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14/07/2007 h. 01.25 Film: Playlist libera genere: Horror
Hostel e una fetta di culo lasciata in Cecoslovacchia

Hostel e una fetta di culo lasciata in Cecoslovacchia

Golf 1300 benzina, bianco. Come andava allora. Senza aria condizionata che era un lusso di pochi e una pena per tutti gli altri. Soprattutto per noi, a 40 gradi di corsa su una fettuccia d’asfalto dritta come un ago piantato nella carne di una Repubblica Ceca ancora intontita dal boato del crollo del muro di Berlino, molto poco tempo prima. Attraverso un nulla fatto di cespugli secchi tra Brno e Bratislava, quella sconnessa vena di bitume grigio veniva pomposamente indicata sulla cartina come Superstrada. I suoi piedini appoggiati al parabrezza e le unghie pitturate di rosso. Una V di pelle sudata e lucida, tesa e giovane brillava dalla scollatura della camicetta morbidamente modellata dai seni. Piccoli. Duri. La libertà nei primi anni ‘90 era il pieno in macchina, un pacchetto di sigarette intatto e 100 000 lire in tasca. Un pompino in corsa. I capelli lunghi fin sotto le spalle, questo entrambi. Il sorriso di chi non teme nulla. Anche questo entrambi. A pensarci ora sembravamo i protagonisti di un teen slasher di serie b. Quelli che nei titoli di coda vengono per primi in ordine di apparizione perché nel film muoiono subito e orrendamente. Gli agnelli sacrificali che servono a far sprofondare urgentemente nel genere l’ennesima variazione sul tema di un qualcosa che sarà, a scanso d’equivoci, inevitabile e che spingono la coerenza delle loro azioni ben oltre il patto di finzione con lo spettatore, il solo ad accorgersi del mostro verso il quale i disgraziati vanno a darsi in pasto col sorriso tra i denti e finendo per meritarsi tale orribile fine, catarsi della loro stupidità. Catarsi che salva lo spettatore dal senso di colpa per assistere all’inevitabile macello. Ecco quelli eravamo noi. Fermi ad un posto di blocco alla frontiera tra Repubblica Ceca e Slovacchia posta ortogonalmente quanto idealmente rispetto alla strada. Non un cartello, una segnalazione, una riga per terra. Il nulla storpiato dal sole ci circondava su tre lati mentre di fronte una Prinz o una Trabant verde marziale si sbarrava il passo. E due tizi che come poliziotti avevano sicuramente affrontato una repentina conversione da post-maniaco omicida. “Ci siamo, ammazzano me e violentano lei”. Questo il mio primo pensiero. Quando si avvicinarono negli sguardi torvi, nel pelo fitto che sbucava dalla divisa lacera aperta a mezzo petto, nelle barbe di qualche giorno la sensazione peggiorò in maniera preoccupante “Ammazzano lei e violentano me, che è molto peggio.” Le cicale slovacche stridono esattamente come le nostre. Siamo l’unica razza, noi umani, che se non ci capiamo con la lingua proviamo ad ammazzarci, quasi fosse una colpa. Non ricordo quanto siamo stati sotto il sole, sopra l’asfalto sciolto dal caldo a farci soppesare con lo sguardo da questi due spaesati neo post-comunisti che si rigiravano i documenti in mano indecisi se tenerseli, sopprimerci e bruciare i nostri corpi nella taiga, steppa, tundra o come cazzo si chiama la loro merdosa sterile campagna o lasciarci andare. Dentro la mia testa, nella sala in cui proiettavano la nostra scena, potevo udire qualcuno sussurrare “scappa”, qualche fidanzata aggrappata al braccio del ragazzo coprirsi gli occhi in attesa del doveroso scatto di violenza, qualcun altro che ridacchiava pregustando le tette al vento e le budella esposte che di li a poco avrebbero inondato lo schermo. Buongustaio, io sarei stato tra quelli, comodamente seduto in 10° fila. Evidentemente, a nostra insaputa, non eravamo protagonisti di un teen slasher movie anni ’90, ci fecero passare grugnendo. E la Cecoslovacchia rimane a tutt’oggi la nazione che ho visitato più velocemente in vita mia. Hostel, ambientato in Repubblica Ceca mi ha ricordato questo episodio, semplice coincidenza? Sicuramente si, anche se ho sempre portato con me la sensazione di depravazione, sporcizia e malessere che quei due personaggi armati e animaleschi fermi sotto un sole che non ammetteva scuse, mi hanno ficcato in testa, facendomi provare per la prima e per fortuna unica volta in vita mia l’orribile consapevolezza dell’ essere totalmente in balìa di qualcun altro. Questa secondo me è la chiave di Hostel e del suo fascino insano.

  1. DvdBlu-RayUmd non disponibile Hostel Chissà quanto viene dato al chilo un italiano. Sicuramente più di un giapponese, che sono tutti uguali e urlano in ideogrammi incomprensibili. Un italiano ha un vernacolo più assortito, vocaboli internazionali, uno stile che rende unico ogni tortura……
  2. DvdBlu-RayUmd non disponibile Hostel L’hotel in cui alloggiavo a Praga sembrava un misto tra le camere di tortura di Hostel e la cella di Saw. Ragni, vegetazione selvaggia che filtrava dai finestroni arrugginiti, muffa, moquette lurida, pareti scrostate e un bagno a rischio tetano….
  3. DvdBlu-RayUmd non disponibile Hostel Donne bellissime. Tutte prostitute. In piazza Venceslao un tappeto di cocci di bottiglia annunciava i bagordi del fine settimana quando tutto è permesso. Il mercato della carne in conto vendita all’occidente che avanza. Hostel c’è.
SI

Commenti

  • 31 marzo 2009, 13:11 di mexicanrevenge

    E' davvero difficile sopportare l'idiozia razzista che trasuda da questo sproloquio ... Fossi stato io uno di quei poliziotti cechi, l'autore (tipico esponente del cretinismo italico) l'avrei sbattuto davvero in galera per palese imbecillità (che sono convinto si veda "ad occhio" ...), buttando subito via la chiave. E facendo così un favore al mondo intero.

    cancella commento cancella commento e blacklista mexicanrevenge

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