Il divo
“Se non volete parlare bene di una persona, non parlatene”. Così diceva la signora Andreotti, la madre del Divo Giulio, probabilmente alludendo alle chiacchiere malevoli sul figlio. Non ha evidentemente seguito questo consiglio il talentato Paolo Sorrentino che, al quarto opus della sua già interessante carriera, centra il segno con un film prezioso e raro. Cos’è “Il divo”? Non è un film biografico (nonostante il simpatico sottotitolo reciti “La spettacolare vita di Giulio Andreotti”). Non è un film inchiesta. Non è un film di denuncia. Insomma, cos’è? È, molto più semplicemente, un grandioso film simbolista in cui si incontrano più generi e in cui si pone al centro della scena un personaggio di altissima caratura e di indubbio spessore narrativo (anche morale? Non è interesse di Sorrentino giudicare l’operato del protagonista). Della lunghissima vita pubblica e privata del Divo è preso in considerazione il periodo più nervoso ed importante: siamo nei primi anni novanta, per la settima volta è Presidente del Consiglio dei Ministri (“7 volte Presidente, 25 volte Ministro”, gli ricorda il prete di fiducia, ottenendo dal noto fedele una risposta equivoca: “Siamo tutti illustri davanti a Dio”); la sua corrente all’interno della Democrazia Cristiana è molto influente (“Sta arrivando una brutta corrente”, avverte la fidata segretaria Enea – una sublime Piera Degli Esposti; ma in realtà non è una corrente vera e propria, ognuno è interessato al proprio introito e nessuno può diventare qualcuno senza l’intercessione del monarca: “La nostra è una corrente teocratica”, dice, infatti, l’affezionatissimo Franco Evangelisti – un dolente e malinconico Flavio Bucci, membro di questa assieme a ‘o ministro Paolo Cirino Pomicino, che apostrofa il capo con l’epiteto di Fanciullo – un godereccio ed eccellente Carlo Buccirosso, di cui non è da dimenticare la corsa urlante per una corsia di Montecitorio e le danze al party con le ballerine; lo squalo Vittorio Sbardella – un rozzo e vivace Massimo Popolizio; Salvo Lima – un torbido Giorgio Colangeli; l’imprenditore ciocaro Giuseppe Ciarrapico – Aldo Ralli); si prepara ad essere eletto Presidente della Repubblica (ma è insidiato dall’avversario della stessa casa democristiana Arnaldo Forlani), grazie all’appoggio della corrente (suggellato da una scena memorabile in cui brindano alla pianificazione del progetto sulle note popolari de “La prima cosa bella” dei Ricchi e Poveri), finché… Finché tutto gli crolla addosso: il posto sognato da una vita gli sfugge dopo l’attentato al giudice Giovanni Falcone, che induce i parlamentari a votare per l’integerrimo magistrato DC Oscar Luigi Scalfaro e, soprattutto, viene notificato dalla Procura di Palermo il primo avviso di garanzia per associazione mafiosa. E poi Tangentopoli, che travolge tutti fuorché lui, dunque un nuovo scenario politico. Ma la partita vera è quella con la propria coscienza. Con piglio vigoroso e pur anche beffardo, Sorrentino indaga con maniacale passione nel percorso esistenziale di Giulio Andreotti. E anche se non prende mai una posizione netta di avversità o di attrattiva, ne subisce comunque il fascino. Il fascino di Andreotti sta proprio nella sua ambiguità. In quel sottile filo che separa la figura di uomo affidabile e sincero e il sospetto di essere il peggior criminale in circolazione. “Guerre puniche a parte, mi hanno accusato di tutto”, afferma Giulio, quasi con un tocco di compassione nei confronti degli accusatori, con quell’immane senso di superiorità che sempre lo attraversa. Alcide De Gasperi (“Lasci stare De Gasperi”, raccomanda ad un senatore che gli sta per porre una domanda) diceva del suo pupillo: “È un ragazzo capace a tutto, ma che può essere capace di tutto”. Sta tutto lì, Andreotti, in quella frase dello statista suo maestro: è, infatti, cifra caratteristica del film sta quindi nella pesante ambiguità che suscita il protagonista e finanche in un’ombra inquietante che l’avvolge: è certamente un’immagine inquietante quella in cui pone le mani ai fianchi come in una nota posizione ducesca; è inquietante la carrellata di omicidi inanellata nel prologo della vicenda (Aldo Moro, Mino Pecorelli, Piersanti Mattarella, Giorgio Ambrosoli, Roberto Calvi, Michele Sindona, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Salvo Lima, Giovanni Falcone), misfatti in cui, per una ragione o per un’altra, è sempre sbucato il suo nome; è inquietante il mormorio che emette durante una corsa all’ippodromo con il montaggio che alterna questa con l’omicidio di Salvo Lima; è inquietante lo skateboard che spinta veloce tra due ali di parlamentari verso una porta di un corridoio di Montecitorio, chiara metafora della strage di Capaci; è inquietante la sagoma di quest’omino con la gobba che s’aggira vuoi tra le mura domestiche vuoi tra i palazzi istituzionali (“Ho una certa consuetudine”, dice alle hostess che gli chiedono se ha bisogno di una mano per raggiungere il salone dove verrà presentato il settimo governo Andreotti); è inquietante quel battimano verso un gatto; è inquietante, e forse anche di più, la scena dell’incontro con Totò Riina, prima con l’incrinatura del fucile e poi con l’attuazione di quel bacio mitologico narrato dai pentiti. E per far fede al suo intento, Sorrentino, che comunque è incuriosito più dall’uomo che dal politico, ne rappresenta con finezza il lato umano, se vogliamo più domestico. Sicuramente il filone delle emicranie è il più gustoso (quella scena in cui è trafitto dagli aghi dell’agopuntura non si dimentica), ma lo strano rapporto con la moglie (una grande Anna Bonaiuto) è quello più notevole: c’è una donna che ha sempre vissuto accanto a lui, ma che si accorge di non conoscerlo veramente (“Io lo so chi sei”, bisbiglia ad un certo punto, ma sembra voler dire l’esatto contrario), ed è l’unica che riesce a tenerli testa e a dirli quello che lui non vorrebbe mai sentire dire su sé stesso – che ha poche qualità, compresa la capacità di risolvere tutto con ciniche battute. C’è una scena meravigliosa, in cui v’è un gioco di sguardi semplicemente straordinario: gli Andreotti sono seduti in poltrone separate di fronte alla tv, e in tutti talk show divampano le polemiche sulla condotta morale del Divo nei cinquant’anni di Repubblica. Imbarazzata e scocciata, lei cambia canale e si imbatte in un concertone di Renato Zero. Sta cantando “I migliori anni della nostra vita”, una canzone assolutamente travolgente. Ad un certo momento, lei tende la sua mano verso il marito che, dopo un po’, accoglie quel gesto di affetto. “Sarà che noi due siamo di un altro lontanissimo pianeta / ma il mondo da qui sembra soltanto una botola segreta” recita il pezzo, loro due si guardano, complici nel silenzio, e lui abbozza, per la prima volta, una sorta di sorriso. Sì, perché non ancora abbiamo affrontato un problema dell’Andreotti vero e di quello cinematografico: l’immobilismo. Il periodo del film è quello in cui il Divo diceva “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”, ma non solo per questo è caratteristica importante del film. Andreotti è un personaggio immobile nel senso universale del termine, che non cede mai alle emozioni, a cui tutto scorre addosso senza tanti inquietudini, la cui postura e la cui camminata sono indispensabili marchi di fabbrica, che non ha mai un sussulto. Solo un evento lo ha turbato: l’assassinio di Moro (Paolo Graziosi). È lui l’incubo dal passato che non dà mai tregua a Giulio, il fantasma. A lui, il caro Aldo aveva rimproverato di essere privo di fervore umano. Insomma, di essere un uomo meccanico e senza cuore. E aveva pronosticato che su di lui non sarebbe rimasto niente, sarebbe solo durato un po’ di più degli altri, senza lasciare tracce evidenti. Erano parole dettate dalla rabbia nei confronti dei vecchi amici di partito, vanno prese col dovuto rispetto ma anche con le dovute attenuanti, ma sarà mica errato ciò che disse Moro? Non sta né a noi né a Sorrentino dire ciò. Sta di fatto che il film è strepitoso, un opera rock – come ha detto il regista – che non corre il rischio di creare un’icona, in quanto, analogamente ne “Il caimano” (probabilmente modello di riferimento, in qualche modo, assieme a “Todo modo” ed “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri), c’è l’allegoria barocca e grottesca della, per quanto discutibile, singolare vita di un personaggio altrettanto singolare. Rappresentato, e non imitato, da un Toni Servillo stupendo, strepitosamente andreottiano e non Andreotti. È una prova da Oscar, quella di Servillo, soprattutto perché evita con cura di aderire completamente al reale modello di partenza, e lo reinventa carpendone sì le caratteristiche principali ed essenziali, ma lavorando di creatività. La voce, le mosse, le espressioni (badate bene, sembrano limitate, considerando il personaggio, eppure è tutto un raffinato gioco di sottrazione complesso e capzioso) riecheggiano ad Andreotti, non sono le stesse identiche spiccicate. E in un film in cui è protagonista assoluto, in cui ogni sequenza ha un suo valore specifico ed unico, è difficile trovare una in particolare in cui emerge. Ma forse è di una spanna sopra alle altre (tuttavia praticamente perfette) la scena, cruda e drammatica della confessione. “Per mia colpa, mia grandissima colpa, confesso a Dio Onnipotente e a voi fratelli che ho molto peccato”, inizia la sua violenta dichiarazione, nella quale, eppure, non ammette di essere colpevole. Dice solo che è lecito pensare che lui sia colpevole. Non che lo sia. Se mai è stato tale, è sempre stato per ottenere il Bene comune, anche a costo di entrare in contatto col Male. È l’ennesimo enigma di un uomo indecifrabile che ha concepito il potere non come uno strumento per arricchirsi, ma come l’ascesa di una volontà divina sul proprio capo, come una chiamata dall’alto per cercare di raggiungere la Felicità di tutti.
- Toni Servillo Immenso.
- Anna Bonaiuto Grande.
- Piera Degli Esposti Sublime.
- Carlo Buccirosso Strepitoso.
- Flavio Bucci Eccellente.
- Massimo Popolizio Ottimo.
- Giulio Bosetti Tagliente.
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