Poiché crede che il marito, Mr. Windermere, la tradisca con una certa Mrs. Erllynne, la moglie è pronta a rendergli la pariglia. Ma Mrs. Erlynne è invece la madre di Lady Windermere, che l'aveva abbandonata bambina. Salvato una volta il matrimonio della figlia, lo salverà una seconda, pur costretta per questo a svelare la propria identità e ad allontanarsi per sempre, sperando nell'oblio. Dall'omonima commedia di Oscar Wilde, Lubitsch trae il miglior film del proprio periodo americano prima del sonoro. Cinica e feroce, una lezione di messinscena.
L'opinione più votata
Di OGM scritta il 30/08/2010 - utile per 2 utenti
Voto al film: 
Tradurre in sole immagini, per il cinema muto, un’opera di Oscar Wilde, la cui forza risiede nell’uso filosoficamente arguto della parola, può sembrare un’impresa paradossale, artisticamente improponibile, esteticamente criminosa. A meno di non saper estrarre, da quella sapiente mistura di chiacchiericcio da salotto e dialogo intimista, la vera essenza morale della storia, la particolare gradazione aromatica assunta, in questa vicenda, dall’ennesima provocazione antiborghese del famoso drammaturgo. La paura della verità è il terreno da cui, in questa pièce, si sviluppa, in molteplici forme, l’impenetrabile giungla dell’ipocrisia: il non dover sapere, il non voler vedere, il non poter parlare. I segreti resistono, e le apparenze rimangono intatte, in questo racconto in cui il tutto per bene assurge a necessità vitale: ecco allora che il silenzio e gli atteggiamenti esteriori divengono le dimensioni espressive più acconce a presentare un’umanità variamente recitante, impegnata in un melodramma di facciata, in cui la finzione è un’autentica sfida per la sopravvivenza. L’assenza del sonoro crea quell’atmosfera acquatica in cui i gesti e la mimica si dilatano e si deformano per assumere le sembianze viscide e molli dell’ambiguità, tra pensieri trattenuti, azioni accennate, parole affiorate sulle labbra e subito estinte. Tutto è elegantemente sfumato, come il confine tra cattiveria e bontà, che i canoni sociali cercano invano di trasformare in un fossato, mentre la realtà dei sentimenti continua tranquillamente a transitare, invisibile ed indisturbata, da una sponda all’altra. In questo film il leggendario tocco alla Lubitsch è un diteggiare ritmico, e quasi musicale, che si posa sui personaggi per accendere e spegnere le loro figure, facendole apparire e scomparire, decretandone il successo o la disgrazia, il prestigio o il disonore, azionando un interruttore che con un clic fa volgere ogni cosa nel suo contrario. Questa magia registica è un autentico prodigio di saggezza, prudenza ed equilibrio, ed è una raffinata ventata di armonia che non ci fa rimpiangere, del testo originale, le memorabili boutade (“So resistere a tutto, tranne che alle tentazioni”) e le geniali metafore sulla vita (“Noi tutti abitiamo nello stesso mondo, e il bene e il male, il peccato e l’innocenza lo attraversano tenendosi per mano. Chiudere gli occhi su una metà della vita per vivere in sicurezza è come accecarsi per poter camminare più sicuri in una terra di fosse e precipizi.”)