Opinione di FABIO1971 su Il verdetto
Con Paul Newman, James Mason, Charlotte Rampling, Jack Warden
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significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film
Sul film
Anche il più piccolo atomo di verità rappresenta l'aspra fatica e l'agonia di qualche uomo; per ogni ponderabile briciola di esso c'è un mucchietto di cenere, tomba solitaria di un intrepido cercatore della verità, e c'è un'anima che arrostisce all'inferno.
[H. L. Mencken]
L'omonimo romanzo dell'ex-avvocato Barry Reed (1980) si apre con questa citazione da Henry Louis Mencken, il "saggio di Baltimora", linguista, giornalista e scrittore affascinato da Nietzsche, Conrad e Twain: è l'uomo che lapidariamente descrisse la democrazia americana come "l'adorazione degli sciacalli da parte dei somari". Aveva fondato e dirigeva, insieme al critico teatrale George Jean Nathan, The American Mercury, illustre rivista letteraria che nel 1926 gli causò non pochi problemi. Intollerante (pur con qualche scheletro nell'armadio) verso la stupidità e l'ignoranza, le frodi legalizzate, il conservatorismo della chiesa cattolica, si fece, infatti, deliberatamente arrestare (scherzetto che gli costò 20000 dollari di spese legali) per aver venduto un numero della rivista a Boston, dove era stata censurata perchè contravveniva alle leggi Comstock sulla pornografia e le oscenità. Deve essersene ricordato anche Barry Reed, bostoniano, prendendone spunto per la sua disamina, nelle forme del legal thriller, tutt'altro che rosea delle storture compiute e sottaciute dalle alte sfere ecclesiastiche cittadine. E ancor meglio del romanzo, la sceneggiatura di Il verdetto firmata da David Mamet ne evidenzia con veemenza le istanze di denuncia, inscrivendole nella vicenda disperata di Frank Galvin (Paul Newman), avvocato sul viale del tramonto che trascorre le sue giornate nei bar ubriacandosi e giocando a flipper, ridotto a cercarsi qualche cliente spulciando i necrologi sui quotidiani. L'occasione di una redenzione gli si presenta quando gli capita tra le mani un tragico caso di malasanità: i suoi avversari in tribunale sono il principe del foro Ed Concannon (James Mason) e la sua imponente equipe di legali, chiamati a difendere gli interessi ed il buon nome dell'arcidiocesi di Boston e del Saint Catherine Laboure Hospital, ovvero il più prestigioso ospedale cattolico della città. Ad essere accusati di negligenza sono i medici e gli infermieri che hanno somministrato una dose errata di anestetico alla sua cliente, una giovane donna partoriente che ora ha perso il bambino e si ritrova in coma irreversibile, ridotta ormai ad un vegetale. Con l'aiuto dell'amico Mickey (Jack Warden), Galvin si scrolla la polvere di dosso e riscopre in se stesso la forza e la costanza per fronteggiare quei soprusi contro cui si era sempre battuto ("i deboli devono avere chi combatte per loro, perciò esiste la corte. La corte non esiste per dargli giustizia. La corte esiste proprio per dargli un'occasione di giustizia"), rifiutando l'offerta di 210000 dollari propostagli dal vescovo e portando in giudizio la causa contro la direzione sanitaria dell'ospedale ed i vertici dell'arcidiocesi. Affidato alla regia di Sidney Lumet, che qui raggiunge gli esiti più felici della sua produzione anni Ottanta, Il verdetto si rivela opera ispirata e rigorosa nell'evitare con cura gli stereotipi ritriti e le meccaniche narrative consolidate del court room drama in cui è sospesa la disillusione iniziale del suo protagonista. Lumet immerge la messinscena nei colori crepuscolari dell'autunno, governando il crescendo drammaturgico del dibattimento processuale con incisività di toni ed atmosfere, sorretto dallo script di ferro di Mamet e da un cast d'interpreti strepitoso (senza contare la sontuosa veste spettacolare, dalla splendida fotografia del fidato Andrzej Bartkowiak alla pudica ed efficace discrezione della colonna sonora di Johnny Mandel), scagliando dardi appuntiti contro i privilegi del corporativismo sociale (clero, medici, avvocati, giudici), trasfigurati con passione, pur con qualche schematismo di troppo nella caratterizzazione dei personaggi, in un'esemplare e simbolica lezione di etica civile. "Non esistono altre cause, c'è questa causa!".
Commenti
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19 dicembre 2011, 17:54 di vincenzo carboni
"Non esistono altre cause, c'è questa causa!".... "Non esistono altre cause, c'è questa causa!". "Non esistono altre cause, c'è questa causa!". "Non esistono altre cause, c'è questa causa!".... Scena bellissima, in puro stile Mamet, fuso a questo lo stile Lumet. Un lento carrello in avanti mi sembra, e poi a scendere leggermente per inquadrare dal basso Galvin massaggiato da Morris. Adoro di questo film la pressocchè assenza di commento sonoro (il poco che c'è è un esile commento ed è sublime nella sua trasparenza), l'asciuttezza delle inquadrature per lo più fisse (niente steady una volta tanto: grazie Lumet) con leggerissime panoramiche o carrelli inpercettibili. "Non esistono altre cause, c'è questa causa!". Quà Galvin sembra proprio un bambino, con l'iterazione locutoria del piccolo che vuole il giocattolo, e lo vuole ora. Galvin parecchie volte subisce questa sorta di violenta regressione infantile. Le donne non gliela perdonano, ma Morris sì. Per me non c'è mai stato altro film. C'è questo film!!! Un film unico!
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19 dicembre 2011, 18:59 di FABIO1971
D'accordo con te, un Lumet splendido (per me il suo miglior lavoro degli anni Ottanta).. Ciao!
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