Cesare deve morire (2011)
Con Fabio Cavalli, Salvatore Striano
04/05/2012
David di Donatello 2012, i vincitori: 5 statuette a Cesare deve morire
Come da tradizione da un paio d'anni a questa parte, la sede dell'Auditorium Conciliazione di Roma ha ospitato la consegna dei David di Donatello (qui le candidature). L'edizione 2012, condotta da...
di Spaggy
La trama
All'interno del carcere di Rebibbia, i detenuti in regime di massima sicurezza hanno la possibilità di occupare le loro lunghe giornate partecipando a un laboratorio teatrale che mette in scena, per lo più, le opere di William Shakespeare. Durante le prove e l'allestimento del "Giulio Cesare", le vite degli improvvisati attori si intrecciano inevitabilmente con quelle dei personaggi interpretati, costretti a confrontarsi con temi come il potere, la mancanza di libertà, la colpa e il rimorso.
Dal bardo di Stratford-upon-Avon, i Taviani prendono anche il trucco dell’Amleto (the play in the play: la recita della recita); dal loro stile, la romanzesca intensità dei volti (Bruto e Cesare, Salvatore Striano e Giovanni Arcuri, più di tutti) e la coreografia dei corpi (che si addensano e si sparpagliano come volatili). La bella musica di Giuliano Taviani (figlio di Vittorio) annega un sax dolente in fiati profondi e tellurici da sfilata imperiale. «Ora questa cella» dice uno dei detenuti dopo la recita «diventa una prigione». Il film, in realtà, è riuscito a trasformarla in qualcos’altro. Il ring dove combattere per dimostrare che nessun reato può privare nessuno di un riscatto.
I FRATELLI TAVIANI RACCONTANO IL LORO FILM
Cesare deve morire è stato scelto come unico titolo italiano (e unico documentario) in Competizione al Festival di Berlino 2012. La scelta di portare le telecamere all'interno del carcere romano di Rebibbia non è stata casuale a parlare del loro progetto sono direttamente i fratelli Paolo e Vittorio Taviani, Palma d'Oro al Festival di Cannes nel 1977 con Padre padrone.
LA GENESI DEL PROGETTO
È accaduto tutto per caso. Così come per Padre padrone, nato dopo un incontro con Gavino Ledda. Questa volta la molla è stata una conversazione telefonica con una nostra cara amica che ci ha messo in contatto con un universo che conoscevamo solo grazie ai film americani ma il carcere romano di Rebibbia è molto diverso da quello che avevamo visto sullo schermo. Sin dalla prima volta in cui vi siamo entrati, le atmosfere cupe della vita dietro le sbarre hanno lasciato il passo all'energia e alla frenesia di un evento culturale e poetico: i detenuti recitavano alcuni canti dell'Inferno di Dante. Solo in un secondo momento, abbiamo saputo che si trattava di detenuti della sezione di massima sicurezza, la maggior parte condannati all'ergastolo perché appartenenti alla criminalità organizzata: mafia, camorra, 'ndrangheta. La loro recitazione istintiva era mossa dal bisogno drammatico di raccontare la verità ed era stata incanalata loro dal lavoro costante e continuativo del regista Fabio Cavalli.
LA SCENEGGIATURA E LA SCELTA DEL GIULIO CESARE
Come facciamo con tutti i nostri lavori, avevamo una sceneggiatura da seguire. Una volta sul set, a contatto con le interpretazioni, la sceneggiatura però prendeva pieghe inaspettate, dettate dal luogo o dalle luci e ombre. Con tutto il rispetto per Shakespeare — che per noi è sempre stato un padre, un fratello e adesso, con l'avanzare dell'età, un figlio -, noi siamo andati oltre il suo Giulio Cesare, decostruendolo e riscrivendolo. Ne abbiamo mantenuto inalterato lo spirito originale da tragedia, così come la narrazione, ma allo stesso tempo lo abbiamo semplificato adattandolo ai tempi di una rappresentazione da palcoscenico. Noi abbiamo cercato di costruire quell'organismo audiovisivo che chiamiamo cinema e che è al contempo figlio degenere di tutte le arti che lo hanno preceduto: un figlio degenere che Shakespeare avrebbe sicuramente amato!
L'USO DEL DIALETTO
Nei mesi che hanno preceduto le riprese, ci siamo recati spesso a Rebibbia. Durante quelle visite, abbiamo attraversato i diversi reparti dell'area di massima sicurezza e, attraverso le porte socchiuse, potevamo notare i detenuti — giovani o vecchi che fossero — sdraiati in silenzio nei loro letti a fissare il soffitto. "Dovrebbero chiamarci i guardiasoffitti, dato che passiamo metà delle nostre lunghissime gionate a fissare il soffitto", ci dissero con poche parole mentre noi passeggiavamo liberamente per i corridoi, tanto che per giorni siamo stati assaliti dai sensi di colpa. Una mattina, invece, in una delle celle più grandi abbiamo scoperto qualcosa che ci ha fatto sorridere per lo stupore e la complicità venutasi a creare: un gruppo di sei o sette detenuti erano alle prese con la lettura di un testo posto al centro del tavolo intorno a cui erano seduti.
GIRARE IN CARCERE
Tutto il film è girato a Rebibbia. Vi abbiamo trascorso quattro settimane, in cui entravamo all'alba e uscivamo a notte fonda, felici e soddisfatti di quanto stavamo facendo: un giorno abbiamo realizzato che stavamo girando questo film con la stessa incoscienza sfacciata dei nostri primi lavori.
Le nostre videocamere hanno avuto libero accesso, potevamo portarle ovunque: reparti, celle, scale, cortili, corridoi, biblioteca. C'è stato impedito solo l'ingresso nell'unica area off limits del penitenziario, gli ambienti in cui si trovano i detenuti in stato di isolamento e sotto protezione. Nessuno può vedere i loro volti e, ovviamente, neanche noi. Dall'esterno, una guardia ci ha mostrato le finestre delle celle dei "voltagabbana", immerse in un silenzio profondo.
IN BIANCO E NERO
Abbiamo scelto di girare in bianco e nero perché il colore è realistico mentre il bianco e nero non lo è. Può sembrare una dichiarazione altisonante ma, per il nostro film, in parte è così. Una volta all'interno del carcere, ci siamo resi conto che c'era il rischio di cadere nel realismo televisivo e per evitarlo ci siamo rifugiati nel bianco e nero, che ci ha fatto sentire più liberi di inventare e di girare in quel set inusuale che è Rebibbia, dove Cesare non è stato ucciso per le vie della Roma antica ma nel cortile in cui i detenuti passano il loro tempo all'aria aperta. Con il bianco e nero, ci siamo sentiti più liberi nel girare in una cella il monologo con cui Bruto ripete ossessivamente "Cesare deve morire".
La recensione di FilmTv
Di Mario Sesti - FilmTV n. 9/2012
L'opinione più votata
Di maghella scritta il 01/04/2012 - utile per 22 utenti
Voto al film: 
un film che mi ha molto emozionato, mi ha lasciata commossa per molto
tempo dopo la visione, e mi ha trasmesso un senso di desolazione
profonda. Non è la prima volta che teatro e cinema si fondono insieme,
ma è la prima volta che sul grande schermo viene raccontato un progetto
di laboratorio teatrale all'interno di un carcere di massima sicurezza,
come quello di Rebibbia a Roma. Da molto tempo esistono queste realtà, a
Volterra il carcere ha come fiore all'occhiello il ristornate
all'interno del penitenziario gestito dai detenuti, e il meraviglioso
laboratorio teatrale, ma mai fino ad ora una produzione cinematografica
si era presa la briga di raccontare tale realtà. I fratelli Taviani sono
tornati al bel cinema con questo film che mostra la nascita del progetto
teatrale, fino alla sua conclusione.
Il film comincia a colori con l'ultima scena della tragedia
Shakepeareana sul palco, la morte di Bruto. Applausi scroscianti da
parte del pubblico, e subito dopo i detenuti rientrano nelle loro
celle.
La storia continua in bianco e nero facendo un salto di sei mesi
prima, con i provini tra i detenuti per le parti, la loro presentazione,
le loro condanne. La scelta di far recitare gli attori nei loro dialetti
rende più personale e spontanea la recitazione, anche se mai per un
momento si possono scambiare i detenuti per veri attori. Questo è
l'aspetto che più mi ha sorpreso, nonostante il film sia girato
benissimo, gli attori siano bravi e convinti nel loro personaggio, mai
si ha l'impressione che stiano realmente recitando, ma piuttosto che
stiano raccontando qualcosa che è mischiato alla loro vita, alla loro
realtà con la tragedia di Cesare e la sua morte. In effetti sembra più
una lunga seduta di psicodramma, le vite dei detenuti vengono in qualche
modo messe in scena dai personaggi di Shakepeare, e per qualche mese i
corridoi, le celle e i cortili blindati del carcere diventano una Roma
antica.
Per esperienza personale ho contribuito a lavorare in laboratori
teatrali con tossici dipendenti utenti del S.E.R.T (esperienza
fallimentare, quasi impossibile lavorare con i tossici, ma per qualche
momento si sono vissuti esperienze incredibili e toccanti), laboratori
teatrali con persone che hanno disturbi mentali (bellissimo, perché
senza filtri e pieni di sorprese) e in nessuno di questi casi gli attori
recitano, ma raccontano. Così credo sia per i detenuti, che vivono
queste esperienze in modo totale, trovando dentro di sé l'aspetto più
vicino al proprio personaggio, per questo difficilmente interpretano, ma
più facilmente sono quel personaggio e vivono o rivivono quella vicenda.
Per questo la tragedia o comunque il lavoro teatrale avrà sempre un
sapore da “principiante”, ma viene compensato dalla forza emotiva di chi
ci ha recitato e creduto. ESPANDI +
- sufficienti [1]
- positive [15]
- leggi tutte le opinioni
23 maggio 2012 Opinione di ROTOTOM su "Cesare deve morire"
Orso d’Oro al Festival di Berlino 2012, Cesare deve morire è un film-documentario, splendido, che merita in pieno il premio assegnato e a corollario anche quello – meno importante – del David di Donatello come miglior film italiano. Girato dentro il carcere di massima sicurezza di Rebibbia, un gruppo di carcerati guidati da un regista teatrale inscenano il Giulio Cesare di Shakespeare. Il documento è scritto sulle facce degli interpreti, reali, che si spogliano delle vesti di...
voto al film: 
21 maggio 2012 Opinione di maldoror su "Cesare deve morire"
Ad una visione superficiale potrebbe sembrare un facile quanto irritante (e molto di moda) elogio dell' "umanità del criminale", e quindi una condanna radical-chic delle condizioni "inumane" della detenzione alla quale sarebbero sottoposti i poveri delinquentelli dal cuore tenero. Confesso che io stesso, appena terminata la visione, sono stato forse l'unico a non unirmi alla standing ovation nei confronti di Vittorio Taviani, l'unico dei due registi presente in sala: a non convincermi del...
voto al film: 
28 aprile 2012 Opinione di fefy su "Cesare deve morire"
Ho visto questo film ormai quasi due mesi fa. Ma non so davvero cosa mi abbia trattenuto dallo scrivere i miei pensieri. Qualsiasi cosa avessi scritto mi sarebbe sembrata banale. Ma continuo ancora a pensarci, ragion per cui qualcosa voglio esprimere. Il fatto è che il film Taviani è splendido, davvero... lo dico così, senza ombra di dubbio. .E un film particolare, perché si tratta di una docufiction che segue i laboratori teatrali realizzati dentro il Carcere di Rebibbia dal...
voto al film: 
1 aprile 2012 Opinione di maghella su "Cesare deve morire"
E' molto difficile per me scrivere un'opinione su “Cesare deve morire”, un film che mi ha molto emozionato, mi ha lasciata commossa per molto tempo dopo la visione, e mi ha trasmesso un senso di desolazione profonda. Non è la prima volta che teatro e cinema si fondono insieme, ma è la prima volta che sul grande schermo viene raccontato un progetto di laboratorio teatrale all'interno di un carcere di massima sicurezza, come quello di Rebibbia a Roma. Da molto tempo esistono...
voto al film: 
25 marzo 2012 Opinione di vicky13 su "Cesare deve morire"
Nell’opera magistrale dei Fratelli Taviani c’è un parallelismo fra la vita dei carcerati, detenuti nel braccio speciale del carcere di Rebibbia per gravi reati , e Cassio e Bruto , i due Cesaricidi, prima traditori, poi criminali, tutti, artefici/vittime delle loro deplorevoli azioni. Nella finta della rappresentazione teatrale i carcerati hanno visto nell’uccisione di Cesare, personificazione del potere , un anelito di libertà, un tentativo di riscatto, sia dalla loro...
voto al film: 
22 marzo 2012 Opinione di Snaporaz68 su "Cesare deve morire"
LA VERITA' VI RENDERA' LIBERI Orso d'oro al festival di Berlino (l'Italia non vinceva dal 1991 con Marco Ferreri La Casa Del Sorriso), Cesare Deve Morire rappresenta un progetto teatrale e successivamente cinematografico che vede coinvolti i detenuti del carcere romano di Rebibbia. Si tratta di intersecare tre livelli di realtà: quella carceraria composta dalle vite dei singoli detenuti ognuno con la sua storia e la sua pena da scontare, quella del laboratorio teatrale diretto da Fabio...
voto al film: 
22 marzo 2012 Opinione di chinaski su "Cesare deve morire"
Un bianco e nero così violento, nei contrasti, da colpirti due volte. La prima agli occhi, la seconda al cuore. Alcuni detenuti di Regina Coeli mettono in scena la morte di Giulio Cesare attraverso la loro vita. L’anima dei personaggi di Shakespeare si impossessa dei corpi dei carcerati e allo stesso tempo i carcerati evadono dai luoghi fisici della loro detenzione per entrare in quelli creati dalla fantasia del drammaturgo inglese. E sono i corridoi di Regina Coeli, i terrazzi, le celle...
voto al film: 
17 marzo 2012 Opinione di emmepi8 su "Cesare deve morire"
Riscoprire I Taviani dopo gli ottanta anni è davvero un prodigio, per me che ormai li avevo messi nel cantuccio da qualche tempo e con molto dolore, senza esagerare ve lo assicuro, è stata una vera gioia. Come due giovanissimi che con un entusiasmo calamitante si sono immersi in un progetto che mi ha fatto ricordare da vicino i loro esordi, ma con la maturità di due uomini che di cinema sanno moltissimo. Prendere una tragedia shakespeariana portarla in un carcere, e fin qui la cosa...
voto al film: 
14 marzo 2012 Opinione di alan smithee su "Cesare deve morire"
Un film nato da una folgorazione che trasforma due celebri fratelli cineasti ottuagenari, famosi e celebrati ma non certo innovativi stilisticamente, in due coraggiosi "giovani" sperimentatori di una fiction cinematografica che si fa contaminare pregevolmente dallo stile documentaristico, dalla rappresentazione teatrale, da un neorealismo d'altri tempi, reso sublime da un bianco e nero che esalta il grigiore delle mura disadorne del carcere di Rebibbia. Pare infatti che i due cineasti, in...
voto al film: 
13 marzo 2012 Opinione di leporello su "Cesare deve morire"
Gran bel film. Ottima l'idea dei Taviani, e soprattutto impressionante (e commovente) performance di tutti gli attori, carcerati di professione, ma artisti veri nel loro profondo. Indimenticabile la frase finale di "Bruto" che guarda in camera e pensa "Da quando ho conosciuto l'arte, questa cella è diventata una prigione". Davanti a tanta arte, come dargli torto....
voto al film: 
- sufficienti [1]
- positive [15]
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