Funny Games
Con Ulrich Muehe, Susanne Lothar, Arno Frisch, Stefan Clapczynski
Attenzione! quando vedi questo simbolo
significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film
Sul film
Haneke, intimamente, e paradossalmente, avrà ghignato da gran demiurgo. Grandissima importanza rivestono le reazioni a questo film durissimo, che impone la sua regola allo sguardo preso in ostaggio. E' irritante il (sadico) gioco del gatto con il topo quando è condotto da due perfide "facce pulite" ai danni di una famiglia tranquilla, e lo è ancor più se ad attuarlo è il cinema nei confronti dello spettatore. Come si reagisce all'irritazione? Alla frustrazione, alla sconfitta? Di certo non voltando la testa. Eppure, sotto alcuni aspetti, il film è più perverso di quanto si creda. Ciò a cui assistiamo non è affatto una spettacolarizzazione della violenza, ma, per certi versi, una forma di spettacolo della violenza, volutamente tale, con due torturatori che esibiscono un sadismo vellutato, di diabolica "drammaturgia" se vogliamo, una scommessa fatta anche oltre lo schermo, una prova di bravura e temerarietà forse tesa ad intrappolare lo spettatore nella sottile malia del voyeurismo (si condivide sulla poltrona il punto di vista dei coniugi torturati- oltretutto, lo schermo tv, anche spento, è imbrattato di sangue, come a significare lo "scempio" del medium e dello sguardo), in quanto egli, fondamentalmente, è un voyeur per debolezza e meschinità. La sottrazione della vista può essere una reazione lucida a questo film, ma lo è ancor più il distacco critico: vederlo coscienti del suo fascino deviato, rapportarsi ad esso da "vittime" indignate (dunque riconoscimento e ripudio di ciò a cui si assiste). Questa pellicola vuol farsi odiare, per l'astuzia e la crudeltà imposta. E' perversione che vuol negarsi.
E ha il merito, in quest'epoca d'immagini vuote, di punire la superficialità dello sguardo.
Detto ciò, Funny Games si presenta come un cosmo chiuso che ha il tremendo peso della nostra impotenza e insignificanza corporea e razionale. Tutto è agghiacciante, vuoto, intriso di un nulla di evidenza traumatica. Ciò che accade non ha alcuna spiegazione. Soprattutto l'orrore. La tortura del male gratuito e dell'agonia incuriosisce sulle sue origini taciute, e non ha bisogno di mostrarsi (esibirsi) materialmente nei suoi dettagli meramente fisici. La coscienza (ri)trova in se stessa l'incubo. Le azioni violente sono affidate al fuoricampo, le reazioni, che dal dolore sfociano nel vuoto impersonale, sono ora avvicinate ora tenute a distanza dalla mdp. Haneke stuzzica e nega ogni appagamento del voyeurismo, evita il compiacimento e l'esibizione del ribrezzo.
Il gioco del gatto con il topo è sottile, stratificato. Gli sguardi in macchina, gli ammiccamenti, il rewind, colgono la nostra complicità (chi di noi non è colpevole?), ma anche il torpore della nostra prevedibilità: la banalità delle reazioni impulsive è destinata, giustamente, allo scacco più cocente. Lo spettatore è la vera vittima e non ha via d'uscita davanti alla finzione realistica (se si guarda), e sopratutto davanti alla realtà, che questa volta è più vera perché non può essere mai (ri)scritta da nessuno. L'apparenza si dichiara apertamente, non possiamo più dubitare della sua pregnanza, del fondo di verità che rivela. Dobbiamo così accettare l'infrangersi di ogni possibile illusione e di ogni scappatoia menzognera (come nella diegesi, per cinque, sei volte accade ai personaggi colpiti). Funny Games è la più efficace rappresentazione dell' "automazione" della violenza, in quanto atto determinato e subito a priori. Anche per questo, i paragoni scontati con Arancia Meccanica sono per lo più fuorvianti. In questo caso, il crudo, spettrale realismo si permea di atmosfera nichilistica, e non vi è alcuna vitalità, alcun cinismo, e soprattutto alcuna fuga visionaria a riscattare lo spettatore che vuol riemergere e salvarsi. Davanti a quest'opera si può solo retrocedere, e provare a dimenarsi.
Da vedere e capire.
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