Opinione di Mr.Klein su L'occhio che uccide
Con Karlheinz Böhm, Anna Massey, Moira Shearer, Esmond Knight
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significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film
Sul film
Nello stesso anno si videro due film con al centro le personalità disturbate di due giovani uomini privati dell’innocenza dell’infanzia all’interno della famiglia,e che non avrebbero mai recuperato una anche minima pace interiore. Uno era questo Occhio che uccide di Powell,l’altro,ovviamente,Psyco di Hitchcock. Due film che non potrebbero essere più diversi,soprattutto per quelle qualità grazie alle quali il film di Powell sembra assai più bello del classico di Sir Alfred(che classico resta) e che mancavano alla storia di Norman Bates: la compassione,l’onestà intellettuale,la compostezza dell’espressione del dolore:insomma,il pudore dello sguardo. Se Norman Bates era la cavia dell’inventiva hitchcockiana,Mark Lewis è un figlio tenuto in braccio per proteggerlo. L’occhio che uccide non fa una grinza negli aspetti che rendono Psyco ancora oggi molto discutibile,ossia in quell’apparato psicologico che qui riveste un’importanza dolente,scrupolosa e che nella mani di Hitchcock diventava pretestuoso,poiché non era(non lo è mai stato) necessario che fosse attendibile se non nell’offrire un tappeto su cui far scivolare i personaggi,tutti ugualmente inconsistenti dal lato umano,anonimi e già vinti nella piccolezza delle loro ambizioni. Quello di Powell,invece,è un film di puntigliosa adesione umana,il cui protagonista non si ritrae davanti all’idea di poter essere se non salvato almeno amato,che sa porsi un limite nello scegliere le destinatarie delle proprie ossessioni e che riesce ad esprimere i travagli di un’intelligenza mortificata,sacrificata e che riesce,nonostante tutto,ad avere un occhio esterno in grado di distinguere,pur nell’impossibilità di essere salvato,la dissoluzione della propria personalità non più recuperabile,e che infine sceglierà di essere aguzzino di sé stesso. Mark Lewis è l’ espressione adulta di una personalità cancellata nell’infanzia,e per questo precocemente invecchiata;al contrario di Norman Bates che continuava a subire una regressione allo stadio infantile,abitato da un’altra personalità che ne ha impedito la crescita,eterno figlio di uno spettro. Il profondo fascino de L’occhio che uccide sta soprattutto nel continuo mostrarci gli strumenti con cui si registra e si insegue la piccola vittoria quotidiana di vivere conquistata attraverso innumerevoli,minuscole miserie,così da essere una riflessione sul mezzo che corrompe nel momento in cui cattura un’immagine,senza soffermarsi mai sul senso dello spettacolo nella sua esigenza di esteriorità e suggerendo che il delitto sta spesso nel silenzio che l’effetto di un immagine ottiene,anche qui offrendo un risultato opposto a quello di Hitchcock che mostrava la soluzione di un ingegno registico lasciandoci liberi di guardare senza pudore,complici nell’adeguarci ad una visione da cui uscire sostanzialmente assolti e felicemente ingannato,mentre Powell ci riporta la realtà dello sguardo come eredità imposta,facendoci testimoni di una violenza che è automaticamente constatata e subita:siamo guardati nel momento in cui guardiamo. Da qui forse deriva la scelta più felice di sceneggiatura nell’attribuire la più fine intelligenza,l’addestramento a captare il pericolo e la paura allo straordinario personaggio interpretato da Maxine Audely,la Mrs.Stephens che,lontana ormai dalle seduzioni di un mondo di visioni,ha cancellato la distanza fra sé e le allucinazioni procurate dal vizio di guardare,e quindi ottiene un’implacabile verità emotiva ed epidermica:in fondo,tutte le vittime di Mark sono personaggi che hanno scelto di palesarsi attraverso la consapevole distorsione dell’immagine( la prostituta,l’attrice,le modelle),mentre lei,sottrattasi alla vita sociale,riesce a coglierne i guasti,i segreti e,in questo caso,i delitti. E’ un vero peccato che un film come questo non sia a tutt’oggi reperibile,anche solo per il suo conturbante aspetto visivo(l’uso anticonvenzionale dei colori,fotografia e scenografie impeccabili),perché senza avere la presunzione del discorso profetico o del racconto morale,aggira l’ostacolo delle regole del film di genere(pur riuscendo a rispettarle con miracolosa efficacia) diventando una parabola consumata all’interno di una sofferenza autentica che può aver fine solo con la ripresa finale,in cui si sovverte definitivamente l’esigenza estetica per ridare alle immagini la loro essenzialità di verità e di inconfutabile documento.
Sulla regia di Michael Powell
Alimentata da una preveggenza che lo nutre di tristezza tesissima e autunnale,come se prevedesse il caos delle immagini che da lì a qualche anno avrebbe avvelenato l’etica della composizione cinematografica abbandonata da un ordine morale che supera il racconto per diventare uno spartito di colori. Sarà per questo che tutto il film sembra una severa cerimonia funebre.
Sull'interpretazione di Moira Shearer
A distanza di oltre un decennio da un altro capolavoro come Scarpette rosse,sembra avvolta da una seducente maturità,da un padronanza di sé che più della danzatrice che dell’attrice:e ha tanto il sapore dell’omaggio,assolutamente comprensibile.
Sull'interpretazione di Anna Massey
La grandezza dei sentimenti ha le sembianze ordinarie e la curiosità generosa e non patita di quest’attrice che da lì a un decennio sarebbe stata una delle vittime di Frenzy,il primo film del rientro londinese di Hitchcock.Credibile abitante delle abitudini da salotto da cui sa uscire con passo spedito.
Sull'interpretazione di Karlheinz Böhm
Il volto giusto per quest’affaticato depositario di una sofferenza che non gli ha fatto conoscere la giovinezza e che turba la necessità di un’intimità sentimentale.
Commenti
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16 ottobre 2010, 12:23 di kotrab
D'accordissimo.
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