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Opinione di Aquilant su Film bianco

[Trois couleurs - Blanc, Polonia, Francia 1993, Drammatico, durata 91']   Regia di Krzysztof Kieslowski
Con Zbigniew Zamachowski, Julie Delpy, Janusz Gajos, Jerzy Stuhr




Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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12/04/2005 voto al film: voto buono

Sul film

Bianco come lo svolgimento di una storia dall’aspetto apparentemente anodino ma soffusa al suo interno di caustici toni passionali oziosamente infiltrati tra le pieghe della pelle. Bianco come l’abito della sposa all’uscita della chiesa, immerso nel candore di un contesto tutto giocato su un esasperato gioco di sovraesposizioni che rimanda a sottili simbolismi intrisi di venature oniriche. Bianco come il chiarore dei riflessi nevosi incombenti sullo sfondo d’una città impigrita, come il busto d’una statua accarezzata in ricordo di un amore perduto, ma soprattutto bianco come l’orgasmo finale di Dominique, vero e proprio urlo di liberazione di un’anima all’oscuro del beffardo epilogo riservatole dal compiacente gioco di un destino intessuto all’ombra della vendetta. Colore dalla funzione meramente descrittiva ma non drammaturgica, inserito in un tipo di fotografia imperniata sovente sui chiaroscuri, sui forti contrasti di luce, sull’ambiguità dei contorni di visi immersi nella penombra, totalmente differenziato dalle linearità luministiche e prive di asprezze di “Film blu”. Inserito nel bel mezzo di due blocchi narrativi incentrati sull’introspezione intellettualistica della natura femminile, è da considerare sicuramente il film più movimentato ed imprevedibile dell’intera trilogia, non privo di spunti arguti e grotteschi, con la bella scontrosa di turno Julie Delphy, algida come mai ci era stato concesso di ammirarla, costretta ad agire da comprimaria ed a restare fuori della scena per il tempo necessario alla preparazione da parte del consorte di un escamotage destinato a cuocerla a fuoco lento. Questo secondo anello della trilogia ispirata ai tre colori della bandiera transalpina ed ai tre principi della rivoluzione francese: "Liberté, Egalité, Fraternité ", si richiama ad un tipo di uguaglianza molto particolare, piuttosto destabilizzante da un punto di vista puramente convenzionale, legittimamente rivendicabile se analizzata nel contesto della narrazione, ma condannabile da un punto di vista morale a causa del suo dolceamaro sapore di vendetta. Ma l’adeguamento alla legge del taglione o, se si preferisce ricorrere a sottili perifrasi, del “chi la fa l’aspetti” (e qui rischiamo di scivolare nel territorio minato rohmeriano delle “commedie e proverbi”) conferito a quest’idea di UGUAGLIANZA kieslowskiana è svolto con mano leggera ed in maniera talmente ironica da ricondurci tramite un salto temporale all’indietro a talune indimenticabili atmosfere del “Decalogo”. Non a caso ritroviamo qui un’affiatata coppia di nostre vecchie conoscenze, Zbigniew Zamachowski (gemello polacco di un Fantozzi ma con qualche anno in meno sulle spalle) e Jerzy Stuhr (con entrambi i reni al loro posto), non più intenti ad escogitare sotterfugi (a vuoto) allo scopo di preservare la loro appassionante raccolta di francobolli d’autore ma più precisamente dediti all’incentivazione della creatività nel campo delle acconciature. Emerge qui in tutta la sua forza l’innato senso dell’umorismo NERO di Kieslowski quasi a fare da contraltare al concetto di BIANCO assoluto insito nella vicenda. Ancora una volta l’autore dimostra l’unicità del suo stile pur nella differenziazione degli argomenti trattati. Immerso nella parte centrale in tempi diegetici decisamente non rapportabili a tempi reali e ridondante di ellissi tese a spazzare via sul nascere eventuali punti morti della narrazione, “Film bianco” è quanto di più diverso si possa immaginare relativamente ad intreccio ed atmosfere rispetto alle altre due opere della trilogia. Eppure il tocco inconfondibile del genio si può continuamente notare nella maniacale cura dei particolari, nell’intensità emotiva dei dialoghi, nell’analisi attenta ai valori dell’individuo, nella presa di distanza dalla materia rappresentata, nell’applicazione costante del principio di casualità e nella disseminazione di metafore (sequenze di simultanei voli di piccioni da terra che ci richiamano apertamente ad un concetto di libertà spesso vagheggiato nelle sue opere), oltre che, come al solito, nello spiazzamento dello spettatore (inserimento di elementi che entreranno in gioco soltanto in un secondo tempo). E perfino la musica, spogliata dei toni gravi e solenni della partitura per grande orchestra di Zbignew Preisner, si diletta ad assumere cadenze di taglio popolaresco, scorazzando indisturbata ed irriverente al ritmo di un ironico tango a commentare le vicissitudine tragicomiche del nostro Fantozzi che al contrario del collega italiano non lesina di legarsi al dito i tiri mancini di una consorte poco compiacente. Ed un sentito omaggio al regista risiede nelle parole della non più algida Julie Delphy: “Kieslowski è un regista che s’ispira alla vita reale della gente, che attraverso la cura dei dettagli infonde la propria anima nel film, che si sofferma sui particolari come se guardasse le cose al microscopio.” Verissimo, verrebbe spontaneamente da aggiungere. Cosa dire di più quando “Film rosso” batte già alle porte?


SI

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