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Opinione di LorCio su Quell'oscuro oggetto del desiderio

[Cet obscur objet du désir, Francia 1977, Grottesco, durata 110']   Regia di Luis Buñuel
Con Fernando Rey, Angela Molina, Carole Bouquet, Julien Bertheau




Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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2008-10-01 23:12:27 voto al film: voto buono

Sul film

All’origine dell’ultimo film di Luis Bunuel c’è un racconto abbastanza inflazionato e conosciuto che aveva già ispirato altri autori. Ma non si può liquidare un film del genere come una semplice trasposizione filmica di un oggetto letterario. Perché, innanzitutto, tale non è. A prima vista può apparire come un asteroide misterioso capitato per caso (fatalisti in crisi) in un universo solitamente annoiato. È un film sul terrorismo che impera nelle nostre vite? Sulla follia generata dal naufragio esistenziale? Sulla religiosità e sulle sue mille sfumature? Sulla terribilità dell’ossessione? Di tutto un po’. Ma ho come l’impressione di non aver centrato bene l’obiettivo. Tra le tante cose, “Quell’oscuro oggetto del desiderio” è un film così sottilmente insinuante da catturarti l’attenzione in modo spudorato. Non ti lascia un attimo di tregua, ti soggioga al suo volere. Che poi è un volere allucinante. Non tanto per il contenuto in sé per se, quanto proprio per la messinscena, di raffinata persuasione. Quanta gente ancora si scervella su quella geniale e al contempo ingiustificabile scelta di distribuire la parte femminile in due corpi? Due corpi, un’anima, satireggiando la canzoncina di Wess e Dori Ghezzi. Cos’avrebbero in comune la bellissima ed algida Carole Bouquet e la tozza e caliente Angela Molina? Fossero le due anime di un mondo (quello femminile) al quale non si può dar figura definita perché mutevole e vario? Sarà, chissà. Ma, diamine, come va preso questo oscuro oggetto, così lineare e nitido nella forma da risultare arduo ed enigmatico nei contenuti? Una buona strada sulla quale battere è la tesi psicanalitica. Il protagonista, lo smarrito Mathieu, si ritrova al principio del film in uno scompartimento di un treno in cui, in un modo o nell’altro, tutti i passeggeri si sono già conosciuti di vista (quant’è piccolo il mondo). La rottura del ghiaccio è dunque procurata da una certa “discreta confidenza morbosa” che si instaura tra i personaggi, tra cui un nano psicologo. Mathieu è la trasfigurazione corporea dello smarrimento dell’uomo al cospetto dell’immagine insinuante femminile, è il burattino senza fili che viene impugnato dalla donna con energica virulenza. La finta misoginia è l’arma a doppio taglio sfoderata dal perfido Bunuel, che struttura un film basato fondamentalmente su un inseguimento. Metafora dell’uomo che insegue la donna fino in capo al mondo, è il topo che finisce nella trappola, o la mosca atterrita nel bicchiere. I due corpi si cercano, si sfuggono, si temono. “Sono un’altra donna!” urla ad un certo punto per manifestare il suo cambiamento (e s’era anche capito, dato il cambiamento di attrice: è come se la Molina gridasse l’espiazione dal suo corpo della Bouquet: d’altronde è anche, nel sottotesto recitativo, un duello femminile alquanto affascinante e suggestivo). “Così io non sarei normale?”, si chiede un’altra volta. E la risposta di Mathieu è tutta un programma: “Beh… insomma!”. È uno scambio di battute che ben s’addice ad un’opera così genialmente artefatta e oscura, a metà tra l’esercizio psicologico e il raccontino morale, che è tutto e niente allo stesso tempo, privo di una sua identità definita. È ovvio: essendo un film sull’inseguimento, il film a sua volta insegue sé stesso. Ma, soprattutto, è un’opera sull’ossessione: l’ossessione per la donna uccide psicologicamente l’uomo, lo porta in balia di un naufragio esistenziale, lo turba, lo mette in crisi profondissima. E il misterioso finale forse vuole dire, nella sua ambiguità e nella sua indefinitezza, che non c’è altra soluzione che saltare in aria. O forse che saltare in aria o meno non conta più, vivere o morire è uguale, così come aleggiare nel dubbio di una vita che continua o di una morte che esplode. Chissà, chi mai saprà. E la donna si appiglia al suo burattino, il cui comportamento è sempre più indecifrabile (nonostante la psicanalisi sia con i compagni di viaggio che, indirettamente, col pubblico perso nei suoi meandri mentali). Alla fine accade quel che aleggia in tutto il film: l’oggetto del titolo diventa (o è sempre stato tale?) diventa soggetto, si impadronisce della scena, di chi la abita (l’uomo). Ecco allora qual è il tema del film: l’inganno. Sin dal titolo. Geniale Don Luis.

Sulla regia di Luis Buñuel

Ambigua e subdola, insinuante e psicanalitica. Geniale.

Sull'interpretazione di Fernando Rey

Grandioso burattino smarrito in sè stesso. Alter ego bunueliano fino ad un certo punto. Perfetto.

Sull'interpretazione di Julien Bertheau

Robusta interpretazione.

Sull'interpretazione di Carole Bouquet

Bellissima ed algida. Si spartisce il ruolo con Angela Molina. Perché? Ah... è questo il punto! Fossero le due anime di un mondo (quello femminile) al quale non si può dar figura definita perché mutevole e vario? Chissà.

Sull'interpretazione di Angela Molina

Non bellissima ma caliente. Si spartisce il ruolo con Carole Bouquet. Perché? Ah... è questo il punto! Fossero le due anime di un mondo (quello femminile) al quale non si può dar figura definita perché mutevole e vario? Chissà.

Sulla colonna sonora

Insinuante.

Cosa cambierei

Voto: 8.


SI

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