IL video clip come fonte espressiva primaria.
Birth e Sexy beast di Jonathan Glazer dimostrano come un regista che viene dal video clip abbia saputo svillupare una propria poetica consolidata all'interno di un impianto visivo strutturato secondo un codice di espressione simil-kubrickiano. Fincher, per esempio, costituisce l'altro ago della bilancia di un'estetica nata dallo sperpero visivo, dalla visonarietà di maniera catapultata in un universo totalmente disturbante, tale da equilibrare la forza propellente dell'immagine creata. Glazer, dopo aver girato un noir curioso, sardonico, iperrealistico, colmo di atmosfere surrealiste, quasi neo barocche nella definizione del carattere di Ben Kignsley, ha trascinato Nicole Kidman all'interno di un dedalo-film che pretende la freddezza della lacrima e senza "chiedere" emozione alla scena spettatoriale orchestra una struttura in cui la stasi dei primi piani viene posta come fosse un'oggettivazione del paesaggio interiore della protagonista Anna, portando ad una rappresentazione della scena intesa come nucleo stabilizzato di strati fluidi e compositi, atti alla formazione di una moralità dello sguardo. Birth tende a destabillizare questo quadro e ripropone allo sguardo fuori campo tutta la fascinazone divistica della vertigine kidmaniana. L'operazione di Glazer diventa refrattaria a qualsiasi "moda" e propone alla scena una rivoluzione dello sguardo intesa come trapasso. Che infatti avviene, nella scena finale, catartica, nella battigia, con la "sposa" Kidman, riflessa dall'interno, nell'atto nella propria morte interiore, segnando il disfacimento di ogni illusione. Glazer ha grande qualità nei movimenti rotatori della mdp, e grazie al contributo di Harris Savides arriva a definire la scena com eun luogo tetro, come un velluto adattato alla superficie di una tela hopperiana. Birth è uno film significativo in un panorama sempre più avulso alla trattazione lisergica del risentimento aurorale del cinema davanti a temi quali la reincarnazione, il doppio, la morte come atto di un trapasso da una fase dello sguardo "all'apice" ad uno che tenda alla magnificenza fredda ed immaginifica della stasi metafisica. La fine, prima di tutto, intesa come primo passo verso la considerazione di uno stato "altro", già compreso nel punto focale del "fuori" e del "dentro" dà la luce ad un cinema non compreso, moderno, lussureggiante nella sua stratificazione lenta, nel suo troneggiare, nel suo magnetismo luminoso/oscuro davanti al feticcio ri-generante, anticoagulante della meraviglia kidmaniana. La morale si fa a denti stretti e sottovoce, così che lo stuolo della significanza non perda il suo turgore nanomerico.
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