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Opinione di kotrab su Quinto potere

[Network, USA 1976, Drammatico, durata 120']   Regia di Sidney Lumet
Con Faye Dunaway, William Holden, Peter Finch, Robert Duvall




Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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26/04/2011 voto al film: voto buono

Sul film

Da una sceneggiatura di Paddy Chayefsky che conosceva bene il settore cui si riferisce Network, S. Lumet si cimenta indirettamente con un altro mezzo di comunicazione (più ipnotizzatore che espressivo) verso un pubblico: la televisione, questa "cosa" che vaga tra le antenne (Poltergeist - ma non solo - di Tobe Hooper arriverà nel 1982), partorita da studi fittizzi ed effimeri, immagini e programmi che non hanno veri e propri autori tradizionali, ma nascono da una serie di compromessi di mercato.
Da alcuni questo film è stato accusato di essere caduto nella trappola dell'ira e di aver usato gli stessi mezzi di ciò che condanna, cosa questa che personalmente è difficile da capire perché, al contrario, Network lo ritengo giustamente impostato nel suo carattere aggressivo: è l'immedesimazione nel carattere del bersaglio, come il film fosse egli stesso un attore che usa il metodo Stanislavskij, un organismo espressivo (questo sì) che interpreta il suo "personaggio-nemico" per capirlo e confutarlo con una messinscena grottesca, ironica, amara, sia empatica (grazie alle estreme e strepitose interpretazioni degli attori) che distaccata (grazie alla meccanica e misteriosa voce fuori campo, quella molto bella di Lee Richardson) e con una regia precisa e decisa dall'atmosfera quasi fantascientifica (come in effetti mi ha riferito un amico testimone di quegli anni) che ricorda un po' il dominio subdolo (con un altro gioco di maschere) di Essi vivono di John Carpenter, che verrà molti anni dopo, nel 1988.
Labirinti degli studios che lobotomizzano le menti del gregge: un meccanismo, come detto, di compromessi a circolo vizioso tra i produttori che rispondono sfruttando ogni minimo sentore di rialzo dell'ascolto (mescolando realtà e virtualità come ulteriore surrogato del concetto di spettacolo) e gli spettatori che stanno al gioco, ciechi di fronte a ciò che sembra concretezza e vangelo, inconsapevolmente credenti a ciò che c'è di più falso (diversamente dalla consapevolezza della fede nel cinema o nel teatro). Viene prima l'uovo (lo sfruttamento televisivo) o la gallina (il pubblico che prende l'esca)? Il fatto è che la gallina è stupida... 8


SI

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