Il dodicenne Hasan vive in un piccolo villaggio montano nella Turchia meridionale, nella regione del Mar Nero. Da quando il padre è stato incarcerato, poiché la madre per lavoro si è trasferita in una vicina città, Hasan è costretto a prendersi cura dei due fratelli minori e per racimolare qualche soldo vende ayran, la tipica bevanda del posto a base di yogurt, ai viaggiatori che incontra sulla strada. Un gelido giorno d'inverno, per guadagnare qualcosa in più, si reca alla casa del tè di Recep, incontrando altri disperati che come lui stanno cercando di dare una svolta alla loro vita.
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Di OGM scritta il 03/01/2012 - utile per 8 utenti
Voto al film: 
L’inverno è il tempo dell’attesa. Hasan aspetta il padre che è in prigione, e non si sa quando ritornerà. Recep, l’addetto all’autostazione, aspetta un pulmino che arriva regolarmente, tutti i giorni, negli orari prestabiliti. Ed aspetta una lettera di risposta dalla donna amata, che forse non riceverà mai. La realtà è congelata, sospesa, incapsulata in tante solitudini, che si parlano da lontano. Questo film, ambientato tra le montagne della Turchia, è una fredda elegia, sobriamente intinta nello sperimentalismo. Selim Gunes vi ritrae un’umanità dispersa, che si cerca disperatamente, in un’alternanza di inerzia e frenesia; intanto lo sguardo vaga senza meta, indugiando a tratti sui dettagli degli oggetti, a tratti sugli spazi aperti e vuoti. I personaggi hanno contatti sporadici e superficiali, i dialoghi sono brevi e rari, eppure ognuno è parte di un tutto, in cui ciascun soggetto è idealmente collegato a tutti gli altri. È come, se, mentalmente, gli individui si passassero la voce della sofferenza e dell’incertezza, attraverso quei luoghi in cui vivere significa arrancare e pregare per un futuro migliore. In quel paesaggio deserto il suono del dolore non si rifrange, e continua a viaggiare sempre uguale, investendo ogni essere con la stessa ancestrale onda di angoscia. L’ululato dei lupi le fa eco, testimoniandone la sinistra onnipresenza: una minaccia cupa e primitiva, proveniente dalla notte dei tempi, per ricordarci la voracità del destino, che, a furia di umiliazioni, ci consuma il corpo, l’anima e le sostanze. Recep è un innamorato deluso, Hasan un bambino diventato improvvisamente povero e costretto a lavorare: le loro esistenze sfiorano, per caso, quella di un giovane ingegnere trasferito in una località sperduta, e quella di un vecchio contadino che si sente inutile. Il filo invisibile della frustrazione lega tutti loro e li rende simili, benché estranei, uniti in quell’affannosa corsa attraverso la neve che sembra non avere mai fine. Ognuno precede isolato e per suo conto, in quel cammino del quale non si intravvede il traguardo. Ogni sforzo è vano, perché è assorbito dall’indifferenza del nulla: il silenzio non sfocia nella contemplazione, ma solo nell’illusione, nel ricordo, nella follia, perché il presente, semplicemente, non offre appigli al pensiero. I tempi morti sono riempiti da giochi ossessivi ed insensati, mentre la noia è popolata di fantasmi, a cominciare da quella brocca di metallo che Hasan usa per vendere l’arkan e alla quale si rivolge chiamandola per nome, come se fosse un suo amico in carne e ossa. Ma il suo cuore rimane infelice, perché la fantasia è solo un fragile palliativo, ed il sogno, privato della sua funzione consolatrice, è solo un debole pretesto di fuga. In Kar Beyaz la poesia non è che un riflesso passeggero, un lampo che si posa furtivo su una realtà immobile ed apparentemente sterile. Tutti sperano, ma nessuno osa porsi domande, perché, in quella desolazione, il dubbio è come una voragine che si spalanca sotto i piedi. È naturale pensare che il seme dorma sotto la neve, ma è meglio non chiedersi se sia ancora vitale.
Il film, liberamente ispirato al racconto Ayran dello scrittore turco Sabahattin Ali, è l’esordio cinematografico di Selim Gunes, classe 1961, di professione fotografo.