La verità rivelata – Il giorno della memoria
“Si affaccia all’età adulta una generazione scettica, priva non di ideali ma di certezze, anzi, diffidente delle grandi verità rivelate; disposte invece ad accettare le verità piccole, mutevoli di mese sull’onda convulsa delle mode culturali, pilotate o selvagge”. A scrivere queste parole rassegnate e sofferte fu, in un non troppo lontano 1986, Primo Levi, che raccontò la sua deportazione in “Se questo è un uomo” e ne “La tregua”, i vangeli laici di quell’esperienza a dir poco tragica. Drammatica, dolorosa. La violenza di quegli anni, di quei lunghi ed estenuanti mesi, nei quali la vita umana fu umiliata di fronte alla perversa idiozia del male, della malvagità crudele. Quanti saranno stati? Cinque, sei milioni di donne, di uomini, di bambini, che furono sterminati nei campi della vergogna, nei campi di concentramento ove vennero rinchiusi in primis ebrei, ma anche omosessuali, rom, semplici oppositori politici. La mano di Caino fu quella malefica e malata del nazifascismo, carnefice spietato. Il disegno architettato con disgraziata minuziosità dal Furher, rivolto ad istaurare un nuovo grande ordine, incoraggiato, nostro malgrado, dalla allarmante tecnologia della morte avanzata in quegli anni con l’obiettivo di porre tutti sotto il giogo dell’aquila dalle ali spiegate. Aveva ragione Primo Levi, che si salvò dalla tremenda apoteosi del male, ma il quale non riuscì a resistere di fronte a quei compagni che non vide tornare. Li vide fermarsi, accasciarsi, cessare di vivere. E per quasi mezzo secolo non fu in grado di trovare una motivazione, una risposta a tutti quei suoi perché. Non ce la fece ad espiare quel dolore, uno degli eventi più drammatici e luttuosi che il mondo ricordi, neanche attraverso il ricordo, mediante i suoi libri. Quell’olocausto non procurò vittime solo nei campi di sterminio, ma anche dopo, fuori quel filo spinato. Primo Levi si è gettato nella rampa delle scale della sua scala, si è tolto una vita che gli andava stretta, alla quale non era più capace di dare una ragione. È questa la tragicità postuma verso la quale siamo costretti a rivolgere un pensiero. Ecco a cosa serve il giorno della Memoria. Una Memoria collettiva ed individuale da preservare e tutelare, infondere anche negli altri. E trasmettere quel monito espresso da Primo Levi, per non far parte di quella generazione scettica priva di certezze e diffidente delle grandi verità rivelate – che poi è un invito a tutti i negazionisti (ne sono molti, non vi illudete) a non contestare più l’evidenza –.
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