Grecia, 1971. Elias Apostolou è un ventenne senza arte né parte, che, per trovare un lavoro, è costretto a emigrare in Francia. Qui vive, da molti anni, un parente della madre, Gerasimos Tsivas, di professione pellicciaio, dal quale il giovane spera di poter essere assunto come apprendista. Poco prima di partire, Elias trova per strada una fotografia e decide di conservarla: è il ritratto di una popolare cantante di musica leggera che in quel momento è in vetta alle classifiche con un brano intitolato Eftichia, che si significa “felicità”. L’immagine accompagnerà Elias durante il viaggio, e quando questi giungerà a destinazione, sarà la causa di un drammatico equivoco.
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Di OGM scritta il 10/02/2012 - utile per 4 utenti
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L’utopia è una crudele menzogna, un vero specchietto per le allodole delle ideologie. Gli esempi, nella storia, sono molteplici e ben noti. Perché, allora, per una volta, non lasciare sullo sfondo la politica, la crisi di un Paese che da anni insegue invano il suo sogno di libertà, e spostare tutto sul piano individuale, dando vita ad un racconto in cui il dramma dell’illusione è vissuto in prima persona? Nasce forse così, nella mente di Nikos Papatakis, l’idea di I fotografia: una commedia amara costruita, come tante, su un equivoco: ma un equivoco che si identifica con un sogno, ed è in grado, da solo, di creare un’intera storia, carica di emozioni, dubbi, aspettative. Nel 1971, nella Grecia soggetta alla dittatura dei colonnelli, Elias Apostolou è un giovane disoccupato, costretto, come tanti suoi connazionali, a cercare fortuna all’estero. La meta della sua emigrazione è la Francia, dove Gerasimos Tsivas, un parente della madre, trasferitosi lì diversi anni prima, gestisce una piccola manifattura di pellicce. Basterebbe che Elias gli chiedesse di essere assunto come apprendista, e la vicenda si concluderebbe rapidamente, e nel migliore dei modi, ma purtroppo interviene, a complicare le cose, qualche inconveniente di contorno. In primo luogo, la triste notizia che il ragazzo deve comunicare all’uomo: i suoi genitori sono morti da tempo, e qualcuno, da allora, ha regolarmente intascato i soldi da lui inviati per il loro sostentamento. In secondo luogo, l’infondata speranza che la fotografia di una famosa cantante, che Elias ha raccolto per strada e portato con sé in viaggio, accende nel cuore di Gerasimos. Questi si invaghisce a prima vista di quell’immagine, che Elias dice appartenere ad una sua sorella, in realtà inesistente. L’esistenza di quell’uomo cambia da un giorno all’altro, a causa dell’arrivo, simultaneo ed improvviso, del dolore e della gioia. Intanto il ragazzo si trova a dover gestire una finzione, intorno alla quale l’ignaro Gerasimos ha cominciato subito a fare concreti progetti di matrimonio. Mentire e credere sono i ruoli complementari di un gioco difficile e pericoloso, che corrompe gli animi di entrambe le parti, intossicandoli con l’ebbrezza del potere o il delirio della felicità, anche solo immaginata. Voler dominare o lasciarsi dominare sono i due risvolti antinomici della solitudine, che cerca il completamento attraverso la dipendenza, inflitta o subita: una condizione in cui si scivola inconsciamente, ma alla quale ben presto risulta impossibile sottrarsi. È un meccanismo automatico, che procede da solo, eppure segue il percorso finemente frastagliato dell’evoluzione del sentimento e della maturazione della coscienza. Si diviene schiavi poco a poco, in maniera indolore, e magari persino avvincente, ma il paradosso di fondo impedisce che il cerchio si chiuda. Venire al dunque significherebbe scoprire quella contraddizione: la conquista della chiarezza non può che risolversi nella rivolta, oppure nella repressione. Così è per tutti i regimi, quando, per qualche motivo, il precario accordo tra i governanti e il popolo salta. E così è anche per Elias e Gerasimos, un burattinaio ed il suo burattino, impegnati nel penoso spettacolo della falsità, nel quale la tragedia è preceduta da una lunga fase di indicibile imbarazzo. L’origine di tutto è una fotografia: un’icona anonima, a cui ognuno dà il significato che più gli fa comodo. È malleabile e provvisoria come quelle insegne propagandistiche che qualcuno ha fatto affiggere e poi ritirare, mostrando la stessa ciclica noncuranza, nemica della memoria, con cui la gente scrive e cancella le frasi sui muri.