Opinione di AIDES su Nodo alla gola
Con James Stewart, Farley Granger, John Dall, Cedric Hardwicke
- negative [2]
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significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film
Sul film
Il nodo perfetto è quello di un thriller che intreccia indissolubilmente personaggi e spettatori nell’atmosfera di un' angoscia e apprensione avvolgenti.
Un intero piano sequenza (composto di più rulli) sposa l’origine teatrale della storia, ma la frammentazione “continua” e dinamica del linguaggio rimbalza dai volti agli oggetti nella stretta prigione di un unico ambiente. Ciò a cui assistiamo è l’oppressione della tragica realtà che permea il teatrino del mondo, ma anche il prodigio di una messa in scena impeccabile.
Il fuoricampo è sempre in “campo”, l’assenza è la vera presenza, gli scheletri nascosti, rimossi dai piccoli cerimoniali sociali e da intellettualismi confusi sono sempre esposti al lavoro di scavo del lucido dubbio, insostenibili alla prova dell’evidenza e alla consapevolezza, sempre in primo piano anche quando si guarda ad altro e ci si muove in fondo alla profondità di campo.
Hitchcock offre lo scenario della sciaguratezza delle idee e delle azioni umane in un cinema per platee ignare del cocktail che di volta in volta viene loro servito.
L’insinuarsi del sospetto e di una progressiva tensione drammatica in chi “agisce” e chi “vede”, nei personaggi e nello spettatore, è proprio la fase che l’autore calibra con maggiore abilità, dentro una spazio-temporalità claustrofobica in cui si gli sguardi (e lo sguardo) non possono essere elusi, i minimi gesti trovano inspiegabile risonanza, l’aria si fa irrespirabile, la colpa è una trappola che coinvolge tutti e a cui non si sfugge.
Il finale è il precario trascinarsi di una stasi, di un esito aspettato, ma frenato dall’angoscia del dubbio ormai certo (il sapere di narratore, personaggi e spettatore ormai coincide), e dal peso di veder posti gli assassini dinnanzi al fatto compiuto con tutta la loro responsabilità. Come spesso nei film di H., si teme per il cattivo, condividendo l’innata paura di essere scoperti, la comune esperienza della colpa. Ancora una volta la gratuità del delitto rievoca la natura “autoriflessiva” dell’espediente narrativo, ponendo l’assurdo come elemento centrale del discorso hitchcockiano.
Il “lieto" fine è un debole respiro, una finestra che si apre tardivamente in un cosmo maligno.
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