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Opinione di Snaporaz68 su Belli e dannati

[My Own Private Idaho, USA 1991, Drammatico, durata 105']   Regia di Gus Van Sant
Con River Phoenix, Keanu Reeves, James Russo, Chiara Caselli




Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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19/01/2011 voto al film: voto buono

Sul film

ON THE ROAD TO PERDITION
 
Gus van Sant è un regista liminale, sempre al margine, in perenne equilibrio tra le concessioni allo star system hollywoodiano e le sperimentazioni di certo cinema indipendente. Questa contraddizione è palesemente espressa nella sua opera cult My Own Private Idaho (che segue Mala Noche e il più fortunato Drugstore Cowboy), una rivisitazione della gioventù bruciata di Portland, ben rappresentata dai due marchettari, River Phoenix e Kenau Reeves, che vendono il loro corpo e allo stesso tempo sono rispettivamente alla ricerca di una figura materna e paterna. Certo se non ci fosse il precedente di John Ford, il film potrebbe anche essere intitolato The Searchers e in certi passaggi narrativi l’opera assomiglia più ad un western on the road piuttosto che a uno spaccato di neorealismo urbano. Da una parte il narcolettico, inquieto, autolesionista, dannato, romantico River Phoenix in una delle più incredibili performance d’attore che si siano viste sullo schermo (premiato a Venezia con la Coppa Volpi come miglior attore protagonista, chissà quale altre parti ci avrebbe potuto regalare questo moderno James Dean). Dall’altra il pragmatico, forte, determinato, spietato, cinico Kenau Reeves che dopo avere assaggiato le strade degli abissi infernali torna al suo Paradiso ereditato geneticamente. Il film funziona in questo progressivo divergere delle due strade: sembra proprio che uno su nutra delle debolezze dell’altro per farsi forza, che proprio la dichiarazione d’amore davanti al falò (una delle scene più intense del film che sembra preannunciare i Segreti di Brokeback Mountain) sia la scintilla che separa definitivamente i due ragazzi. Mentre River assume le sembianze dell’angelo perduto (alla Wong Kar Wai) e non fa altro che auto implodere nei suoi giganteschi vuoti affettivi, nelle sue fughe narcolettiche da una realtà insostenibile, River acquista sempre più forza e consapevolezza dei suoi mezzi, manipola la realtà a suo uso e consumo, si inserisce nel sistema dopo averne capito meccanismi e debolezze,uccidendo padre naturale e spirituale. Van Sant si nutre di innumerevoli fonti letterarie e cinefile: Jack Keourac ma soprattutto Shakespeare; le figure di Scott e di Bob sono ritagliate dall’Enrico IV e dal Falstaff (e certi monologhi richiamano proprio l’impianto drammaturgico shakespeariano), Nick Ray e il suo Gioventù Bruciata, John Ford e il suo Rio Bravo ma anche David Lynch e il suo Wild at Heart. Per non parlare del finale che è una citazione diretta di Easy Rider, con questo movimento dal basso verso l’alto della mdp che guarda gli eventi da un piano superiore, quasi a volerne prendere le distanze. La grande prestazione dei due attori protagonisti riesce a coprire certi punti deboli del film, individuabili soprattutto nella insistenza di certe sottolineature melodrammatiche (il rapporto madre figlio estremizzato nel ricordo, certi quadretti familiari iperstilizzati) e della inutilità della parte italiana (che non aggiunge o toglie nulla alla economia del racconto). Ottima mano del regista che decide di fare evaporare la temperatura delle scene di sesso con geniali fermi immagine e stupendi piano sequenza (quello dell’entrata dall’alto nel porno shop) e dolly mobilissimi (la scena del funerale di Bob) che contrastano con la fissità e la compostezza di altre scene (il funerale del padre di Scott). Nuvole in fuga a sottolineare il trascorrere del tempo esteriore e interiore. Ma River regredisce nel bozzolo di seta del suo piccolo mondo di “ragazzo di vita”e il suo sonno si nutrirà di frammenti di una infanzia perduta. Quell’angelo caduto per strada ha camminato su milioni di strade ma si ritrova da solo nell’unica che riconosce come propria, privata. Un deja vù che ha il sapore amaro di un viaggio senza più scopo.
Un Paradiso perduto che adesso ha le grottesche trasparenze di una faccia di cazzo.
 


SI

Commenti

  • 19 gennaio 2011, 20:43 di j.d.

    Complimenti per la recensione, la più completa e necessaria di tutte quelle finora scritte nel sito su quest'autentica, imprescindibile opera d'arte, vero e proprio testamento filmico ed estetico del cinema americano ed europeo a cavallo tra gli anni '80 e '90.

    cancella commento cancella commento e blacklista j.d.

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