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16/01/2006 h. 00.25 Attori: Playlist libera genere: Drammatico
ESSERE O APPARIRE? IL DRAMMA DELLA “PERSONA”

ESSERE O APPARIRE? IL DRAMMA DELLA “PERSONA”

DIETRO LA MASCHERA IL VUOTO, ovvero la disperata dicotomia tra “apparire” ed “essere”, che dà vita a fatidici inneschi destinati a provocare irrimediabili reazioni esplosive in un fragile microcosmo interiore, costringendolo ad una rincorsa disperata di sogni disperati d’ipotetica realizzazione. APPARIRE, NON ESSERE ma SEMBRARE DI ESSERE, non smarrire mai la coscienza della nostra identità esteriore nelle interazioni con i soggetti individuali che costituiscono il nostro prossimo, pena lo smascheramento della finzione sociale e dialettica che costituisce il nostro provvidenziale scudo protettivo nel mare perennemente increspato della vita. Perché “quando si sanguina” afferma lo stesso Bergman, trasferendo i suoi stati d’animo direttamente sulla protagonista “ci si sente disgustosi, e allora non si recita......Così pensavo che ogni tono della mia voce, ogni parola della mia bocca fosse una menzogna, un gioco sul vuoto e sulla noia. C’era soltanto una via di scampo dalla disperazione e dal crollo. Tacere. Da dietro il silenzio giungere alla chiarezza o cercare in ogni caso di raccogliere le risorse che potevano essere ancora a disposizione.” Ma conformemente all’equazione ad un’incognita per cui “sdoppiamento” finisce per equivalere ad “alienazione”, di pari passo col cammino intrapreso dalla paziente Elisabeth Vogler la finzione finisce con lo scavare un solco incolmabile tra la nostra intima essenza interiore e la PERSONA, ovvero la “maschera” che indossiamo nei nostri rapporti esterni, dando vita una dissociazione psichica autoindotta, conseguenza talvolta inevitabile della nostra fobia nei confronti di un malaugurato smascheramento, alimentata dall’incapacità cronica di sostenere a lungo il carico gravoso di un ruolo a noi inidoneo e dal conseguente insorgere di tensioni a catena. E nel contemplare alfine la superficie riflettente che rimanda l’immagine boomerang creata ad arte ad uso e consumo della propria vanagloria si è percorsi da un senso di inadeguatezza, di un vuoto incolmabile che alimenta una sorta di male oscuro con conseguente rifugio nel regno del mutismo e dell’immobilità. Fine d’ogni recita spontaneamente indotta. Di ogni tipo di finzione che finisce col creare improvvisi capogiri esistenziali. Provvidenziale messa al bando dei più svariati ruoli, abbandono della distanza tra realtà e finzione. Disinteresse totale del prossimo nei riguardi della genuinità di tale patologia comportamentale. “Lei non parla”, scrive Bergman, “rifiuta la propria voce, non vuole essere falsa.” Un silenzio profano che si contrappone idealmente a quello divino della precedente trilogia, richiamato ancora una volta dalle parole di Alma: “Le grida della nostra fede e del nostro dubbio nell'oscurità e nel silenzio sono una delle più terribili prove della solitudine e della costante paura che ci possiede.”

  1. Bibi Andersson Alma, sentinella dissociata suo malgrado, anima e corpo dolente di un SILENZIO che si rinnova ad ogni passo in un metamorfico scambio di ruoli ed un beffardo gioco di specchi.
  2. Liv Ulmann Elisabeth, una muta finzione teatrale a senso unico introdotta nell’accigliato palcoscenico della vita. ESSERE è problematico. APPARIRE quanto mai doloroso. RECITARE LA PROPRIA PARTE FINO IN FONDO dolentemente necessario.
  3. Margaretha Krook Qual è il ruolo più difficile, Elisabeth ? Togliersi la vita? Ma no, sarebbe poco dignitoso. Meglio rifugiarsi nell'immobilità, nel mutismo, così si evita di dover mentire, oppure mettersi al riparo dalla vita, così non c'è bisogno di recitare....
SI

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