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Opinione di Mr.Klein su Quando la notte





Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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28/12/2011 voto al film: voto sufficiente

Sul film

Le intenzioni e i risultati da sempre sono i pesi che Comencini non sempre riesce a bilanciare.
Anche qui la difficoltà dell’impasto affatica la comprensione di quale sia il senso del film che all’inizio si presenta come di genere o quasi,una storia seguendo la quale scopriremo un segreto,più suggerito che indagato e che in un certo viene rimosso in corso d’opera.
Il  tema è un altro,e il fatto che non accetti ornamenti lo rende doppiamente interessante: come vede sé stessa e quanto poco può piacersi una donna nel ruolo di madre, solco emotivo tanto più imprevedibile quanto più sepolto sotto l’assenza di spiegazioni(e di aiuto esterno) che una donna ha a disposizione,lasciata sola nella condizione di imposta felicità.
Questo paesaggio con al centro una donna con bambino,che da un momento all’altro minaccia di diventare ostile,è una scenografia in cui è impossibile fermare le correnti del proprio rimorso.
Cristina Comencini amplia di molto il perimetro entro il quale si muove il suo percorso registico,senza tentennamenti,anzi rifiutando con una certa energica intransigenza intromissioni alla sua testardaggine espressiva,come se si dovesse essere subito disposti a seguirla senza indicarle strade più praticabili.
Sorprende questa durezza, e il film ne acquista nel suo avvicinarsi al senso di poca decenza,di poco pudore che una donna può avvertire quando si scopre non idonea al ruolo di madre così come viene descritto dalla sua interpretazione ideale;con esso si fa spazio l’insostenibile adattabilità a sentirsi quietamente ostaggio di una creatura dal sacrosanto egoismo che snatura la coscienza della femminilità in un elemento sempre più casuale e discontinuo della proprio identità.
Questo sospetto sempre più fondato che diventa carne e sangue nella presenza del bambino e obbligo a proteggerlo anche quando la forza necessaria viene smarrita induce Comencini a insistere su una solitudine senza pause che trova in Claudia Pandolfi l’interprete concentrata,forse un po’ troppo contrita ma tesa e mai distratta di cui la regista aveva bisogno per materializzare un disagio che non viene mai veramente studiato.
A lei si devono gli accenti più convincenti e gli entusiasmi frustrati che sono forma e sostanza della pellicola,solo saltuariamente sfiorati da Filippo Timi,inadeguato e perplesso,fermo al Mussolini di Bellocchio.
Il fastidio nei confronti del film dimostrato da diverse fonti certifica la pigrizia della mentalità italiana davanti ad un’ardita operazione la cui intenzione dichiarata è quella di farsi riconoscere come film europeo più che italiano;pigrizia,questa,che viene pungolata dal rifiuto di concedere parentesi umoristiche a quell’argomento che abbiamo sempre dimostrato di detestare:il tema dell’intimità quando è intercettata in gesti e sottrazioni e non è dialogata,soprattutto se nel contesto si insinuano le vibrazioni del melò senza l’espediente di un intrigo.
Non suoni come una difesa in cui a parentesi di illuminante intelligenza si uniscono vistose stonature e un sovraccarico senso di malinconia.
L’introduzione di tutto il commento familiare in cui Manfred appare come uno straniero ha la parvenza di un’incerta saga familiare troppo affollata e appesantita da una serie di indizi che annunciano molto e poi deludono le attese.
E’ vero che abbiamo il piacere di rincontrare,ancora una volta in un ruolo al di sotto delle loro possibilità,due interpreti come Cescon e Trabacchi(fosse stato dato a lui il personaggio di Manfred sarebbe stato meglio per tutti),ma la confusione è evidente e la rapidità con cui vengono “spiegati” i loro personaggi è da romanzo d’appendice.
Fermarsi,invece, al disadattamento momentaneo di Marina e al solitario astio di Manfred sarebbe stato l’ideale per fare un film meno dispersivo.
Il momento in cui Marina confessa ,prima che ad altri a sé stessa, di vedere il nemico nella creatura senza difese cui ha dato la vita e di sentire un sentimento di violenza dovuto allo scarseggiare dell’energia sana che si tramuta in respingimento e non in calore è il più intenso e inspiegabilmente condivisibile(anche da parte di un uomo) di tutto il film.
Comencini,purtroppo,vuole farci conoscere anche il seguito,a scapito del buono che l’aveva preceduto.
All’ambizione giustificata che regge la storia si unisce una fiducia in sé stessa che non lo è altrettanto,perché la regista ama troppo l’idea di popolare il film come fosse una riunione di famiglia in cui c’è sempre l’ospite in più.
Il linguaggio stesso ne risente,perché rinuncia alla durezza dell’inizio e diventa soffice,troppo motivato nella sua scrittura da un’ottica che non devia mai dalla sua natura borghese,senza accettare,come si è detto,obiezioni,cosa che piega il film dalla parte di un postulato da condividere.
Se Comencini avesse avuto il coraggio di una definitiva,spoglia brutalità, avrebbe fatto guadagnare al suo film anche una compassione più inesprimibile,forse,ma più giusta.
Ciò che segue non piace affatto,soprattutto il quell’ultimo quarto d’ora in cui il film crolla rovinosamente e compromette l’aspetto più interessante del rapporto tra Marina e Manfred:quel loro essere capaci di far combaciare i margini della precaria ipersensibilità che li affligge,senza presentarli come due goffi amanti che paventano l’ingresso nella loro stanza di uno dei due coniugi.
Nonostante questo,Quando la notte mantiene il suo aspetto di film incoraggiante senza avere una dispettosa alterigia nei confronti dello spettatore e offre la possibilità ad un’attrice come Pandolfi di fornire una prova che vale la visione e quasi completamente la giustifica.

Sulla regia di Cristina Comencini

E’ una prova matura anche se sbilanciata verso un’inopportuna scelta di narrare anche attraverso particolari che non sembrano necessari.Bisognava che tagliasse una coda inutile nella quale dimostra che la scrittrice prende il sopravvento sulla regista.

Sull'interpretazione di Filippo Timi

Fuori parte,svogliato,si muove come se volesse far capire quanto poco fosse convinto.

Sull'interpretazione di Claudia Pandolfi

Davvero notevole nell’accogliere il disagio di una giovane donna allibita davanti all’impreparazione al ruolo di madre che non aveva previsto,esausta per lo sforzo di reprimere il pensiero della violenza come pure di trovare i motivi di una gioia che stenta a manifestarsi.Senza facili seduzioni,Pandolfi supera la prova che la porta a una quasi inconfutabile maturità.

Sull'interpretazione di Thomas Trabacchi

Sempre degno di lode anche quando il suo personaggio gli dà poche possibilità di brillare,qui sembra un guardiano che protegge tutto:la donna,la memoria,la quiete che costa fatica.

Sull'interpretazione di Michela Cescon

Esprime in maniera ideale la felicità e l’audacia che una maternità compiuta regala a una donna quando non è lasciata sola nel superamento di un momentaneo ma arduo disagio.


SI

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