The Lady (2011)
Con Michelle Yeoh, David Thewlis, William Hope, Jonathan Raggett, Jonathan Woodhouse, Susan Wooldridge, Benedict Wong, Sahajak Boonthanakit, William Hope, Danny Toeng
27/10/2011
Roma 2011 - Giorno 1: The Lady, David, Dudamel, Hasta la vista!, Turn Me On Goddammit e Scala al Paradiso
Dopo la preapertura di ieri sera con l'incontro a due con Penelope Cruz e Sergio Castellitto, rispettivamente attrice protagonista e regista di Venuto al mondo che si sta girando proprio in...
di Spaggy
La trama
Nel 1988 Aung San Suu Kyi (Michelle Yeoh), figlia del generale birmano assassinato dopo aver liberato dall’oppressione dell’impero britannico il suo Paese, lascia Oxford per ritornare in Birmania al capezzale della madre gravemente malata. Appassionatasi alle lotte democratiche per destituire il regime militare di Saw Maung, in nome di principi come il voto equo e la parità, Aung San Suu Kyi si candida alle elezioni, vincendole. Ma il sogno di divenire primo ministro si infrange contro la repressione sanguinaria dei militari che, rigetteranno l’esito delle urne, riportano il clima di terrore e la condannano agli arresti domiciliari, rifiutandole anche la possibilità di prendersi cura del marito, ammalatosi nel frattempo di cancro.
Sulla strada del biopic tradizionale, nelle zone di Attenborough (più Grido di libertà che Gandhi), Besson filma la figura mimetica di Michelle Yeoh, che ha dovuto ricostruire la personalità dell’attivista studiando moltissime ore di filmati documentari su di lei, non avendo potuto incontrarla. Se la rappresentazione della giunta militare rischia l’effetto caricatura, la dimensione intima ha invece una fortissima intensità. The Lady è pieno di abbandoni improvvisi (la figura di Aung San Suu Kyi che diventa piccola agli occhi del marito e i figli costretti ad andarsene), di telefonate interrotte, di abbracci appassionati, con la prova monumentale di David Thewlis, in cui ogni incontro viene mostrato come se fosse l’ultimo.
AUNG SAN SUU KYI, VIVA E IMMORTALE
Aung San Suu Kyi è uno dei principali oppositori della giunta militare al potere in Birmania. Ha dedicato tutta la sua vita alla lotta per l'avvento della democrazia nel suo Paese. Dopo aver vinto le elezioni politiche nel 1990 ed essere stata insignita del Premio Nobel per la Pace l'anno successivo, è rimasta agli arresti domiciliari per quasi quindici anni senza rinunciare mai alla lotta. Nel 1999 ha dovuto rinuciare a partire per l'Inghilterra per far visita al marito, che stava morendo di cancro, per paura che gli venisse negato il rientro in Birmania. E solo nel novembre del 2010, dopo la sua liberazione, ha potuto riabbracciare i figli Alex e Kim, a dieci anni dall'ultima volta che li aveva visti.
MICHELLE YEOH PROTAGONISTA E MOTORE DEL PROGETTO
L'idea di realizzare un film sulla figura del premio Nobel Aung San Suu Kyi è venuta direttamente all'attrice Michelle Yeoh che, dopo aver letto la sceneggiatura ed essere rimasta impressionata da una figura femminile così forte anche per il mondo del cinema, l'ha proposta a Luc Besson, contando sul suo aiuto sia per la produzione sia per la regia. Reticente in un primo momento a causa di impegni già presi, Besson ha cambiato idea dopo la lettura del copione, da cui è stato letteralmente rapito: conoscendo della vicenda solo ciò che aveva letto sui giornali, è rimasto folgorato dalla volontà di una donna dalla figura esile ma caparbia che non si è lasciata piegare dalle traversie del destino e ha sacrificato la sua vita privata in nome degli ideali in cui credeva.
IL TOCCO DI BESSON
Con una prima bozza che virava più verso il documentario che sul cinema di finzione, Besson ha aggiunto il suo tocco al copione già esistente, conferendogli un respiro più ampio e cinematografico, portando sullo schermo non solo la lotta politica ma anche gli anni che San Suu Kyi ha passato a completare i suoi studi durante la reclusione forzata, in cui l'unica via di fuga alla pazzia erano i libri su cui concentrava le proprie attenzioni. L'aspetto più frustrante era però quello di dover raccontare la biografia di un persona ancora in vita senza avere modo di incontrarla e sentire direttamente il suo punto di vista, con il rischio così di tradire la verità o di appesantirla. Gli unici appigli per Besson erano quindi i pochi libri a disposizione che ripercorrevano la storia della donna e quella del padre, un rivoluzionario che ha portato alla liberazione della Birmania nel 1940, assassinato quando Suu Kyi aveva solo tre anni, oltre alla documentazione inerente ad altre figure costrette dal regime ad anni di carcere, come lo scrittore U Win Tin o all'attore Zargana. Così come la protagonista del film La scelta di Sophie che deve scegliere tra i suoi due figli, anche la Suu Kyi di Besson è rappresentata come una persona chiamata a fare una scelta difficile e dolorosa tra l'amore per la sua famiglia e quello per il suo Paese.
La recensione di FilmTv
Di Simone Emiliani - FilmTV n. 12/2012
L'opinione più votata
Di M Valdemar scritta il 27/03/2012 - utile per 15 utenti
Voto al film: 
[un militare ad Aung San Suu Kyi]
In queste brevi parole dall’aspetto gentile risiede tutta la tragicità di una costrizione abietta e vigliacca.
"Libertà" di “scegliere” tra la famiglia, lontana, ad Oxford - e quindi con la certezza di non poter più rientrare - e la patria, devastata da una dittatura tra le più crudeli e repressive.
La grandezza del film sta nell’aver saputo efficacemente descrivere questa condizione assurda, segnata da un vile isolamento protrattosi per lungo tempo, che nemmeno la grave malattia del marito, Michael Aris, ha potuto interrompere.
Se The Lady è - doverosamente - la storia di questa donna eccezionale (che, per inciso, poteva tranquillamente proseguire nella sua vita da “casalinga” nella quieta Inghilterra), e quindi di tutte le traversie che l’hanno segnata (ma “la lotta continua“) sin da bambina, meritoriamente lo script e Besson danno ampio risalto ad Aris, la cui figura - sconosciuta ai più - contraddistinta da un amore incondizionato per la moglie che gli fa sopportare le più nefaste esperienze, s’erge, col suo incedere silenzioso ma determinato, a vitale supporto nel difficoltoso cammino intrapreso dalla sua “Suu”.
Le lacrime che le cadono dagli occhi alla notizia - non inaspettata eppure sconvolgente - del decesso di Michael non lasciano indifferenti, sgorgano direttamente nel profondo dell’animo in un profluvio emozionale disturbante e parimenti rincuorante.
La violenza, cruda, malvagia, persino banale contrapposta ad una dolcezza infinita, ad una risolutezza quasi “spirituale” nel perseguire la verità, la giustizia, l’armonia tra le genti accogliendone le voci, le diversità, i bisogni.
Naturalmente il pericolo retorica, anche in chi affronta una questione del genere cercando anche solo di parlarne, è alto; il disinteresse, per contrappasso, rischia così di diventare predominante. D’altronde, l’indifferenza, o meglio, l’abitudine ad apparire/essere/sentirsi indifferenti è uno dei mali della società moderna.
Ed invece il regista - di cui sono ben noti i trascorsi, lo stile, la “grandeur” - evita inutili lungaggini ed eccessi di enfasi e di facile ricercatezza della commozione, non indugia sui dettagli più effettistici che l’avrebbero potuto portare fuori strada. La sua conduzione è sicura, ispirata, conferisce ottima tenuta e ritmo calzante, con una messa in scena poderosa e sempre precisa, anche nella gestione dei diversi registri di ambienti e situazioni; in più, egli non ostenta la sua presenza, anzi, è come se avesse aperto un ossequioso distacco tra sé e l’oggetto-culto delle sue riprese, The Lady.
Il suo è un affresco biografico potente che coinvolge e cattura, che appassiona e ammutolisce.
Si potrà forse obiettare riguardo certi momenti apparentemente agiografici e una sceneggiatura che in alcuni passaggi non è molto incisiva e compatta, e valutare un poco sbrigativo il finale, ma - fermi restando gli inevitabili e necessari risvolti commerciali - la sincerità, la partecipazione di autrice (Rebecca Frayn) e regista appaiono sincere, le loro motivazioni autentiche, colme di rispetto e desiderio di diffondere il pensiero e la storia di questa donna straordinaria (e va bene se una volta tanto -non- si sprecano aggettivi elogiativi e superlativi).
La macchina da presa è spesso lì, a inquadrare in primissimi piani i tratti gentili, “nobili”, sofferenti di Aung San Suu Kyi, a registrarne le impercettibili ma progressive mutazioni che gli eventi, perlopiù drammatici, portano con sé.
Per una pellicola di questa natura impossibile prescindere dalla prova degli attori: semplicemente magnifica Michelle Yeoh, perfettamente aderente al personaggio senza abbandonarsi in appariscenti istrionismi virtuosi e mascheramenti esagerati (che tanto piacciono alle giurie di certi premi …), immensa per attitudine e bravura. Ed altrettanto maiuscolo è David Thewlis: infonde spessore al personaggio di Michael Aris, la sua interpretazione in levare convince e colpisce con forza.
Forza che possiede questo film. Quella dei grandi film.
- negative [2]
- positive [1]
- leggi tutte le opinioni
1 aprile 2012 Opinione di leporello su "The Lady"
Somiglianze…. 1) Intanto, la birra: difficile non restare confusi quando ti chiedono se “The Lady” sia un film sulla Peroni Sans Souci… Hai voglia a ripeterglielo due o tre volte, scandendo le sillabe, ma se con l’accento non te la cavi più di tanto e se il birmano non lo padroneggi bene (e non così bene come la brava Michelle Yeoh, che il birmano se l’è invece studiato a fondo e con profitto), quello capisce sempre che è un film sulla birra. In compenso la...
voto al film: 
31 marzo 2012 Opinione di alan smithee su "The Lady"
Luc Besson ogni tanto prova a fare l'adulto, il regista serio dopo anni dedicati alle favolette sugli ometti verdi e a scimmiottare un'Indiana Jones in gonnella (per non parlare dell'agghiacciante serie di film d'azione prodotti sotto la sua egida). Si perché uno dei crucci che piu' sta a cuore del celebre regista francese e' quello di diventare lo Spielberg europeo. Tentar non è peccato ma i risultati delle filmografie dei due registi non sono nemmeno lontanamente accostabili. Il biopic...
voto al film: 
27 marzo 2012 Opinione di M Valdemar su "The Lady"
"Lei è libera di fare la sua scelta, signora“ ... [un militare ad Aung San Suu Kyi] In queste brevi parole dall’aspetto gentile risiede tutta la tragicità di una costrizione abietta e vigliacca. "Libertà" di “scegliere” tra la famiglia, lontana, ad Oxford - e quindi con la certezza di non poter più rientrare - e la patria, devastata da una dittatura tra le più crudeli e repressive. La grandezza del film sta nell’aver saputo efficacemente descrivere questa condizione assurda,...
voto al film: 
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