Opinione di spopola su Barry Lyndon
Con Ryan O'Neal, Marisa Berenson, Patrick Magee, Hardy Krüger
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Sul film
Nella filmografia di Kubrick, “Barry Lyndon” (tre ore di grande cinema per narrare la vita e le avventure di un giovane dalle troppe ambizioni e dalle altrettanto eccessive incongruenze “opportunistiche”) viene cronologicamente dopo “Arancia Meccanica” e si può ben immaginare come sia potuto risultare spiazzante anche per gran parte della critica - sempre bisognosa di “certezze” e di “conferme” conformi - che non seppe riconoscerne immediatamente tutto il valore, tacciando il risultato di “formalismo esasperato”, oltre che di “figurativismo raggelato”, e riducendolo così (semplificandone notevolmente la portata) a una “magniloquente” e un poco sterile esposizione di quadri coordinati sulla pellicola come in una affascinante galleria d’arte, straordinariamente riprodotta nelle immagini come dentro un album di illustrazioni d’epoca (il ‘700 fra Irlanda e Inghilterra), accuratissimo e “inusuale” quanto si vuole, ma un poco “inerte”.
Ancor più netto fu il “rigetto” da parte dl pubblico, che ne decretò un inaspettato insuccesso di cassetta, con incassi molto lontani, non solo dalle aspettative, ma anche semplicemente dal ripagare per lo meno i cospicui investimenti della produzione (circa 11 milioni di dollari). In realtà (e il tempo ha poi reso ampiamente giustizia alle straordinarie intuizioni registiche) si trattava invece ancora una volta di un’opera ambiziosa e intelligente che si poneva, sia pure con un’ottica e una procedura diversa da tutto quanto il regista aveva realizzato in precedenza, ancora e sempre “nell’area del realismo fantastico kubrickiano”. Il procedimento adottato è complicato e problematico (ed espone persino una posizione di “giudizio” fortemente critica): l’esposizione, tutt’altro che calligrafica, risulta di una durezza e una lucidità difficilmente rintracciabili nel genere del film in costume (e già questa da sola sarebbe una novità di eccezionale portata). Complessa nei meccanismi narrativi e soprattutto nella sofisticata struttura visiva, la possiamo sicuramente definire un’opera di rottura per molti aspetti, un “intelligente” manufatto di multiformi valenze che dissimula sotto una patina di “apparente” freddezza quasi entomologica, una straordinaria capacita di “analisi comportamentale” (riferita all’ambiguità del suo protagonista) ed esplicita un impiego quasi sperimentale del mezzo utilizzato (il cinema), mediatore eccellente per descrivere poi, in ultima analisi e prioritariamente, il “sottofondo” arrogante e prepotente di una società classista e violenta, che vuole tenere nascoste le proprie miserie dietro una maschera di “elegante perbenismo” pervaso di ipocrisia. Kubrick utilizza infatti preziose eredità culturali (letterarie e pittoriche) direttamente mutuate da quell’epoca lontana, modulando il racconto (la storia) attraverso le pagine del romanzo di Thackeray (del quale però capovolge persino la struttura narrativa: nella sua trasposizione in immagini, non ci sono infatti più tracce né di ironia, né di moralismo, ma bensì una “distaccata” esposizione dei fatti, ricorrendo per questo anche all’utilizzo di una voce narrante esterna che aumenta lo straniamento “critico”, e soprattutto facendolo diventare, con una straordinaria intuizione, anziché il “resoconto” in prima persona del protagonista incorniciato nel periodo storico di riferimento, una rappresentazione oggettiva dei fatti e del contesto che assume tutt’altra pregnanza.
Al di là del contenuto che è comunque densamente riflessivo, lo splendore formale della realizzazione è in ogni caso eccezionale, e i riferimenti visivi (tutti indirizzati verso la pittura di Hogarth, Gainsborought e Constable) mirabilmente “riprodotti” dalla superba fotografia di John Alcott realizzata utilizzando sempre e comunque luci naturali (anche per gli interni, illuminati semplicemente da candele e lumi ad olio come nella realtà dei tempi) utilizzando sofisticatissime lenti Zeuss (impiegate nella tecnologia spaziale) assolutamente meritevoli del premio Oscar vinto. Di analogo coinvolgimento (non solo decorativo) le scenografie, e soprattutto il supporto musicale, adattato e curato con la collaborazione competente di Leonard Rosemann, che utilizza “suoni” e partiture di Mozart, Paisiello, Federico il Grande, Bach, Haendel, e… persino di un compositore come Schubert, di molti anni successivo ai fatti narrati, cronologicamente parlando, ma significativamente aderente. Secondo Richard Combs, insomma, “Ciò che sopravvive e ci viene tramandato è il nocciolo narrativo e tematico della carriera di un avventuriero, l’immagine di un mondo visto evolversi attraverso l’ascesa e la caduta di questo giocatore, e viceversa, poiché in questa prospettiva immediata quanto rovesciabile, che è tipica di Kubrick, tutto il panorama colturale e storico non è altro che l’immagine – e il modo di coinvolgere il pubblico – della vita di un personaggio che si trasforma”…. E scusate se è poco!!!!!
Commenti
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14 luglio 2009, 14:30 di Inside man
Analisi magnifica! La parte inerente la valenza innovativa e di rottura dell' "esposizione dei contenuti" e dei "meccanismi narrativi" è fortemente rivelatoria e degna di ispirare un saggio in proposito. Forse dovresti farci un pensierino :-). Complimenti ed un saluto.
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14 luglio 2009, 14:48 di spopola
Ti ringrazio davvero : ho solo ripreso e ampliato un poco quello che avevo già espresso in quella specie di tavola rotonda intorno al film che abbiamo fatto qualche settimana fa (e quindi ci sono dentro anche i vostri contributi che mi hanno consentito di fare una riflessione più coordinata sul film e suoi suoi contenuti A risentirci presto. Valerio P.s. per scriverci un saggi.o.. beh..sarebbe bello ma mi manca l'esperienza criica dell'analisi per riuscire a fare un lavoro di tale portata... io ho solo la passione a sorreggermi... e non sarei sicuramente all'altezza.
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16 luglio 2009, 16:38 di steno79
Sottoscrivo parola per parola... sullo splendore formale del film mi trovi completamente d'accordo, e devo riconoscere che mi hai aperto nuove prospettive nell'analisi dei contenuti, nonostante che abbia visto il film già molte volte. Scusate ma della tavola rotonda non si fa più nulla? Non sarebbe bene continuare ancora per un pò?
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30 agosto 2009, 14:51 di callme Snake
Recensione straordinaria: sulle citazioni pittoriche (Hogart e Gainsborought in particolare) la critica ha preso una bella sbandata, vedondoci "una galleria di quadri" fine a se stessa (cosa che per esempio è La Ragazza con L'Orecchino di Perla; si pensi poi a Passion di Godard, film fortemente critico contro questo modo approssimativo e vuoto di trattare la cultura), senza rendersi conto che le stesse citazioni hanno valore diegetico, proprio come i brani musicali. L'ironia pungente di un Hogarth (si pensi al Contratto, che rappresenta un matrimonio d'interesse) o Reynolds nel ritrarre i vezzi di una società arrivista e fondata sull'interesse è l'ennesima chiave di lettura per leggere il capolavoro kubrickiano. Complimenti ancora per la recensione!
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