Opinione di Snaporaz68 su La notte
Con Marcello Mastroianni, Jeanne Moreau, Monica Vitti
- negative [5]
- sufficienti [4]
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significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film
Sul film
Le decisioni e i propositi di un uomo sono una semplice oscillazione tra fuga e desiderio
Dopo i climi caldi de l”Avventura” Antonioni si getta nelle acque gelide della padania in un apologo tra esistenzialismo e nichilismo. Facciamo una piccola escursione letteraria: nel film la giovane Valentina (Monica Vitti, splendida attrice non protagonista) figlia di un industrialotto padano, legge la famosa trilogia I Sonnambuli di Hermann Broch(anche lui figlio di un industriale che rinnegherà la sua carriera nella fabbrichetta e si darà alla letteratura e alla saggistica). Bene, la trilogia di Broch è composta da: 1888: Pasenow o il romanticismo , 1903: Esch o l'anarchia , 1918: Huguenau o il realismo. Nel primo capitolo, il protagonista Joachim Pasenow è costretto a lasciare l'affascinante Ruzena per sposare Elisabeth, fanciulla nobile a lui predestinata dalla famiglia. Joachim si adegua, pur nella confusa percezione che il mondo patriarcale dell'aristocrazia è ormai condannato. Nel secondo capitolo protagonista è Esch, contabile licenziato da una ditta di Colonia. Cercando nuovi lavori, vive con sgomento l'espansione industriale, le lotte sociali, l'organizzazione operaia che gli sembrano contrassegni del mondo in disordine e dell'anarchia.. Pasenow e Esch si ritrovano nella terza parte, ambientata in una cittadina renana a ridosso del fronte. Perplessi e fuori gioco assistono all'ascesa di Huguenau, disertore e affarista, uomo dei tempi nuovi, esempio di quei "morti viventi" destinati forse a dominare il mondo. Tutti e tre agiscono senza coscienza, più portati alla deriva dalle correnti del caso, come sonnambuli. Fra i tre il vincitore sarà proprio il più cinico e il più afinalistico, un vero e proprio Berlusconi ante litteram.
E alla deriva, sonnambuli, svolazzanti come foglie morte sono i due coniugi in crisi, lo scrittore Giovanni Pontano (un Marcello Mastroianni meno brillante del solito) e la moglie Lidia (Jeanne Moreau che rimane comunque al di sotto della prestazione di Monica Vitti) sullo sfondo di un paesaggio industriale caotico, assordante e disumano. Un vero pantano dell’anima dove la verticalità (pensate alla lunga inquadratura di Milano dall’ascensore) non è sinonimo di grandezza ma solo di nauseabonda vertigine.
Il film si apre con l’agonia di Tommaso, il migliore amico della coppia (e da sempre innamorato di Lidia), costretto a letto da una malattia incurabile, trattato con morfina e che ha ancora la forza e l’autoironia per esclamare “L’operazione è riuscita, ma il paziente è morto”. La reazione di Lidia e Giovanni a questa imago mortis è differente: la prima non regge e fugge via a piangere in disparte, il secondo si getta tra le braccia di una degente dello stesso piano della clinica. Giovanni continua a fingere, continua la sua fuga dalle responsabilità, è scontento di tutto anche del suo successo come scrittore. Lidia vede il proprio marito infelice e insofferente anche del successo. Non capisce. Non riesce a capacitarsi come il loro rapporto di coppia si sia logorato fino a tal punto, senza nemmeno la gioia per un traguardo professionale importante, cui Lidia pensa di avere contribuito (con il suo sacrificio non ricompensato). Tommaso prima di sparire dalla vita esclama “Non si ha più voglia di fingere a un certo momento…sono rimasto ai margini di un’impresa che mi riguardava però il vantaggio di una morte prematura è che si sfugge al successo…”. Il film non è una rappresentazione del contrasto tra i vivi e i morti come sottolinea Lidia. No. Questi vivi sembrano davvero i morti viventi di Broch, depersonalizzati, peripatetici (il peregrinare assurdo di Lidia fino ad arrivare alla periferia di Settimo Milanese, alla ricerca di un passato che non c’è più, è forse il punto debole del film), intellettualoidi (la presentazione del libro è un pavoneggiarsi di premi nobel come Salvatore Quasimodo e filosofi di grido), nuovi ricchi (tutto il campionario industriale e post industriale della festa notturna, cavallo vincente compreso) stupidi e ottusi, convinti di potere organizzare il futuro, “perché il futuro non comincerà mai”. Il pensiero che la loro storia d’amore sia finita assale Lidia nella scena del night club, nella quale Giovanni è attratto dalla sensuale e selvaggia contorsionista nera e appare disturbato quando la stessa Lidia prova comunicare con lui, distraendolo dalla visione (“non mi fai vedere lo spettacolo”). Che si rimanga a casa a guardare la Tv oppure si esca fuori a cazzeggiare, la noia e l’incomunicabilità sono le stesse accomunate da una crisi esistenziale senza sbocchi. Mentre per Hermann Broch una via d’uscita era rappresentata dalla spiritualità religiosa (in particolare il cattolicesimo) in Antonioni i personaggi principali perdono ogni tipo di fede (“Io non ho più idee, ho soltanto memoria”) e tendono a svanire all’apparire del vero (e dell’imago mortis).
Una immagine che simboleggia bene questa deriva esistenziale è quella donna distesa a braccia penzoloni sul trampolino della piscina: non si prova più a tuffarsi e a vivere, preferisce dormire ubriaca sulla propria immobilità mortale. Se nella prima parte il film soffre un po’ di citazionismo e autocompiacimenti dal momento in cui entra in scena La giovane Valentina (Monica Vitti) il film acquista spessore e la sceneggiatura di Flaiano e Guerra ben supporta tutta la successiva narrazione.
Valentina legge Broch e intanto inganna il tempo giocando a lanciare il suo portacipria sui quadrati bianco e neri del pavimento. La vediamo sdoppiarsi in un riflesso del vetro: anche lei è una sonnambula, annoiata da una vita borghese già delineata dal padre industriale e contemporaneamente tentata di vivere una illusione d’amore con lo scrittore Giovanni (il tutto sotto gli occhi quasi indifferenti e complici di Lidia). Il padre pensa di potere comprare l’intellettuale e manipolarlo a suo uso e consumo (e in realtà Giovanni un pensierino ce lo fa) e in effetti la maggior parte delle menti pensanti è disposta dopo ad essersi nutrita di pura rugiada contadina, ad assaggiare il vino per poi finire ubriachi. L’amore limita e forse fa il vuoto attorno, ma riempe il senso di nulla interiore, rammenda le soluzioni di continuo delle nostre debolezze e contraddizioni. Stare in silenzio significa potere essere raggiunti dalle voci della natura.
“Mi parve di sentire un aereo, invece era il mio silenzio, il parco è pieno di silenzio fatto di rumore; se metti l’orecchio contro la corteccia di un albero e rimani così per un po’, alla fine senti un rumore….Io non vorrei suoni inutili, vorrei poterli scegliere durante la giornata, così le voci, le parole, quante parole non vorrei ascoltare, ma non puoi sottrarti, non puoi far altro che subirle, cpme subisci le onde del mare quando ti distendi a fare il morto…”
La dimensione acustica diventa predominante su tutti gli altri sensi. A volte il silenzio rivela l’essenza nascosta delle cose: “tutte le volte che ho cercato di comunicare con qualcuno, l’amore è andato via” afferma Valentina e questa dichiarazione sembra chiudere la porta ad ogni possibilità futura di felicità sentimentale. Alla festa si continua a parlare di soldi con la cinica consapevolezza che “il nostro è un tempo antifilosofico e vile: non ha il coraggio di dire ciò che ha valore e ciò che non ne ha. La Democrazia significa : Fai quello che accade!”. Il trittico dei sonnambuli si ricompone: Lidia valentina e Giovanni ripresi in una unica inquadratura: mentre Valetina asciuga icapelli a Lidia ecco apparire sullo sfondo Giovanni, spettatore passivo. Valentina è molto giovane e ingenua, è piena di vizi ma non ne pratica nessuno. La tensione erotica è elevata ma non sfocia in nessuna azione anzi fa da blocco momentaneo ad ogni sillaba, ad ogni movimento ad ogni erezione.
La transitoria impotenza, il silenzio, la staticità, la lentezza nascono anche dalla disintegrazione delle identità personali spazzate vie dai sentimenti. “mi avete ridotta uno straccio” protesta Valentina Monica rivolgendosi alla coppia destrutturata e destrutturate. La loro crisi investe Valentina come uno tsunami.
L’alba accoglie la nostra coppia scoppiata nella bottiglia d’orzata nella quale galleggia Milano.
Lidia legge una stupenda dichiarazione d’amore su un biglietto.
Giovanni colto da un risentimento di gelosia chiede chi sia l’autore, sospettando Tommaso, l’amico nel frattempo deceduto.
La risposta di Lidia “E’tua!” sembra l’epitaffio di questo amore. Ma un piccolo raggio di luce sembra illuminare questa alba livida. La banda suona il jazz forse per auspicarsi un giorno migliore.
Ma adesso un po’ di silenzio. Il silenzio dell’alba in cui tutto è possibile. Il silenzio dell’alba che squaglia le nuvole. Il silenzio di un grande amore che rinasce dalle sue ceneri.
Commenti
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21 dicembre 2010, 22:43 di Snaporaz68
"Caro m'è il sonno e più l'essere di sasso mentre che il danno e la vergogna dura non veder non sentir m'è gran ventura però non mi destar, deh parla basso..." Michelangelo Buonarroti La Notte
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22 dicembre 2010, 20:35 di steno79
Complimenti, ottima analisi come sempre. Sono d'accordo che qui Mastroianni sia meno brillante del solito, anche a me è parso leggermente sfocato alle prese con i tormenti esistenziali di questo personaggio rispetto alle grandi interpretazioni fellliniane o al geniale grottesco di Divorzio all'italiana. Sulla Moreau, invece, credo che sia di una sensibilità prodigiosa in questo film, davvero all'altezza del difficile ruolo, sebbene è noto che l'attrice non abbia amato il film e la sua esperienza con Antonioni (l'unico limite è che non può usare la sua voce in quanto doppiata, ma la doppiatrice Andreina Pagnani fu comunque bravissima). Infine la Vitti, ottima nella parte di Valentina, ma curiosamente in un ruolo di non protagonista, ha meno spazio rispetto alle altre prove con Antonioni in L'avventura, L'eclisse e Deserto rosso (e vinse un nastro d'Argento come non protagonista). un saluto
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