Cervi
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Sul film
La Jane Eyre di Charlotte Bronte si presenta ancora oggi con l’espressione compiuta,e per i tempi in cui venne pubblicato il romanzo inedita,di un modello di temperamento femminile alle prese con l’esigenza di chiarire i propri sentimenti quando questi possono essere lo strato su cui si poggia e si assesta l’equilibrio della personalità della donna come questione sociale.
Oggi questa forma di stratificazione romanzesca potrà anche risultare desueta nel suo affidarsi a riflessioni che,dietro la scelta dell’intreccio narrativo,lo deviano di continuo per risultare un insieme di opinioni messa in bella scrittura che sconfinano in un trattato che abbraccia tutte le età della donna,o almeno quelle che di primo acchito appaiono più attraenti.
Se dovessimo partire anche solo da questi presupposti troveremmo un motivo abbastanza persuasivo per capire dove risieda la ragione che ha portato all’ennesima trasposizione(pare la ventottesima tra cinema e tv) del classico di Charlotte Bronte.
A voler essere sinceri,la trasposizione del testo,vista come elementare trascrizione,non presenta gli ostacoli del più arduo e meno addomesticabile Cime tempestose,se non per via di numerose lungaggini più esplicative che narrative,che ne fanno una via di mezzo tra la tiritera proto femminista e il feuilleton con qualche caduta nell’inverosimile.
Ma il cuore del romanzo,così come lo sentiamo pulsare nei ripetuti soliloqui della protagonista e nelle sue considerazioni di carattere moraleggiante,sorregge l’interesse per l’operazione di Fukunaga.
La sua si dichiara subito come una produzione BBC (e non è un difetto),sfrondata dei passaggi più patetici grazie alla sceneggiatura di Moira Buffini,che inizia con la trovata cinematograficamente rilevante del flashback che incuriosisce sul perché della fuga della giovanissima istitutrice(almeno per chi non abbia letto il romanzo) e che,in fondo,è l’unico espediente originale di un film privo di insistenza e di ricorsi al colpo di scena(uno dovrebbe esserci,ma passa via come un soffio),pur ingolfando qua e là la speditezza del racconto.
Il tema,così importante nel romanzo,dell’elaborazione del desiderio,prima che si riconosca come tale,e della lucidità che se ne trae,non solo in termini di dignità personale ma di affermazione di sé davanti a sé stessi,per trovare uno sfogo e un risultato concreti al proprio sforzo di resistere nella vita e non solo di esistere per un volere superiore(cui pure si dà molto peso),si stempera nella dilatazione di un appassionamento più atteso che subito,decifrato nel susseguirsi di un dialogo schivato nella sua forma più intima e poi sempre più disteso in una curiosità che chiarisce le somiglianze tra Rochester e Jane,anche grazie alle interpretazioni di Fassbender e Wasikowska,che si avvicinano ai loro personaggi senza imprudenze e con un evidente ma ben celato rispetto del classico d’origine,definendoli come due antichi innamorati in cerca dei tempi di solidarietà giusti.
Fukunaga si è speso sicuramente bene per la scelta del cast.
Indovina le due fanciulline che interpretano Jane da piccola e la sventurata Helen (Amelia Clarkson e Freya Parks,dolci e affrante nei toni opportuni,oltre che delicatissime nell’aspetto),amplia l’importanza del personaggio di Mrs.Fairfax(e trattandosi di Judi Dench è sempre un privilegio per lo spettatore goderne la presenza,anche se la sua ultima apparizione tra le macerie di Thornfield Hall è un’improbabile scorciatoia della sceneggiatura),riduce per fortuna la presenza di cicisbei e belles-dames-sans-merci che fanno capo allo sciocco personaggio di Blanche Ingram;e,purtroppo,esonera senza troppi complimenti i personaggi di Bessie e della direttrice Miss Temple,di Georgiana e Eliza Reed (che da adulte avrebbero meritato un po’ di spazio in più),come pure quello di Grace Poole,carceriera non sempre sobria dell’indemoniata Bertha.
Ma ciò che più spiace,in questo comprensibile lavoro di sforbiciatura,è la parsimonia dello spazio riservato ai fratelli Rivers,e in particolare al rapporto complesso e quello sì moderno fra Jane il tormentato Saint-John.
Anche se è lodevole la scelta di eliminare la scoperta del rapporto di parentela con i tre fratelli(il punto più debole e gratuito del romanzo),non lo è altrettanto quella di fare del giovane un uomo dalla moralità sorda,senza interrogativi,piuttosto che un cavaliere vergine,di una bellezza ammutolita dal bisogno di essere fedele solo alla legge di un personale martirio interiore,il cui rifiuto da parte di Jane non è solo la ribellione ad un destino già scritto,ma l’intenzione altrettanto radicata di dare sostanza alla passione non nella sua realtà di possesso ma di condivisione tra pari di rigorosa speranza.
Tutto questo si perde in una narrazione sempre più educata,che trattiene e a poco a poco libera una tranquilla luce che sa di poter occupare la scena.
Se poi può parlare l’ammiratore oltre che l’estimatore,non ha alcun senso l’impiego di una Valentina Cervi a dir poco sprecata,in una comparsata di nessun valore:Bertha Mason,descritta come una via di mezzo tra un vampiro e un licantropo,qui sembra una fata smarrita,catturata senza motivo e condannata a vivere in una cella quasi per dispetto.
Si fa apprezzare,comunque,quel finale ruvido,spoglio,di laconica riappacificazione,rapido e senza ulteriori spiegazioni che non siano quelle già espresse,già ammesse e finalmente vivibili,forse privo di una particolare felicità ma senza l’agitata e infruttuosa ricerca del luogo dell’anima in cui riconoscersi.
Sulla regia di Cary Fukunaga
Nessuna enfasi,nessuna aggressività:una dimostrazione di giovane saggezza nell’allineare eterne emozioni con consapevole e attenta arrendevolezza.
Sull'interpretazione di Mia Wasikowska
Si dimostra molto concentrata,seria e non altera nell’amministrare le difficoltà emotive che Jane Eyre vuole selezionare,senza darsi l’aria di approvare il suo personaggio lo accudisce e lo scruta e ne dà una versione di scabro romanticismo,aiutata da una delicatezza fisica meno retorica e più diffidente della schietta bellezza.
Sull'interpretazione di Michael Fassbender
Più discontinuo di Wasikowska,forse perché più vicino alla giovinezza di quanto non lo sia il Rochester della pagina scritta,appare come un atleta ancora senza medaglia,e anche per questo è meno faticoso e più istintivo il suo slancio verso la liberazione del suo bisogno di dedizione.Ha più orgoglio che tormento,ed è più agevole seguirlo e comprenderlo.
Sull'interpretazione di Jamie Bell
Il raggio d’azione in cui la sceneggiatura confina Saint-John non gli permette di coglierne tutte le sfumature,distante com’è anche fisicamente dal personaggio,e Bell segue diligentemente le poche tracce che del giovane Rivers sono rimaste.
Sull'interpretazione di Judi Dench
Qualunque sia la sua partecipazione e la sua permanenza sullo schermo,Judi Dench è l’incarnazione,forse più di Vanessa Redgrave,di una statura professionale di perfezione cristallina nella quale trova asilo il progredire dei sentimenti più taciuti e più sinceri
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