SI ACCENDONO LE LUCI D’INVERNO
Si accendono le LUCI D’INVERNO per i giovani FEDERICO WINSLET e MAXCALIFORNIA in un interno di chiesa ripresa con camera fissa, scarno e disadorno di fedeli. Ed ecco che il pastore Eriksson (Gunnar Björnstrand) si avvicina all’altare mentre un rapido stacco ci presenta l’intensissimo profilo di Märta (Ingrid Thulin) ripresa in primissimo piano con lo sguardo proteso in avanti alla ricerca di una tangibile verità, di un barlume di speranza ritrovata. E poi la macchina da presa che incalza più da vicino il predicatore. Poche, significative parole prima della parola “fine” ed un quesito sorge immediatamente, ma soltanto l’autore potrebbe spiegarci se tale laconico epilogo prelude ad un rinnovato scetticismo nella certezza assoluta della fede e di conseguenza ad una pressoché meccanica reiterazione dell’incruento sacrificio della Messa oppure ad una ritrovata speranza nello squarciarsi del velo del SILENZIO DI DIO. L’ardito parallelo tra la figura di Gesù che in punto di morte esclama "Dio, perchè mi hai abbandonato?" e lo stesso pastore avvolto nel buio e nella gelida solitudine della sua fede smarrita sembra avvalorare la seconda ipotesi, in un controverso finale completamente aperto. Abortisce per motivi puramente commerciali l’originale intento bergmaniano di far svolgere il dramma dell’abbandono in una chiesa diroccata, infestata dai topi e con l’organo in disuso. Ed un uomo all’interno, in segregazione volontaria, a coltivare in silenzio le sue allucinazioni. Una nuda stanza trasformata dal susseguirsi di albe, tramonti, luce e tenebra. Per prendere innanzitutto le distanze opportune dal tono emotivo e civettuolo di “Come in uno specchio”. Ma poi, come afferma lo stesso autore, “lo slittamento delle problematiche religiose a quelle terrene al più alto grado, ha preteso un’altra scenografia.” In una radicale rottura col precedente film della trilogia. Qui l’uomo bergmaniano non gode più della risorsa dell’amore, ma è completamente in balia di sé stesso nell’arido deserto della sua microidentità, col suo io vacillante flagellato dai venti dell’incertezza ed oppresso da una sorta di scommessa pascaliana alla rovescia. “Se Dio non esistesse, nulla avrebbe più importanza. La vita avrebbe una spiegazione, sarebbe un sollievo. La morte soltanto una fortuna. La vita del corpo e dell’anima, la crudeltà della gente, la sua solitudine, i suoi timori, tutto sarebbe chiaro. Non esisterebbe un creatore, né un tutore.” Ma una cosa è certa al di là d’ogni dubbio: BERGMAN esiste più che mai e la riscoperta dei suoi capolavori in originale è per me qualcosa di veramente gratificante, da centellinare con metodica calma in queste lunghe notti d’inverno tutt’altro che letargiche.
- Ingrid Thulin Märta, emotivamente dissanguata dalla mancanza d’amore terreno ed ultraterreno, scavata da ripetuti primissimi piani nella sua intima materia che geme e sussulta in preda a malcelati spasmi di astenia esistenziale.
- Gunnar Björnstrand Tomas, guida mancata un mondo intento a leccarsi le ferite dei suoi drammi della perdita, avvolta nel gelo di una coscienza che vaga tra sprazzi di luce invernale, nei suoi falliti tentativi di comunicazione col cielo.
- Max Von Sydow Jonas, straziante prospettiva di un’esistenza preda di vaghe ombre cinesi, caratterizzata dalla mancanza di una spiritualità confortevole, di una guida amica nei tormentati percorsi della fede, in totale mercé del silenzio di Dio.
- Gunnel Lindblom Karin, dalla compostezza quasi ieratica, perfetto esemplare di docilità materna che mostra soltanto a tratti le increspature e le turbolenze di superficie, senza mai dar fiato alle trombe delle proprie trascendenze emotive.
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