Opinione di OGM su Les abysses
Con Francine Bergé, Colette Bergé, Pascale De Boysson, Colette Régis, Paul Bonifas, Jean-Louis Le Goff, Lise Daubigny, Robert Benoît, Marcel Roche
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Sul film
Il 1963 fu anno glorioso per il Festival di Cannes. Oltre a Il Gattopardo, che trionfò con voto unanime della giuria, fecero parte della selezione ufficiale capolavori passati alla storia come Seppuku di Masaki Kobayashi, Il buio oltre la siepe di Robert Mulligan, Che fine ha fatto Baby Jane? di Robert Aldrich. La lista comprendeva anche le opere di due nomi non ancora famosi: I fidanzati, terzo lungometraggio di Ermanno Olmi, e l’opera di esordio del franco-greco Nikos Papatakis, più noto forse, almeno in Italia, come produttore del Chant d’amour di Jean Genet che come regista. Eppure, con i suoi soli cinque film, Papatakis saprà tracciare, lontano dai clamori, un percorso autonomo ed prepotentemente alternativo, anche rispetto alla stessa nouvelle vague. La proiezione del suo Les Abysses causò indignazione presso i critici, a causa del suo carattere selvaggio e sovversivo: perché quel film aveva osato mettere a nudo un principio che apparentemente appartiene solo alla tecnica letteraria, però investe, in maniera cruciale, il nostro atteggiamento di fronte ai problemi della vita, in quanto segna il fatidico confine oltre il quale non è più possibile far finta di niente. Il dramma inizia quando la follia della commedia non fa più ridere. Allora anche due domestiche maldestre e disordinate possono diventare personaggi tragici. La loro violenza si scatena contro la villa in cui lavorano, ed è diretta contro i padroni di casa, che non le pagano da tre anni ed hanno deciso di mettere in vendita l’immobile. Michelle e Marie-Louise non hanno più nulla da perdere, e per questo distruggono tutto, trasformando la loro attività in un perverso divertimento. Questi personaggi di Nikos Papatakis, con la loro teatrale assurdità, sembrano il braccio armato della polemica antiborghese di Luis Buñuel: sono furie che devastano, con le parole e con i fatti, quel mondo ipocrita e corrotto che questi, negli stessi anni, stava minando con l’azione sottilmente penetrante dell’ironia. Il testo del drammaturgo Jean Vauthier è ispirato ad un fatto di cronaca avvenuto a Le Mans nel febbraio del 1933, avente come protagoniste le sorelle Christine e Léa Papin, e che in seguito divenne, presso la sinistra intellettuale francese, il caso simbolo della lotta proletaria. Jean Genet, nel 1947, ne aveva tratto lo spunto per la pièce intitolata Les Bonnes. Papatakis torna sull’argomento facendo del grande schermo lo strumento di una veemente provocazione contro ogni forma di classismo: le sue eroine sono crudeli e scalmanate, come lo è ogni rivoluzione spontanea e definitiva, che non usa mezzi termini e va dritta allo scopo, concedendosi, tutt’al più, qualche digressione motivata da una punta di sadismo torturatore. Il suo carattere incolto ed improvvisato le fa rasentare la buffoneria, e ciò aggiunge, alla dirompenza dello scandalo, il pepe di una farsesca perfidia. La rivolta è ineducata, per questo è sfrontata ed imprevedibile, barbara ma condita della salace fantasia del popolo arrabbiato. L’umiliazione trova sfogo nell’aggressività, rivolta anzitutto contro i beni materiali (il vino conservato nelle botti, i servizi di piatti, il mobilio antico), ma poi estesa alle persone: la contestazione che non trova ascolto prosegue nella guerra, che è l’inevitabile sbocco dell’impossibilità di contrattare. Le due parti in causa parlano lingue diverse, e diverse sono le rispettive armi: per una, si tratta del potere ricattatorio del denaro, per l’altra della forza incontrastabile della disperazione. Questo divario viene a lungo colmato di discorsi a vuoto, che servono più a definire le rispettive posizioni che a confrontare i punti di vista al fine di trovare la base di un possibile accordo. L’incomunicabilità è l’espressione del gap sociale, che oppone disciplina ed istinto, difesa ed attacco. Dagli opposti versanti si fronteggiano le regole della convenienza e le leggi della sopravvivenza, la composta dialettica dell’uomo di mondo ed il grido disarticolato della belva. Il contrasto è ruvido, e produce uno stridore – sottolineato dalle musiche di Pierre Barbaud – che è il suono sgradevole dell’ingiustizia. L’iperrealismo di Les Abysses innova il cinema a partire dalle viscere, ma passando attraverso alla potenza della parola, in tutte le sue forme: l’unica in grado di spezzare l’immagine, rendendo visibile lo sfacelo del mondo.
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