dare voce a un'emozione...cosa c'è di sbagliato ?
Cosa c’è, mi chiedo, di così scandaloso e deplorevole, nell’ esprimere dolore, commozione , sbigottimento, per la morte tragica, inaspettata, di un uomo di 28 anni ? Perché dovrei vergognarmi di aver versato qualche lacrima, e di aver sentito il bisogno di condividere con altri questo “dolore” ? Sono migliaia, forse milioni, i messaggi di addio sparsi in tutta la rete. Sono manifestazioni, credo, spontanee, di simpatia, affetto, stima, rimpianto, per la morte prematura di un essere umano prima, e di un attore, poi. Non ci siamo lacerati gli abiti o strappati i capelli, non faremo pellegrinaggi in massa alla sua tomba per posarci un fiore. Semplicemente, abbiamo sentito il bisogno (non il dovere, credo), di spendere pochi minuti del nostro tempo per esprimere ciò che stavamo provando in quel momento, in pratica abbiamo dato voce e corpo ad un pensiero, a un’emozione. Nel mondo ogni giorno muoiono migliaia di esseri umani in circostanze ben più tragiche, questo lo sappiamo tutti. Perché dunque non scriviamo messaggi accorati di addio a queste persone ? Perché queste morti sembrano lasciarci indifferenti, mentre la morte di un giovane attore ci addolora ? Ora la mia domanda è questa: è forse anche lontanamente pensabile che si possa provare dolore, o comunque una forte emozione, per tutte le morti, ogni giorno, e in ogni parte del mondo ? No, sarebbe patologico. Ricordo che un mio ex compagno di scuola, raccontava di sua nonna, la quale piangeva ogni volta che al tigi si parlava di morti. Poi, mezz’ora dopo, non ci pensava più. E meno male, dico io, altrimenti che vita sarebbe stata la sua ? Allora, visto che non possiamo addolorarci e piangere per tutti, quale dovrebbe essere la discriminante ? Il numero delle vittime ? Se muoiono 100.000 persone, il nostro dolore deve essere proporzionalmente più grande, che se ne muore una sola ? La nazionalità, l’etnia, la religione, le cause del decesso, lo stato sociale della vittima, il suo reddito, il numero di figli… QUALE ???? Vogliamo farne una questione politica, e dire che se siamo di sinistra soffriremo di più per kosovari, iracheni e afgani, e se siamo di destra, per gli americani ? Ecco, questo succede quando il dolore non è spontaneo. Quando è frutto di un ragionamento, quando è condizionato, per esempio, dalle nostre convinzioni, etiche, politiche o religiose. E attenzione, io non sto dicendo che questo dolore (che definirei piuttosto rabbia, indignazione), non sia lecito. Ma non è così spontaneo e immediato, non è equiparabile a quel moto di commozione che ci coglie quando apprendiamo della morte di un personaggio pubblico, nello specifico, un giovane attore, Heath Ledger. Che per di più aveva la “colpa” di essere ricco, bello, e famoso, e (si presume) pieno di donne. Che diritto aveva di buttare via la sua vita (ammesso che l’abbia fatto) in quel modo assurdo ? Paradossalmente, ci sono molti più suicidi (ammesso, e lo ribadisco, che di questo si sia trattato) dove c’è pace e benessere, che nei paesi flagellati da guerre e carestie. I motivi a mio avviso sono facilmente intuibili, ma non è questa la sede per approfondirli. Apro una piccola parentesi sugli operai che muoiono nei cantieri per “costruire la VOSTRA italia di bottegai razzisti e benpensanti.. muoiono per alimentare - col loro sangue - i viziosi circoli del VOSTRO privilegio di classe.” Beh, a me tutto questo sembra a dir poco retorico. La morte è purtroppo una tragica conseguenza del lavoro, che in molti casi potrebbe e dovrebbe essere evitata, non lo discuto, ne convengo pienamente. Ma che io sappia, si lavora (e purtroppo si muore, anche) in primis per mangiare, per pagare l’affitto, il mutuo, la benzina, i medicinali, e per levarsi qualche (più che lecita) voglia. Chiusa parentesi. Resta la domanda : perché tanto plateale cordoglio per la morte di un attore che “se la spassava pure bene”, e tanta (almeno apparente) indifferenza per le migliaia di morti di cui abbiamo notizia tutti i giorni ? Per quanto mi riguarda la risposta è semplice: un attore, attraverso i personaggi che interpreta, ci procura delle emozioni, a volte molto forti. Da quel momento non è più un estraneo (a differenza delle migliaia di altri morti), entra nella nostra vita, nel nostro immaginario, empatizziamo con lui. Ancor più se non si atteggia a divo, se conserva quell’apparenza di ragazzo semplice, schietto, genuino, che Heath Ledger aveva. Uno che lavorava seriamente, senza tanti clamori, e senza darsi continuamente in pasto a giornalisti e paparazzi. Uno che di donne non aveva avute poi tantissime, uno che non aveva (ancora) alimentato le cronache per intemperanze varie, per abuso di alcol, o di droghe. Uno, in poche parole, che si faceva gli affari suoi e che teneva alla sua privacy. Uno che, al di là di tutte le discussioni se fosse o no un grande, e se abbia diritto o no ad entrare nel mito, ci aveva regalato almeno una, indiscutibilmente grande, performance, e altre più che dignitose. Non vedo cosa ci sia di deprecabile, o di vergognoso se, in occasione della sua morte, non ancora 30enne, abbiamo provato dolore, rammarico e sbigottimento, e abbiamo speso pochi minuti del nostro tempo per esprimerlo, per lasciargli un pensiero, un ricordo, un addio.
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