This must be the place - La recensione di FilmTv
Con Sean Penn, Eve Hewson, Frances McDormand, Judd Hirsch, Harry Dean Stanton, Heinz Lieven, Kerry Condon, Olwen Fouere, Simon Delaney, Joyce Van Patten, Liron Levo, David Byrne, Shea Whigham
La recensione di FilmTv
Sean Penn ti incontra e ti dice: facciamo un film insieme. È un po’ come se a un allenatore Maradona avesse detto: voglio giocare per te. Ovvio che gli costruisci la squadra attorno, i tuoi schemi in fondo possono passare in secondo piano. Così fa Paolo Sorrentino, regista che ci ha abituato a una regia che è personaggio del film essa stessa. Qui fa un passo indietro: la sua mano, il suo sguardo, la sua ironia malinconica e solo apparentemente un po’ nichilista ci sono, ma non si mostrano sfacciati come al solito. Il punto è che Ottavio Bianchi la squadra la faceva girare come un orologio proprio perché Diego segnasse e di fronte ai gol di Penn, si intuisce come il regista partenopeo gli serva gli assist al bacio e che, come Wenders a suo tempo, ha capito bene come esordire in America. This Must Be the Place, a tutti gli effetti, è una nuova opera prima di un cineasta che si trova di fronte alla sua sfida più complessa: conquistare un altro mondo, non solo cinematografico. Lo si capisce nella scrittura e nelle scelte: in questo on the road di (tras)formazione è il viaggio, più della struttura della storia, a contare. Il monologo/confessione a Byrne - a proposito, colonna sonora da urlo - è il più vicino a quello servilliano di L’uomo in più, la depressione disincantata della rockstar pentita è quella di un Titta Di Girolamo trasformato in Robert Smith. C’è tutto il cinema di Sorrentino e c’è altro, non è la sua opera migliore, ma forse la sua più matura e consapevole, quella che verrà amata e celebrata col tempo (come il Paris, Texas del citato Wenders, di cui qui ritroviamo Harry Dean Stanton). Allo stesso tempo non c’è la struttura circolare, vorticosa a cui il cineasta ci ha abituato: la centralità del personaggio attorno a cui tutto precipita o cambia, qui trova un percorso orizzontale, lineare, in cui luoghi, personaggi, storie vengono solo sfiorati, lasciandoti un paio di volte con l’amaro in bocca. Tornando alla metafora calcistica: Sorrentino fa finte, dribbling, colpi di tacco e rovesciate, ma segna solo al novantesimo con quel finale feroce che sembra una promessa/minaccia a chi Oltreoceano lo conoscerà con questo film. Non un capolavoro, ecco, ma una presentazione in grande stile.
Commenti
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16 ottobre 2011, 21:36 di pornostar
giusto. Non l'esordio internazionale che si aspettava. la prima ora soporifera.ci vorrebbe una versione da un'ora.
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