Opinione di Neve Che Vola su Gli spietati
Con Clint Eastwood, Gene Hackman, Morgan Freeman, Richard Harris
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Sul film
Tra il titolo "Gli spietati" e la scritta che conclude l'opera di Eastwood, mi sono passate davanti agli occhi per 131' (e per ben tre volte) le immagini più qualunque del film più qualunque del regista più qualunque che abbia mai attraversato il West. Ma non è questo il bello (il film lasciamolo perdere): il bello sta nel fiume di inchiostro che è stato versato per celebrare la grandezza di questo film qualunque, tutte cose ovvie o banali che suscitano in me, invariabilmente, la stessa domanda: "E allora?"
Commenti
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13 dicembre 2009, 12:42 di toni70
Che ti devo dire, ...e allora non guardarlo....
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13 dicembre 2009, 15:02 di Neve Che Vola
Cercherò di far tesoro del tuo prezioso consiglio.
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14 dicembre 2009, 00:13 di toni70
Ma proprio nessun film di Eastwood ti è piaciuto? Dai, definirlo il "regista più qualunque" non ti sembra per lo meno severo?
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14 dicembre 2009, 05:32 di Neve Che Vola
No, no, ho esagerato, non è certo il regista più qualunque se confrontato con il panorama odierno dei registi a me noti, ed anche un buon regista in assoluto. La mia reazione è proporzionata al valore a mio avviso esagerato che gli viene attribuito. Se x viene considerato un regista straordinario o pessimo e non riesco a capire perchè, allora cerco indizi che mi aiutino a capire le motivazioni di tale entusiasmo. Se a tutta prima non li trovo da me, allora comincio a chiedere a persone che mi hanno dato prova (ai miei occhi) di essere intelligenti, cosa pensano di x. Chiedo anche alle persone nelle quali nutro poca fiducia, appositamente anche a loro. Alla fine cerco di mettere insieme i pezzi e di farmi un quadro. Il quadro che mi sono fatto su Eastwood, e su molti altri registi, è che ha diretti dei buoni film, ma certo non straordinari; vedibili, ma che non mi hanno segnato la vita neanche un pò. Non li ho visti tutti, i primi che mi vengono in mente sono questo, Million Dollar Baby, Gran Torino, Un giorno perfetto, Il cavaliere pallido, Lo straniero senza nome, Il texano dagli occhi di ghiaccio, Piano Blues, un pezzo di Flags of Our Fathers. Nessuno di questi mi è parso un gran film, passabili e onesti, ma niente di più. Ho dato una stella al film semplicemente per mantenere le proporzioni, non ho dato il voto al film in assoluto, altrimenti avrei assegnato tre stelle, bensi' ho tenuto conto del contesto delirante (secondo me, si intende) che fa da cornice a Gli spietati. Uno dei più grandi capolavori del genere western? Ma neanche per sogno. Potrei sbagliare, si intende, forse non l'ho capito, ecco perchè mi sono dato da fare vedendolo per tre volte e leggendo recensioni su recensioni. _ Riporto delle parole di Noam Chomsky che possono aiutarmi ad esprimere il concetto:_ "Prendiamo la cosiddetta "teoria letteraria". Non credo che esista alcuna teoria letteraria, cosi' come non credo ne esistano di culturali o di storiche. Si può leggere un libro, parlarne e farlo capire alla gente e si può farlo in modo fantastico come lo faceva Edmund Wilson, senza avere alcuna teoria letteraria. Ma se vuoi sentirti al livello di un fisico che parla di quark, devi avere una complicata teoria che nessuno capisce: se lui ne ha una, perchè non posso averla anch'io? (...) in effetti, è raro trovare al di fuori delle scienze naturali concetti che non possano essere espressi in termini chiari. Si tratta di idee interessanti e semplici, anche se spesso è difficile elaborarle. Per esempio, se si vuole capire come si è sviluppata la moderna economia industriale, può essere necessario un lungo lavoro. Ma la "teoria" sarà molto asciutta, se per teoria si intende qualcosa che si basi su princìpi che non sono ovvi quando li si incontra la prima volta e dai quali si possono dedurre conseguenze sorprendenti che confermano i princìpi stessi. (...) Penso che dovremmo essere molto scettici nei confronti degli intellettuali quando costruiscono strutture poco trasparenti, perchè in molti campi non siamo in grado di raggiungere una comprensione profonda. Ci sono campi, come per esempio la fisica quantistica, nei quali non è possibile operare contraffazioni. Ma altrove si. Se una cosa è stata davvero compresa, credo che la si possa descrivere in modo semplice. Per questo quando sento parole come "dialettica" o "ermeneutica" o altri vocaboli considerati molto profondi, faccio come Goering, "metto mano alla pistola". (...) Con questo non voglio dire che non abbiano alcun significato . C'è gente che le usa, e ha l'aria di comunicare qualcosa. Ma mi fa lo stesso effetto che ascoltare una conversazione in turco: sta succedendo qualcosa ma io non ne faccio parte. Mi è capitato in alcune interviste di dire che non capisco cosa sia la "dialettica", e ho ricevute lunghe lettere di persone che cercavano di spiegarmelo; per me era incomprensibile o ovvio. Forse sono affetto da una malformazione genetica(...). Tutto ciò che incontro in questi campi mi sembra abbastanza interessante, ma ovvio o incomprensibile. Sono scettico e penso che chiunque abbia il diritto di esserlo quando non capisce qualcosa. Se leggo un testo che parla di elettrodinamica quantistica, non capisco una parola, ma so che potrei riuscirci, visto che ho capite altre cose complicate. Mi immergerei nella disciplina, la studierei dall'inizio alla fine e arriverei al punto di capirla. Oppure potrei andare da qualcuno della facoltà di fisica e dirgli: "Senti un pò. Com'è che sono tutti cosi' interessati a questa roba?". e lui cercherebbe di adattare i concetti al mio livello di competenza. Forse non arriverei ad avere una conoscenza approfondita dell'argomento, ma sicuramente comincerei a capirlo. Ma quando mi imbatto in un testo marxista o di teoria della letteratura, ho l'impressione che potrei passarci sopra la vita e non lo capirei lo stesso. E non so neppure come arrivare a capirlo, quali passi fare. E' possibile che si tratti di campi fuori della mia portata, forse non sono abbastanza intelligente. In ogni caso tutto ciò si presta ad una conclusione divertente: qualcuno è stato capace di creare qualcosa di più complicato della fisica e della matematica. Io però non ci credo, non credo che i teorici della letteratura abbiano raggiunto un livello intellettuale superiore a quallo ottenuto in secoli e secoli di duro lavoro. (...) Ci sono delle parti della filosofia che credo di capire, come la maggior parte della filosofia classica. Ce ne sono altre che non capisco perchè per me non hanno senso. Non è necessariamente una critica: ci sono argomenti dei quali è difficile parlare sensatamente. Ma se leggo per esempio Russell, o la filosofia analitica, o Wittgenstein, credo di poter capire cosa dicono e perchè penso che sbaglino. Invece se leggo Derrida, Lucan, Althusser o altri del genere non li capisco. Sono solo parole che mi scorrono davanti agli occhi, non riesco a seguire il ragionamento. Forse mi manca un gene, è possibile. Ma in tutta onestà, mi sembra una truffa". _ Come Chomsky, ho chiesto a persone più esperte di me di cinema di illuminarmi, ed ho notato che le loro affermazioni non hanno alcuna conseguenza emotiva su di me, ne prendo atto come uno scolaretto, come un pappagallo. Ci sono dei concetti che possono essere asettici, per esempio una formula matematica. La imparo e stop, non mi aspetto che il suo apprendimento mi emozioni. Ma quando sento parlare di un film, non mi aspetto che NON mi emozioni arrivare a capire perchè quel film sia considerato grande, nel caso io capisca il discorso. Ma quando leggo certe frasi, o non le capisco come in questo caso: "questo film dice la parola definitiva sul genere" oppure mi chiedo cosa ci sia da esaltarsi tanto, come in quest'altro: " Clint, con questo suo primo film da Oscar, ci dice che l’America ha perso. Abbiamo perso tutti, perché “tutti lo meritiamo, Kid”.(scapigliato) E allora? Non mi sembra un gran messaggio "L'america ha perso"... e invece di farmi perdere tre volte 131' di tempo per dirmelo, bastava che Clint mi mandasse un biglietto o una e-mail (ma all'epoca internet non c'era) con questo messaggio "Ciao, ho una cosa da dirti: "l'America ha perso perchè bla bla bla, abbiamo perso tutti perchè tutti lo meritiamo. Firmato: Clint Eastwood". E io gli avrei risposto cortesemente: "Grazie di avermelo detto. Firmato: Neve Che Vola" Capisci il concetto? Io non vado al cinema per sentirmi dire "L'America ha perso, abbiamo tutti perso perchè lo meritiamo" oppure "Io sono a favore dell'eutanasia", Tutte cose che mi si possono dire con una lettera di poche righe, ma per esaltarmi se qualcuno mi dice magari anche le stesse cose però infiammandomi l'anima. _ Capisco che Hero di Zhang Yimou non sia piaciuto a molti, o che possa anche essere un brutto film, ma dopo la quarta visione (la prima mi aveva solo spiazzato) mi sono rotolato sul pavimento dalla gioia. Yimou non mi ha detto "L'uomo pacifico non ha la spada nel cuore, nè nella mano" al che avrei risposto " e grazie al picchio", mi ha invece detto "L'uomo di spada non ha la spada nel cuore, nè nella mano", il che mi ha profondamente colpito, emozionato, esaltato, infiammato, commosso etc., magari perchè sono un sempliciotto, un romantico, un grazzo, o semplicemente un fesso. _ Dopo che ascolto una sonata di Beethoven, mi mancano le parole, mi viene da pensare di essere davanti ad un Maestro che esprime col suono la sua comprensione del mondo, ci sono state volte che l'esaltazione ha raggiunto momenti quasi folli. Dopo che ascolto Battiato o De andrè, con tutto il rispetto dovuto a simili persone oneste, mi chiedo quand'è che arriveranno le cose importanti dopo tutte le banalità che mi hanno snocciolato... non dico che siano sciocchezze, ma cose ovvie per le quali non mi riesce di esaltarmi se non raramente, non "conclusioni inaspettate"come dice Chomsky "se per teoria si intende qualcosa che si basi su princìpi che non sono ovvi quando li si incontra la prima volta e dai quali si possono dedurre conseguenze sorprendenti che confermano i princìpi stessi." Addirittura Eastwood riesce a infastidirmi quando il giovane che spara all'uomo nella latrina prende coscienza di quello che ha fatto. Eccolo che capisce e si pente, che piange se pensa che quell'uomo non respirerà mai più per colpa sua... La trovo una scena imbarazzante, non certo una riflessione profonda o toccante... non so se ci sia bisogno di spiegare perchè io la trovi imbarazzante, nè se sarei capace di spiegarlo... _ "Con quest’opera, Clint Eastwood non raggiunge soltanto la vetta del proprio cinema western (a voler essere relativistici), ma approda soprattutto alla tappa finale del genere: l’evoluzione del mitico West in disillusione della Frontiera cominciata con Leone e proseguita per Peckinpah e Siegel, raggiunge con Eastwood la sua conclusione ideale. Questo Western, anziano, crepuscolare, autunnale, lento come i suoi personaggi e i suoi paesaggi, è l’ultimo dei Western: non ci si aspetta di vederne più, dopo".(montelaura) Da questo breve frammento, deduco che il motivo (o uno dei motivi) di esaltazione o interesse sussista a patto di collocare il film all'interno del genere western: se togli la sua appartenenza al genere western, questo discorso non sarebbe forse mai stato scritto. Sembra che la sua collocazione all'interno della storia del genere gli conferisca qualcosa di interessante, che non avrebbe se fosse preso in assoluto. Per chiarire, vorrei fare un esempio preso dalla musica: una signora piuttosto ricca mi aveva preso in simpatia e mi invitava a suonare in casa sua. Ma aveva quello che io considero un vizio: per esempio, dopo una sonata di Haydn, parlava per ore di ciò a cui la sonata preludeva... la metteva nel contesto storico, e cercando di capire il suo ruolo nella storia della musica, a mio avviso perdeva di vista il "qui e ora" che la sonata richiedeva, la cosa di gran lunga più importante. Sei tu che, tentando di ordinare degli accadimenti, tracci una storia degli stessi. Va bene, sei un abile collocatore, ma non finire col credere che la storia che ne risulta sia ciò che effettivamente è accaduto. E' semplicemente una interpretazione mentale di accadimenti di per sè stessi forse slegati, il delirio della nostra mente. Non tanto l'ordinare di per sè, quanto il trarre conclusioni dall'ordinamento che abbiamo ricavato e sul quale non esistono garanzie di autenticità. Per cui, collocare in un contesto di accadimenti cronologici un film e ricavarne motivo di piacere proprio per questo, non lo posso accettare o almeno non può accadere a me, perchè le premesse mi paiono semplicemente troppo incerte. Avranno ragione a dire che con Leone e Peckinpah e Siegel il western abbia percorso una strada, ma per essere sincero, mi paiono gli argomenti di chi non capisce una sonata di Haydn senza collocarla da qualche parte. Inoltre, i western di questi tre signori mi paiono poca cosa, a parte Il buono, il brutto, il cattivo, C'era una volta il West, Sfida nell'alta Sierra, La ballata di Cable Hogue _ Hai mai letto i commenti che Edwin Fischer fa alle sonate di Beethoven? Sembrano, obiettivamente, poca cosa, ingenui, se confrontati coi dotti scritti di molti musicologi... Hai mai sentito Edwin Fischer suonare quelle stesse sonate? Difficilmente potrei immaginare una comprensione più profonda di ciò che accade in quei microcosmi sonori... Hai mai sentito quei dotti musicologi suonare le opere sulle quali dissertano dottamente? Ridicoli... si potrebbe obiettare che loro fanno i musicologi, e da loro ci si deve aspettare quello che danno, che scrivono, e non che sappiano suonare. Può essere, ma è pure vero che se fanno i musicologi e non i musicisti un motivo ci deve pur essere anche in questo caso. _ In tutta onestà, mi pare una truffa, un autoinganno, magari in buona fede, tutto questo discutere su Gli spietati, e qui mi fermo anche se i discorsi sono sconclusionati perchè sono stufo di queste cose e del resto ora che le ho scritte mi spiace cestinarle. Va bè, "L'uomo che ingannò la morte" me lo vedrò domani....
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10 aprile 2010, 07:57 di luisasalvi
La tua conclusione sui musicologi costringerebbe a chiederti perché tu parli dei film altrui anziché farne tu.O forse ne fai, e "Neve che vola" nasconde il nome di un grande regista (dico, ovviamente, molto più grande di Eastwood). Non te lo chiedo, perché non sono d'accordo con quella tua tesi: saper leggere e saper scrivere sono cose molto diverse; nella musica poi (come nel teatro) si aggiunge l'interprete, che è ancora altra cosa: un artista può non aver capito nulla della propria opera, è cosa misteriosa, ma è così: Montale era scadente studente, peggior critico, e non si capisce come abbia potuto creare quel miracolo di Ossi di seppia; quanto alla interpretazione di un'opera, quella dell'interprete è spesso intuitiva e sintetica, quella del critico è analitica e argomentata (se lo è). In tutti i campi (artisti, critici e interpreti) ci sono geni e cialtroni, ma ci sono anche approcci e gusti diversi; pensa a Nachtstücke di Schumann suonato da Horowitz o da Backhaus; credo che nessuno neghi la grandezza di Horowitz, ma per Nachtstücke c'è da chiedersi se non sia improvvisamente impazzito... o almeno a me fa questa impressione... eppure forse ad altri no. Peraltro condivido con poche riserve la sostanza del tuo intervento e il giudizio su Eastwood: dici che al film avresti dato tre stelle; tre gliene ho date io subito prima di te, e altrettante mm40 subito dopo; da parte mia la media dei voti ai suoi film è 3/5, con alcune pessime cadute stralodate da molti, ma anche con almeno due film migliori che ti consiglio di vedere o rivedere con attenzione: Fino a prova contraria, cui ho dato cinque stelle forse per reazione al fatto che tanti lodatori di Eastwood l'hanno ignorato o trascurato, ma che almeno quattro le merita tutte; più ancora Honkytonk Man, altro film trascurato e poco lodato rispetto ad altri che io ho criticato negativamente ricevendo disapprovazioni talvolta sprezzanti ma mai argomentate.
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11 aprile 2010, 03:32 di Neve Che Vola
Non posso ancora leggere le tue recensioni ai film di Eastwood perchè non li ho ancora visti, ma avevo letto quella su Million Dollar Baby che mi trovava d'accordo. Su una cosa dissento, però: la Messa è una penitenza, tremenda! "La pretesa di diventare campione mondiale sarebbe un riscatto? La pretesa di Maggie era di diventare qualcuno, di sfondare, non di vivere; la prospettiva, alla fine, è di restare in poltrona, di non essere più un campione, e allora vuole morire, a tutti i costi." Infatti, Maggie avrebbe avuto più fortuna ad incontrare qualcuno che glielo avesse spiegato. Mi da particolare fastidio il nero che commenta che Maggie aveva avuta la sua occasione, mentre a me era parso che proprio l'occasione di maturare un pò le fosse mancata. __Mi sono dovuto rileggere tutto perchè non ricordavo quale fosse la mia conclusione sui musicologi nè di averli citati. Ora che mi sono rinfrescato la memoria con grande fatica, tento di riassumere quello che avevo scritto. Grossomodo, ho sostenuto (che non è poi quello che volevo sostenere esattamente, ma stavo parlando con una persona, ed ho eliminato dei pezzi che ritenevo inutili nè mi è passato per la testa di essere più esauriente) che un critico non musicista faccia il critico appunto perchè non è riuscito a fare il musicista, e che solo al musicista, possibilmente più grande di quello la cui musica critica, sia concesso il diritto e la capacità di parlarne. In realtà questa mi sembra la tua interpretazione delle mie parole (peraltro poco chiare, ma a fatica ne troveresti di chiare fra le mie perchè dopo un attimo mi spazientisco, hai presente cosa vuol dire vedere dinnanzi a sè l'intero svolgersi del discorso come in una visione e poi doversi scontrare col linguaggio per renderlo accessibile ad altri?), anch'io credo infatti che saper scrivere e leggere siano due cose differenti. Ma ci sono modi diversi di leggere, e soprattutto è diversa la considerazione del pubblico verso l'autorità dei vari "lettori". Ho citato apposta la frase da Million Dollar Baby, appunto perchè mi pare scritta con grande chiarezza. In poche parole, sveli il trucco che sta dietro l'incanto del film, la menzogna alla base. Questo è un modo di leggere che a me piace, mettere a nudo la verità della situazione. La maggior parte delle persone, probabilmente non aveva colto in cosa consistesse davvero "l'aspirazione" di Maggie. Se la critica fosse orientata in tal senso, sarei un sostenitore della critica cinematografica. In sostanza, per il grande pubblico si tratterebbe di lezioni in diretta sul proprio modo di percepire. Insomma, una persona di maggiore esperienza che ci viene incontro. I musicologi non parlano quasi mai di quello che realmente accade in una esecuzione, credono di farlo, ma non credo che ci riescano. Anche per il musicista è difficile coglierlo, tu fai l'esempio di Montale cattivo critico perfino della propria opera, e non stento a crederlo. Ma un critico alla fine è costretto ad usare gli strumenti della critica, e un autore potrebbe trovare difficile decodificare la propria comprensione in quel linguaggio. Non è prova certa dell'incomprensione di un autore la sua incompetenza critica, perchè la competenza critica (visto che insegnavi critica me lo potrai spiegare meglio tu) è definita da strumenti particolari che potrebbero benissimo non essere idonei all'autore Montale (sto immaginando). Tu dici "un artista potrebbe benissimo non aver capito nulla della propria opera", qui mi appari un pò oscuro. Comprensione, alla fine, sottintende un campo di azione determinato dalla nostra aderenza o meno a determinate premesse, mi pare. Può essere (sto sempre fantasticando) che Montale non capisse questo "campo di azione", ma non è una garanzia di non comprensione in assoluto la non aderenza ad un modello di comprensione. Potrebbe essere che non capisse la sua opera nei termini della critica e delle sue premesse, non che non comprendesse quello che aveva scritto. L'esempio che avevo fatto della presunta ingenuità delle parole di Fischer (che però non avevo venduta come "presunta" ma come accertata, ma mai più andavo ad immaginare di dover tornare sull'argomento) voleva dire che Fischer era costretto ad esprimere ingenuamente le sue idee, perchè non provengono da alcuna forma di teoria o competenza musicologica (in realtà Fischer era una miniera di questa competenza), quanto dalla diretta testimonianza di una conoscenza "vera", e che chiamo "vera" perchè testimoniata dalle sue esecuzioni. Questo tipo di testimonianza a mio avviso può essere difficilmente articolata in maniera complessa, è piuttosto una specie di misero riflesso nel linguaggio di una esperienza intraducibile. Il critico che osserva, può benissimo dire di aver capito più di Fischer, ma dimentica che comunque l'ambito della sua comprensione è definita non da leggi divine, ma da presupposti semplicemente condivisi ma che non garantiscono alcuna veridicità alle sue convinzioni. Il fatto che nella musica si aggiunga l'interprete è veramente un fattore importante (del teatro non parlo). Quello che mi dici sui Nachtstucke nelle due diverse interpretazioni è emblematico del problema. Non li conosco (li ho suonati da Horowitz, avendo tutto di Horowitz meno tre-quattro cd che prenderò, ma non da Backhaus. Horowitz suona però solo gli ultimi due), ma solitamente le interpretazioni vengono valutate in un contesto di aderenza o meno alle intenzioni dell'autore. I critici di solito "leggono" basandosi sugli strumenti condivisi dalla critica, non li credo molto abili nel capire cosa accada "realmente" quando un pianista suona. Un musicologo cercherebbe dei riferimenti alla poetica e quant'altro ai suoi occhi caratterizza la scrittura schumanniana, parlerebbe di stile, che ne so. Continuerebbe ad esistere una "divisione" tra lui critico che ascolta e l'interprete. Il critico è come un "io" che esplora un avvenimento in base alla sua preparazione e cultura. Si può fare anche così, ma la mia idea di "lettura" è diversa (sempre che io abbia capito cosa fanno il critico o il musicologo). La mia "lettura" non presuppone strumenti critici ed analitici etc., i quali manterrebbero in vita (almeno secondo me) la mia identità in quanto utilizzatore di detti strumenti. Leggere nel mio caso significa "diventare" quello che ascolto, perdere ogni riferimento, "identificarmi" volontariamente con l'avvenimento "Horowitz che suona i due Nachtstucke" a discapito della mia identità. Una esperienza del genere mi pare abbastanza intraducibile a parole, se esiste un vocabolario io non lo conosco. Per chi è convinto che esista una poetica, un linguaggio, uno stile di Schumann, probabilmente l'approccio di un pianista verrà subito riportato al suo sapere. E' questo "sapere" il problema, per quel che mi riguarda. E può essere di ostacolo alla "comprensione" di Horowitz o di Backhaus. Ecco perchè io solitamente mi rifiuto di seguire una interpretazione (termine che non mi piace) con lo spartito davanti, almeno fino a che non sarò sufficientemente sicuro di "possedere" quella interpretazione. Secondo me, l'impressione che ti da Horowitz può dipendere o da una conoscenza precedente dell'interpretazione di Backhaus, oppure dello spartito.
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13 dicembre 2011, 16:18 di maso
Il regista più qualunque del più qualunque qualunquismo XD XD XD Ti quoto come la neveche vola in alta quota XD
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