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This must be the place - La recensione di FilmTv




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La recensione di FilmTv

di Boris Sollazzo

Sean Penn ti incontra e ti dice: facciamo un film insieme. È un po’ come se a un allenatore Maradona avesse detto: voglio giocare per te. Ovvio che gli costruisci la squadra attorno, i tuoi schemi in fondo possono passare in secondo piano. Così fa Paolo Sorrentino, regista che ci ha abituato a una regia che è personaggio del film essa stessa. Qui fa un passo indietro: la sua mano, il suo sguardo, la sua ironia malinconica e solo apparentemente un po’ nichilista ci sono, ma non si mostrano sfacciati come al solito. Il punto è che Ottavio Bianchi la squadra la faceva girare come un orologio proprio perché Diego segnasse e di fronte ai gol di Penn, si intuisce come il regista partenopeo gli serva gli assist al bacio e che, come Wenders a suo tempo, ha capito bene come esordire in America. This Must Be the Place, a tutti gli effetti, è una nuova opera prima di un cineasta che si trova di fronte alla sua sfida più complessa: conquistare un altro mondo, non solo cinematografico. Lo si capisce nella scrittura e nelle scelte: in questo on the road di (tras)formazione è il viaggio, più della struttura della storia, a contare. Il monologo/confessione a Byrne - a proposito, colonna sonora da urlo - è il più vicino a quello servilliano di L’uomo in più, la depressione disincantata della rockstar pentita è quella di un Titta Di Girolamo trasformato in Robert Smith. C’è tutto il cinema di Sorrentino e c’è altro, non è la sua opera migliore, ma forse la sua più matura e consapevole, quella che verrà amata e celebrata col tempo (come il Paris, Texas del citato Wenders, di cui qui ritroviamo Harry Dean Stanton). Allo stesso tempo non c’è la struttura circolare, vorticosa a cui il cineasta ci ha abituato: la centralità del personaggio attorno a cui tutto precipita o cambia, qui trova un percorso orizzontale, lineare, in cui luoghi, personaggi, storie vengono solo sfiorati, lasciandoti un paio di volte con l’amaro in bocca. Tornando alla metafora calcistica: Sorrentino fa finte, dribbling, colpi di tacco e rovesciate, ma segna solo al novantesimo con quel finale feroce che sembra una promessa/minaccia a chi Oltreoceano lo conoscerà con questo film. Non un capolavoro, ecco, ma una presentazione in grande stile.


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