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Opinione di vincenzo carboni su Il verdetto

[The Verdict, USA 1982, Drammatico, durata 129']   Regia di Sidney Lumet
Con Paul Newman, James Mason, Charlotte Rampling, Jack Warden




Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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03/01/2012 voto al film: voto ottimo

Sul film

Paul Newman è morto solo da pochi giorni. Oggi (16 ottobre 2008) ho comprato il DVD de ‘Il verdetto’. Naturalmente l’avevo registrato dalla TV molto tempo fa, poi avevo comprato il VHS, quindi letto il libro di Barry Reed da cui è tratto, e ora –ho pensato- mi piacerebbe rivederlo in lingua orginale. Torno a casa in serata e in attesa che l’acqua per la pasta si metta a bollire, inserisco il DVD. Pensando ai primi 80 secondi de ‘Il verdetto’ ho sempre un brivido. Nella mente passo in rassegna inizi altrettanto emozionanti nella mia carriera di spettatore: ‘Face-off’, ‘Otto e mezzo’, sono i primi che mi vengono in mente; ‘Solaris’ di Tarkovsky, anche se ne ho un ricordo sbiadito (ma la sensazione è vivissima), poi più niente. Ce ne devono essere altri -mi dico- ma non ricordo. La prima scena, quella dei titoli di testa, è un lentissimo carrello in avanti (i carrelli in punta di piedi sono la cifra visiva in questo film di Lumet, oltre ai campi lunghi in cui gli attori si muovono come ombre sullo sfondo di Boston). Galvin gioca a flipper, lascia le bilie cadere in buca, un sorso di birra, una tirata di sigaretta, un sospiro… Ding, ding, ding! Bom! Bilia in buca. Cos’è un inizio? Un esordio, una entrata in società, una presentazione di circostanza, una fiammata, uno sparo nel buio in grado di creare una fessura in un muro di incredulità e da quella aggirare il nemico e prenderlo alle spalle. Quegli 80 secondi potrebbero essere da soli rappresentazione, anzi lo sono: quello che viene dopo è solo cinema. Ho guardato mille volte quella sequenza e ogni volta sono stato accarezzato da una malinconia senza oggetto, assoluta, una attesa epifanica (che poi per Galvin si ‘epifanizzerà’ nella emersione come da un pozzo oscuro di una ipotesi di sé finalmente appagante) o ‘apofanica’, se si intende lo sguardo buio di Galvin come uno stare in una terra di nessuno tra la percezione di sé e il delirio di sé, delirio inteso come visione spaventata di un annegamento (nell’alcool, nella birra, nel sesso, nell’insuccesso, in queste come in milioni di ipotesi alternative ma tutte a braccetto le une con le altre). Quell’inizio è un inizio, un anticamera, ma anche una fine, senza qualcosa in mezzo. Potrebbe essere la storia di una vita che non è mai inziata e che è già finita. E’ la rappresentazione di una esistenza senza alcun sospetto narrativo a giustificarla (per nostra consolazione esiste il Cinema: grazie di cuore Mamet-Lumet!): bilie che rotolano, provocano rumore, strepito, invocano un diritto ad ‘essere’, a nutrire ambizioni di visibilità prima di scendere nell’oblio del pozzo-flipper. Il flipper… Per Galvin è un altare davanti a cui pregare perché un dio si manifesti pur nella traiettoria casuale e bizzarra di bilie impazzite che cozzano contro luci provocando strepito. Troverà dio (o un senso qualunque di sé chiamato dio) in una discesa agli inferi che per un uomo è fare esperienza del mondo con addosso un corredo morale in grado di orientarlo, seppure fragilmente. Scoprirà che proprio le persone pronte a tradirlo (una Charlotte Rampling ambigua nel suo altrettanto tenero esitare tra il tradire ed essere tradita da sè stessa) gli diranno le cose più vere su di sé (grande tema ricorrente –questo- in Mamet). Ed è proprio di questi personaggi ambigui e ‘cattivi’, (e della nostra intelligenza pronta a fare di pietre rozze dei diamanti) che noi non possiamo fare a meno. Che un dio esista oppure no. 


SI

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