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20/01/2006 h. 02.00 Attori: Playlist libera genere: Drammatico
SI, ROSARIO, GUARDO E PASSO E TORNO A PARLARE DI CINEMA

SI, ROSARIO, GUARDO E PASSO E TORNO A PARLARE DI CINEMA

Stanotte voglio seguire il saggio consiglio di Rosario e torno all’argomento “cinema”, continuando il viaggio attorno al pianeta Bergman. E voglio parlare della FONTANA DELLA VERGINE, tratta da una sceneggiatura di Ulla Isaksson ispirata alla ballata nordica “La figlia di Tore di Wange”, che merita a pieno titolo di essere considerato come un vero e proprio preludio alla successiva trilogia. La cosa si rende evidente in alcuni passaggi in cui il momentaneo abbandono totale dell’uomo alla propria furia dirompente dà luogo all’insorgere ad una vera e propria apoteosi della vendetta preceduta da un rituale che sembra attingere ad antichi riti primordiali. Tace a tratti la voce della divinità, anche nella scena dell’olocausto verginale consumato in un impietrito silenzio che suona come un perentorio atto d’accusa nei confronti della psiche umana abbruttita e degradata da una sorta di astenia morale sempre presente a sé stessa sotto tutte le latitudini. E la figura stessa del rospo, ributtante evocazione della quintessenza del male, già sta a prefigurare l’entità maligna che nel successivo “Come in uno specchio” prenderà le immaginarie sembianze di un mostruoso ragno intento a compiere un tentativo di stupro. I fantasmi della mente sono più che mai vitali nelle tematiche bergmaniane: l’incrinamento della sua fede porta l’autore alla realizzazione di veri e propri mostri dell’inconscio che si materializzano in esseri viscidi e ripugnanti, seppure talvolta relegati allo stato di pure e semplici suggestioni dovute a stati di schizofrenia acuta, divinità malvagie e demoniache che si nutrono della paura di vittime predestinate (le Karin di “Come in uno specchio” e della “Fontana della vergine”, non a caso due facce della stessa medaglia), in netta contrapposizione a quel Dio pietoso che alla fine si degna dare seguito al pentimento facendo scaturire l’acqua purificatrice sul luogo del sacrificio. La netta contrapposizione fra fede e ragione, fra luce e tenebra diventerà sempre più radicata nella mente del regista e le successive opere lo condurranno sempre di più alle soglie di un pessimismo di sapore quasi kierkegaardiano. In un sentiero scosceso da cui non si fa più ritorno.

  1. Birgitta Petterson Karin, ignaro agnello sacrificale destinato a far scaturire una nuova fonte di pace e di concordia tra gli esseri umani, ma soltanto per il volgere di una breve stagione.
  2. Gunnel Lindblom Ingeri, figlia di un Medioevo buio ed oscurantista che cala come una cappa di piombo sulla sua persona, ad ispirare azioni ed atteggiamenti contrastanti che tracimano in sotterranee rivalse e subdoli rituali dal metabolizzante sapore d’arcano.
  3. Max Von Sydow TORE, nemesi sanguinaria ed angelo vendicatore. Occulti riti religiosi nordici d’origine misteriosa richiamati a nuova vita che paiono sprizzare dall’essenza stessa di una realtà evocata ad estinguere la voce morente del sangue.
SI

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