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Opinione di Snaporaz68 su Carlito's Way

[Carlito's Way, USA 1993, Gangster, durata 141']   Regia di Brian De Palma
Con Al Pacino, Sean Penn, Penelope Ann Miller, John Leguizamo




Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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23/10/2010 voto al film: voto ottimo

Sul film

LA COSCIENZA DELL'ASSASSINO
 
Tra i migliori film di Brian De Palma, equilibrato, teso, avvincente, ben calibrato.
Sin dai tempi di Scarface, De Palma avrebbe voluto rappresentare un altro tipo di antieroe, non il cocainomane e megalomane (e anche incestuoso) Tony Montana, ma il pentito e leale Carlito Brigante, portoricano dell East Harem, che vuole avere una seconda possibilità per tirarsi fuori dal gioco ( e dall’inferno) e volare verso il Paradiso di spiagge tropicali, a noleggiare auto.
Ed una seconda possibilità verrà offerta al nostro Carlito, sfruttata bene dal suo avvocato Sean Penn (irriconoscibile con i riccioli rossi) che lo farà uscire di prigione per un cavillo legale ma il pedaggio verrà pagato più avanti. Tutto il film poggia su questo concetto basilare: Carlito vuole veramente smettere di fare il malavitoso (contrabbandiere di eroina) ma il guaio è che nessuno gli crede. Non gli crede il giudice che sentendo il suo discorso da pentito redento (molto melodrammatico ma ingenuamente sincero) al momento della scarcerazione, ha un moto di stizza e di rabbia, non gli crede il fido avvocato Sean Penn che vuole sfruttare le sue conoscenze e il codice d’onore di Carlito per dei giochi torbidi con la Mafia e gli ride malamente in faccia appena sente i buoni propositi dell’amico di mettere la testa a posto, non gli crede la eterna fidanzata Gail che nei primi incontri, sorride amaramente alle frasi di catarsi interiore, scottata dalla precedente esperienza. La stupenda tensione drammatica non risiede nel sapere se Carlito è ferito a morte oppure sopravvive, o chi è il traditore (dovunque si giri, ci sono individui poco chiari e doppio giochisti come in tutti i film di DePalma) qui la grandezza di quest’opera è proprio nella distanza tra le intenzioni soggettive di Carlito e l’oggettività di un mondo troppo cinico e disilluso per credergli.
Questo contrasto tra soggettiva e oggettiva è espresso in maniera magistrale da DePalma nella sequenza che apre e chiude il film, quella del ferimento di Carlito. Dopo i colpi di pistola che stendono a terra il nostro antieroe, parte una stupenda soggettiva (il punto di vista di chi è trasportato in barella) prima sul viso di un poliziotto, poi sulle luci al neon della stazione, poi su una flebo, poi sull’atteggiamento disperato (le mani portate sul viso) della povera Gail. Questi passaggi vengono eseguiti con rotazioni magistrali di 90° della camera da presa fino a che all’ennesima rotazione (un vero capovolgimento) il punto di vista diventa quello del narratore che osserva il corpo sanguinante di Carlito. Come se questa vicenda di un singolo si dilatasse e diventasse modello universale (e oggettivo) di disadattamento ed emarginazione da una realtà assurda e mediocre, violenta e disperata. E lo stesso personaggio di Carlito ha la lucidità di riconoscere che per quanto lui fugga da questa merda, la merda tende a seguirlo e a spiaccicarsi addosso.
Sintomatica è la sequenza del biliardo dove Carlito si trova coinvolto suo malgrado (guardate lo sfondo di mattoni rosso sangue alle spalle di Carlito, sembra proprio un presagio) e lui che alla fine butta la pistola tra i rifiuti. Altro tema ben sviluppato è quello del rapporto di Carlito con Gail, bravissima ballerina costretta ripiegare in spettacoli di streaptease per la sopravvivenza (anche il suo sogno sembra svanire tra le stroboscopiche luci dei locali notturni e sulle note della Disco Inferno anni 70). Il loro legame, così viscerale, così contraddittorio, mi ha ricordato quello del gangster Noodles De Niro per la ballerina Jennifer Connelly (anche lei spiata in maniera vojeuristica). Voyeurismo che viene accentuato quando Carlito dallo spiraglio della porta vede Gail spogliarsi (stavolta lo spettacolo è tutto per lui) e non può fare a meno di sfondare la porta e tuffarsi nella nuova vita a due. Altro tema onnipresente nel cinema di De Palma è il tradimento: qui la serie di pugnalate alle spalle è impressionante: prima Viggo Mortensen in carrozzella, poi lo stesso avvocato David, poi Pachanca, infine il ritratto di Carlito da giovane ovvero Benny Blanco. Insomma il giro di soldi del mercato della cocaina autorizza un tutti contro tutti che è l’opposto del Paradise Island delle Bahamas sognato dal nostro Carlito, l’ultimo dei moicani portoricani.
Altro personaggio ben delineato è il delirante paranoico e cocainomane David (un Sean Penn truccato così bene da essere irriconoscibile) che nella sua caduta sconsiderata e impotente, nella megalomania di considerarsi intoccabile e al di sopra della legge (perché è lui la legge), trascina nell’inferno Carlito prendendolo per il bavero del suo codice d’onore. La fuga finale è la corsa del topo: Carlito ha provato a distruggere la sua vecchia immagine (e quel pugno violentissimo allo specchio è una delle più belle metafore di De Palma) ma il suo ritratto da giovane è li da sempre, lo aspetta al capolinea. Avresti dovuto annientarlo prima Carlito, avresti dovuto fare tabula rasa, non lasciare feriti, chiudere soprattutto con lo stupido orgoglio e il senso dell’onore. Invece è la tua vecchia immagine ad annientarti e a renderti fantasma di un Paradiso perduto.
Film quasi perfetto, sconsolato forse, in certi punti disperato ma se guardate bene l’animazione della pubblicità del Paradise Island, se avete la bontà di aspettare fino alla fine, non avrete difficoltà ad identificare una bravissima ballerina e il suo piccolo Carlito.


SI

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