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Opinione di OGM su Molto forte incredibilmente vicino





Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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07/02/2012 voto al film: voto buono

Sul film

Da questo film non si riesce a staccare lo sguardo. Aver letto il romanzo di Jonathan Safran Foer non ne diminuisce il fascino. La disperata ricerca di un collegamento all’interno del nonsenso: la pura casualità è troppo incomprensibile per essere accettata dalla ragione, che si nutre di motivi da ricostruire, di enigmi da risolvere. Non esistono indizi che non portino a qualcosa, oggetti od eventi che capitino sulla nostra strada senza essere indicatori di una direzione. Per il piccolo Oskar Schell, una chiave sconosciuta scoperta dentro un vaso è, insieme, traccia e mistero. Il bambino vi vede un segnale da decifrare: un sibillino rimando al padre scomparso, il cui corpo è andato disperso sotto le macerie del World Trade Center. Quel ritrovamento è troppo strano per non avere un significato. E Oskar inizia ad indagare, con fare sistematico ed instancabile, senza lasciare nulla di intentato, per riallacciare quel legame troncato in maniera tanto crudele ed assurda. Raccogliere un’eredità da chi ci ha lasciato: tutti ne abbiamo bisogno. Non si può essere lasciati a mani vuote da un padre che se ne va. Questa verità ha diverse facce, che dipendono dal tipo di lascito che si vorrebbe ricevere: materiale, affettivo, o semplicemente indefinibile. Tre versioni che corrispondono, in questa storia, alle situazioni di altrettanti personaggi: tre figli che hanno dovuto aspettare, per poco, a lungo, o per sempre. Ciò che manca a Oskar è una risposta, che desidera con tutto il suo cuore di bambino. A quell’età le aspirazioni si chiamano ancora sogni, e sono animati da un’intensa carica di fantasia e da una sfrenata voglia di giocare. Si cresce cacciando tesori ed inseguendo aquiloni: andare dietro a ciò che è inafferrabile ci insegna a progettare il futuro. Per Oskar l’ansimo della corsa è diventato il suo normale respiro; è il ritmo forsennato con cui la sua mente partorisce ricordi e la sua bocca erutta fiumi di parole. La concitazione di una passione infantile è il palpito di un eros primigenio, avido di sapere ed ansioso di dare sfogo alla propria irrequietezza. La regia di Stephen Daldry imprime questa energia sulla pellicola impregnandola di tutta l’angoscia di un’assenza: o, meglio, della radiazione emessa da una presenza distante, appartenente ad un mondo ormai disgiunto dalla vita, di fronte al quale si prova grande attrazione, ma anche tanta paura. La perdita di cui  non si viene a capo è lo stimolo che spinge ad andare oltre, a scavare a fondo, portando avanti il pensiero e facendo maturare il sentimento: solo se il traguardo è irraggiungibile, questo cammino può proseguire in eterno. Il rapporto tra Oskar  e suo padre ruota intorno ad una favola metropolitana, riguardante un fantomatico sesto distretto di New York, che un tempo esisteva e poi è svanito nel nulla. Il passato irrecuperabile, favoloso e forse inventato, è l’anima di tutte le mitologie e le religioni: come a dire che l’insegnamento può essere perfetto e duraturo solo se affonda le radici in una leggendaria inconoscibilità. Questo film si lascia morbidamente avvolgere dall’inesistente, che riesce a trasformare in una luminosa espressività: quella che, ad esempio, caratterizza il personaggio del vecchio affittuario, affetto da mutismo, per il quale, però, l’assenza di parola  diventa ricchezza di sfumature concettuali, affidate ad atteggiamenti del viso e delle mani e a movimenti di foglietti scribacchiati. Oskar, a sua volta, si nutre del vuoto, del vento proveniente da quella voragine che si è improvvisamente spalancata di fronte a lui; e anche  dell’inutilità dei suoi viaggi attraverso la città, dei giorni passati a bussare alle porte di gente mai vista, della disillusione che, comunque, è concretezza che giunge a mettere un punto finale all’interminabile affanno dell’utopia. Molto forte, incredibilmente vicino è l’eco dell’ignoto, che all’umanità fa solo un vago cenno da lontano; eppure, se noi lo vogliamo, possiamo credere che si rivolga espressamente a ciascuno di noi, chiamandoci  singolarmente, e a gran voce.  


SI

Commenti

  • 24 aprile 2012, 14:12 di nibbio

    Io non sono così brava a scrivere, posso comunque dire solo che condivido in pieno ed ho trovato il film bellissimo. Così come anche il libro lo era. Perchè non 5 stelle?

    cancella commento cancella commento e blacklista nibbio
  • 24 aprile 2012, 22:09 di OGM

    Cara nibbio, ti ringrazio. Il messaggio del libro e del film è troppo importante per poter ricevere, da me, un giudizio a cinque stelle. Aspetto che a dargliele sia la vita stessa, una volta che la sua verità, inafferrabile e indistinta, dispersa nell'aria come goccioline di nebbia, si sia sedimentata in alcune risposte necessarie, finora soltanto intraviste. Le quattro stelline sono i puntini di sospensione di un'attesa fiduciosa, l'incipit di una rivelazione che aspetta il suo coronamento, al quale manca apparentemente solo un piccolo dettaglio, e però viene infinitamente rinviato. Fuori di metafora, convengo con te che il romanzo di J.S. Foer sia un piccolo gioiello strappato all'anima, e che il film di S. Daldry lo faccia davvero splendere sullo schermo, con la luce intensissima, eppure discreta, dell'assenza che, con un linguaggio segreto, ci parla attraverso lo spazio e il tempo. Sono talmente numerosi, e così fondamentali, gli interrogativi che quest'opera ha il coraggio di aprire, che ci si può sentire restii a suggellarli con un giudizio perfetto e definitivo. Sarebbe un po' come volerli chiudere. Io preferisco lasciarli spalancati, affacciati sul vuoto dell'unica stellina mancante, fingendo che quello sia il segnaposto dell'ultima, nuova Alba che tutti aspettiamo. Un carissimo saluto da OGM.

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