Zelig
Con Woody Allen, Mia Farrow, John Buckwalter
Attenzione! quando vedi questo simbolo
significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film
Sul film
Woody Allen è stato indubbiamente uno dei più geniali registi del cinema americano nel periodo che va da "Io e Annie" fino agli anni '90 inoltrati, con un lieve calo nel periodo successivo. Tra le sue tante opere memorabili, la più originale e riuscita ai miei occhi è proprio questo "Zelig" del 1983 : un documentario a tutti gli effetti su un personaggio di fantasia, che gioca consapevolmente col potere illusionistico del cinema. La vicenda di Leonard Zelig è quella, tipicamente novecentesca, di un uomo privato della propria identità che, per sopperire a questa grave carenza, cerca di conformarsi alla massa con insospettate doti di trasformismo camaleontico. Il Pirandello del Fu Mattia Pascal o l'Antonioni di Professione reporter non sono troppo lontani, ma il merito principale di Allen è quello di condurre questa "seria" riflessione con squisita leggerezza ed eleganza di tocco registico : perfetta in particolare la fotografia di Gordon Willis nel fondere i materiali d'archivio con le sequenze girate appositamente su Zelig e spacciate per documenti (il direttore della fotografia avrebbe certamente meritato l'Oscar). Questo genere del "mockumentary" (finto documentario) in seguito sarà ripreso da diversi registi, e dallo stesso Allen in Accordi e disaccordi, ma nessuno avrà più l'originalità e la perfezione compositiva di Zelig. In questo film anche l'Allen attore figura molto bene, privo dell'eccesso di logorrea che talvolta lo appesantisce, e le consuete battutine su sesso e psicanalisi sono divertenti e vanno a segno. La colonna sonora alterna brani jazz dell'epoca ad altri composti per il film (ad esempio la canzone "Chameleon man") ed è un complemento insostituibile per le immagini. Si può premiare lo sforzo di originalità di Woody e la sua maestria registica con l'etichetta "capolavoro"? Io credo di sì.
VOTO 10
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