5.
Prendi a fissare un libro qualunque. Usi la filigrana per ripulirti i denti. Chiudi gli occhi e scorgi Brenda Venus che amorevolmente beatifica il sacro graal di un Miller in preda a convulsioni ritmiche per una sclerosi che se lo sta portando via. Fissi una foto di gurdjieff, un incubo dodecafonico di Hieronymus Bosch, un sito a piacere sul sesto chackra che ti rovina il pranzo. C'è un non so che di sacrale in ogni immagine artistica degli ultimi dodici millenni; un'eleganza che deve essere necessariamente profanata. Polvere di insetto sotto il materasso. Ti infili il pollice nel naso e rovisti a fondo finchè qualche capillare non implode. Ti lecchi le unghie in preda a una sensazione di goduria orgiastica, poi ti volti qua e là per assicurarti che nessuno stia guardando. Ti passi la mano lungo l'inguine dopo una abbacinante corsa lungo il fiume. Ti porti alla bocca un cucchiaino colmo di forfora stantia. Annusi la biancheria. Smuovi le lenzuola non appena il tuo stomaco decide che è tempo di danzare. Ci sono miliardi di forme triangolari. Imbracci un mitra. Una pistola di ossa di mutante; proiettili che rivendicano la morte di eXistenZ, la fine del selciato che sconfina nella proprietà altrui. Provi a accontentarti. Questo è mio. Questo è tuo. Ma sai che c'è poco da riflettere, infilato dentro le tue scarse decine di età paleozoica. Qui il tempo se ne va. Non c'è assolutamente niente di strano. Quella sensazione che ti mangia il cuore, che ti fa brillare le budella, che ti smorza il respiro; un solletico lungo l'interno coscia, ti ricorda che è ancora tempo di amare. Più o meno chiunque si sia trovato a passeggiare su questa stupida porzione di universo si è chiesto il perchè. Il perchè di una serie sconfinata di eventi. In primis la vita. In secondis la morte. In terzis la sopravvivenza. In quartis con chi. In quintis se è meglio dar retta al pastore o alla mandria. Al cane, al vento, all'istinto, all'odore di sterco, alla speranza di una poliomelite fulminante, al credere in Dio, al domandarsi se esiste l'equilibrio. L'equilibrio è leccare l'asse del water e essere felici. L'equilibrio sono io che getto molliche di pane ai negri in piazza di spagna. L'equilibrio è raccogliere olive, gettare le reti, sfrondare i pruni, curare un orto, mangiare con un amico, regalarsi una birra, ficcarsi in una strada nuova senza un navigatore a dirti da che parte andare, riconoscere una targa, sognare nat, svegliarsi e non averla accanto, dribblare un faggio con un pallone, la testa fuori dal finestrino, il mare in preda a deliri tremanti di grandezza, saltellare a gambe unite davanti a un paraplegico. L'equilibrio sono io che mangio il marcio e getto il frutto. Che rosicchio l'osso e scaccio la polpa. Che mi innamoro di una proiezione di cinema espressionista tedesco con accompagnamento musicale dal vivo e rinuncio a un grosso culo di burro e silicone. Sono le scelte a determinare l'uomo. Scelte di coscienza e realtà. Il potere della discrezione. L'arbitrio. La possibilità di decidere circa un preciso regime di droghe. Prendo a fissare un libro qualunque. E' un' opzione che deve essere vagliata. E' il florilegio della autodeterminazione. Non riesco a imbarazzarmi dinanzi ai miei orrori, alle mie defiance. Ecco perchè se vedo un frocio gli offro un cetriolo. Se scorgo un sordomuto prendo a canticchiare. Se mi trovo davanti a un anziano alzheimeriano prendo a lodare la bellezza della gioventù. Non ha senso niente. Non trovo una regola. Non conosco il giudice. Non me ne spiego il motivo. Mi concentro su questo momento. Sono una caccola. Un insetto dalle ali malate. Ho un piccolo, minuscolo cervello malandato. Continuo a tergiversare, a separare la realtà dalla realtà. Confondo le parti. Confondo le parole. Inganno questi minuti qua con i pensieri. Mi perdo nella fantasia. Mi rimangono pochi giorni di vita. Troppi. o Troppo pochi. Sono il gran castigo di me stesso, lo staffile, lo scudiscio, il nerbo o il flagello. Sfumo in una tonalità prossima al bianco. Quello che non c'è. Quello che sarebbe dovuto esserci. Il motivo per cui non dimentico nat. Il motivo per cui nat ancora mi chiama la notte, in una telefonata intergalattica di casualità permanente. Una strana forma di magnetismo, di mesmerismo antidolorifico, di ipnotismo drogato. Succhio tutto quello che posso dalle persone e mi lascio succhiare. Non mi porto via niente e niente lascio portarmi via. Sono solo idee. Flebili, lamentevoli venature di dottrine spirituali. Filosofie di aesistenza. Provo a non dare un senso. Ed è quello che tutti cercano. Rimangono poche ore. Una manciata di sospetti. Gente ovunque che corre dietro all'effettività. Tutto si gioca ad un piano superiore. L'intensità della vita è l'intensità del pensiero. Creare nuove forme significa superare ancora confini. Confini astratti, impalpabili, indefiniti. C'è bisogno di menti superiori. Di geni incontrollabili. E non di questa gente qua. Gente senza senno. Ed è un peccato che il demone del talento che alcuni hanno venga sparato via. Questo è il vero meticciamento della razza di cui parlava Celine. Non un negro con un bianco. Ma una divina tentacolare mente creativa, con uno squallido (non) Essere iperumano ragionante.
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