Visita <a href="http://www.liquida.it/" title="Notizie e opinioni dai blog italiani su Liquida">Liquida</a> e <a href="http://www.liquida.it/widget.liquida/" title="I widget di Liquida per il tuo blog">Widget</a>

J. Edgar - La recensione di FilmTv




locandina di J. Edgar

Acquista J. Edgar

Scegli tra i formati disponibili

J. Edgar disponibile in DvdJ. Edgar disponibile in Blu-RayJ. Edgar non disponibile in Umd

La recensione di FilmTv

di Giona A. Nazzaro

Una seduta spiritica, ecco cos’è J. Edgar, ennesimo capolavoro dell’autunno eastwoodiano. Il grande libro dei morti di Clint s’arricchisce di una pagina fondamentale. Una pagina che affronta di petto il cuore di tenebra che ha dato vita a Dirty Harry. J. Edgar è l’archeologia della violenza americana. Eastwood, però, è attentissimo a non ridurre il discorso su Hoover a mero gioco di rimandi interno alla sua mitologia cinematografica. Il film, infatti, è soprattutto la rievocazione della creazione di uno stato poliziesco che nelle immagini dell’ultima Stagione di 24 giunge alle sue estreme conseguenze (infatti Brian Grazer figura tra i produttori). Di Hoover, l’uomo che ha inondato i ghetti afroamericani degli Stati Uniti di eroina, Eastwood racconta i fatti accertati, in una sorta di flusso memoriale che sembra rendere omaggio alle concatenazioni proustiane di C’era una volta in America di Sergio Leone. In una vertigine nella quale la memoria si ripiega su stessa, dove la verità diventa indistinguibile dalla realtà, il gesto filmico di Eastwood tocca vette d’inaudita libertà. Il gioco con le maschere dell’età, il riflesso del tempo scrutato nello scorrere del cinema, l’attualità ridotta a un’ossessione del controllo, i dossier come strumento per fermare il tempo, processo questo che inaugura l’era dell’informazione. Eastwood, come sempre, chiamando alla sua tavola i morti, non può che parlare del presente, dell’oggi. Il passato non gli interessa. Con J. Edgar, Clint uccide il padre di cui non ha mai voluto essere figlio (cos’altro racconta Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo?). E nel farlo s’inventa una libertà formale inaudita. Come tutti i grandi, Eastwood sembra che stia addirittura iniziando a trascendere in virtù della potenza del suo sguardo i precetti del film “fatto bene”. Ossia, alla stregua dei Rossellini e dei Malick, riesce a portare il suo pensiero sullo schermo senza passare attraverso la grammatica del cinema. Come in Mezzanotte nel giardino del bene e del male, i fantasmi diventano parte integrante del tessuto degli Stati Uniti. Ormai anche Clint Eastwood, come lo Shakespeare del Sonetto 15, può affermare che «questa immensa scena ci offre sol fantasmi su cui le stelle tramano con arcano influsso».


Commenti

  • 5 gennaio 2012, 21:10 di Travis Bickle 1979

    Caro Giona, sai che ti stimo molto, ma in un pezzo di circa trenta righe, hai ripetuto la parola "tempo" nella stessa frase, e hai scritto due volte "libertà inaudita", invertendo solo l'aggettivo col sinonimo. Questa recensione, mi sembra molto di Cuore, ma poco "metabolica". Ciao.

    cancella commento cancella commento e blacklista Travis Bickle 1979
  • 6 gennaio 2012, 19:47 di laszlo

    Davvero per questo rassicurante, imbonitore e prevedibile cinema imprenditoriale si può parlare di “libertà formale inaudita” ? Dove? Regia, montaggio, sceneggiatura ? Se questo è il metro di giudizio che espressioni avremmo usato in passato (tanto per restare in quell’ area senza scomodare i maestri europei e orientali) per il cinema di Scorsese, Coppola, De Palma etc rapportato al gusto allora imperante ? Cinema dal futuro? Da un’ altra galassia? Dalla quarta dimensione ? Passi per un pigro spettatore medio ma un cinefilo o addirittura un critico non possono lasciarsi infinocchiare da questo scatolame ben etichettato.

    cancella commento cancella commento e blacklista laszlo
  • 11 gennaio 2012, 09:49 di chinaski

    Scriveva Mauro Gervasini nella sua recensione di Nemico Pubblico di Mann che una delle chiavi di lettura del film era quella in cui si vedeva Hoover che chiedeva i finanziamenti ad un giudice. Nell'ultimo film di Eastwood, J.Edgar, ci ritroviamo nella stessa aula di tribunale ed è interessante vedere, come i due registi, hanno mostrato la stessa scena. Differenze di stile, dunque. Mann in poche inquadrature, nervose e dense, racconta quello che Eastwood mostra in modo "classico", cioè con l'uso di campi e controcampi e inquadrature fisse. I due film, in alcuni momenti, sembrano complementari. Eppure la pellicola di Mann ha una potenza visiva che infuria contro la marmorea e funerea messinscena di Eastwood. Ed anche di questo film una delle chiavi di lettura è proprio quella di Hoover davanti al giudice. Scena attraverso la quale si inizia a svelare il lavoro di mistificazione svolto dal capo dell'FBI per creare nelle coscienze della società/pubblico americana un nuovo concetto di giustizia e crimine. Nel film di Mann i ruoli di gangster e poliziotti sono perfettamente intercambiabili ribadendo ancora una volta l'antica credenza seconda la quale sono le due facce di una stessa medaglia. Eppure Dillinger si trasforma nelle mani di Mann in una sorta di eroe, ribaltando completamente l'idea hooveriana di manipolazione programatica degli spettatori. Il crimine può essere condannato nella società reale (di cui cui purtroppo, nei nostri miseri giorni, ne è la base fondante), ma in quella immaginaria e fittizia dello schermo cinematografico ha una bellezza e una potenza senza paragoni.

    cancella commento cancella commento e blacklista chinaski

Lascia un commento

Per poter commentare occorre essere iscritti. Se non sei iscritto registrati, atrimenti fai login nel box in alto a destra



login

hai dimenticato la password?