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Alois Nebel (2010)




I punteggi di FilmTV

Humor umorismo in Alois Nebel: assente
Ritmo ritmo in Alois Nebel: assente
Impegno impegno in Alois Nebel: assente
Tensione tensione in Alois Nebel: assente
Erotismo erotismo in Alois Nebel: assente

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Gli utenti di FilmTV assegnano il voto nd a Alois Nebel (voti: 4 media: 3,00) 4

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La trama

Verso la fine degli anni Ottanta, il ceco Alois Nebel lavora all'interno della stazione ferroviaria di un piccolo paese al confine con la Polonia. È un uomo solitario che al contatto con la gente preferisce il tabellone degli orari dei treni e trova la serenità solo quando intorno a lui non c'è nessuno, quando avvolto dalle nebbie della sua mente può osservare l'arrivo di treni fantasma, carichi di vite e passati oscuri degli ultimi cent'anni della storia dell'Europa centrale. Portato in un sanatorio, Alois conosce il Muto, un uomo polacco che con sé porta una vecchia fotografia di quando è stato arrestato dalla polizia per aver attraversato il confine. Desideroso di capire le ragioni che lo hanno spinto fin lì, Alois scopre di avere molti punti in comune con lui e il suo passato. 

Tratto dall'omonima graphic novel di Jaroslav Rudis e Jaromir 99.

Incluso nelle taglist:

L'opinione più votata

Di OGM scritta il 24/04/2012 - utile per 4 utenti

Voto al film: voto buono

Un disegno in bianco e nero è il triste contorno di un pensiero, o forse l’ombra stilizzata di un ricordo. Il mondo del ferroviere Alois Nebel è una desolazione invasa da un’indefinita allucinazione di morte. La sua quotidianità si ripete, sempre uguale, scandita dagli orari di arrivo e partenza dei convogli, in una piccola stazione del nord della Cecoslovacchia, vicino al confine polacco.   Ma il suo cognome è tedesco, e significa nebbia. Come la bruma che circonda i suoi incubi notturni, popolati dalle visioni di un treno, col quale qualcuno, tanti anni prima, è partito per sempre.  Alois vive a Bílý Potok, un paesino che un tempo si chiamava Weißbach. Prima della fine dell’ultima guerra, quello era un pezzo di Germania. Ora è solo uno sperduto luogo di frontiera, noto come il più  umido angolo della Boemia. Verrebbe in mente il capostazione di Piovarolo, interpretato da Totò, se non fosse per quell’atmosfera plumbea ed opprimente, in cui non c’è spazio per il sorriso. Quella è zona di contrabbando, immigrazione clandestina, solitudine e follia. Alois conosce lo squallore dell’internamento in un ospedale psichiatrico, l’orrore dell’elettroshock e, una volta uscito da quell’inferno, l’umiliazione di perdere il posto di lavoro. In quel momento, quando il ritorno alla vita assomiglia ad un salto nel vuoto, il presente si ritira, ma solo per lasciare che il passato ed il futuro si affaccino sui suoi giorni, facendo finalmente combaciare gli estremi di un discorso interrotto da un doppio doloroso addio, rimasto troppo a lungo senza un perché. Alois, da bambino, è stato abbandonato due volte: dalla madre, morta precocemente, e poi dalla sua tata, costretta a lasciare il Paese per motivi politici. Ora che comincia a riconoscere distintamente l’origine del suo male di vivere, una nuova luce, di nome Kveta, compare, a rischiarare il suo domani. Due donne se ne sono andate, ma un’altra sta arrivando. Non è un miracolo romanzesco, è solo l’esistenza che, spogliandosi di tutto, si distende, mollando la presa del rancore, ed aprendosi all’incontro con l’altro. Sullo sfondo della storia gli fa da contraltare un personaggio, che invece, non vuole dimenticare, restando chiuso nella propria sofferenza, che gli ha macerato l’anima fino a consumare la sua capacità di esprimersi. È Il Muto, che si nega alla parola per non mettere in discussione un proposito di vendetta che il passare degli anni ed i rivolgimenti storici – siamo nel 1989, nel periodo del crollo della Cortina di Ferro  - non hanno minimamente scalfito. C’è qualcosa di rigido, immobile e freddo, nella grafica senza colore, che registra i chiaroscuri dell’inquietudine e dell’ambiguità, ma non le solari sfumature delle emozioni. Tutto diventa sinistramente semplice, sotto i riflettori di una crudele evidenza, ancorata ai punti fermi della nostra ignoranza sul senso della vita. Non capire, non sapere, non riuscire a vedere è un gelo che blocca il divenire, stringendo l’anima come un nodo in gola. ESPANDI +
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SI

Opinioni su Alois Nebel


24 aprile 2012 Opinione di OGM su "Alois Nebel"
OGM

Un disegno in bianco e nero è il triste contorno di un pensiero, o forse l’ombra stilizzata di un ricordo. Il mondo del ferroviere Alois Nebel è una desolazione invasa da un’indefinita allucinazione di morte. La sua quotidianità si ripete, sempre uguale, scandita dagli orari di arrivo e partenza dei convogli, in una piccola stazione del nord della Cecoslovacchia, vicino al confine polacco.   Ma il suo cognome è tedesco, e significa nebbia. Come la bruma che circonda i suoi incubi...

voto al film: OGM assegna il voto buono a Alois Nebel (2010)

nessun commento
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3 gennaio 2012 Opinione di mariacarlazizolfi su "Alois Nebel"
mariacarlazizolfi

Tratto dalla prima graphic novel ceca edita nel 2003 Bily Potok, l’esordio nel lungometraggio di Tomas Lunak Alois Nebel, scritto in collaborazione con l’autore Jaromir 99, è un progetto ambizioso, tecnicamente raffinatissimo, che lascia qualche dubbio all’uscita dalla sala.

voto al film: mariacarlazizolfi assegna il voto mediocre a Alois Nebel (2010)

nessun commento
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12 ottobre 2011 Opinione di Mathiasparrow su "Alois Nebel"
Mathiasparrow

Il buon vecchio rotoscopio sa farsi valere anche nell'era tridimensionale. Nel caso di Alois Nebel, poi, i contorni bianconeri inseriti nel delicato contesto storico-onirico incidono sull'impatto visivo con un'immediatezza ancor più superiore di quanta ne susciterebbero novità e diavolerie tecnologiche dell'ultim'ora. L'esordiente Lunák adombra di estetica fumettistica una revenge-novel che affonda le proprie radici nella Storia dell'Europa facendosi carico di evocazioni notevoli. Gli...

voto al film: Mathiasparrow assegna il voto sufficiente a Alois Nebel (2010)

nessun commento
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