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12/06/2009 h. 15.23 Film da ricordare genere: Drammatico
Ancora a proposito di VINCERE

Ancora a proposito di VINCERE

“All’inizio è un corpo. Corpo che freme e ringhia, che sanguina e copula, che pulsa e si gonfia. Poi si iconizza e diventa un’immagine: prima fotografica, poi filmica, in bianco e nero, senza più sangue, ma ancora con la capacità di pulsare e urlare e fremere e ringhiare anche dentro il rettangolo stretto dell’inquadratura. Alla fine diventa una statua. Né carne né ombra, ma pietra. La testa marmorea del Duce su cui Marco Bellocchio chiude è il punto di approdo terminale di un lavoro sul corpo mediale del Capo che è tra le cose teoricamente più esplosive che il cinema italiano abbia mai realizzato: al contempo microfisica del potere e antropologia del dominio, semiotica della comunicazione di massa e fenomenologia del maschilismo italico. Non è un film perfetto, . Ma nonostante questo (o, forse, proprio per questo) è un capolavoro. Anche quando sbanda e tentenna, anche quando prende tempo, o lo perde. Perché tra le righe dello straziante mélo di Ida Dasler, e del suo amore impossibile per un , Bellocchio scrive un lucido, dolce e feroce atto d’accusa nei confronti dell’: cioè quella disposizione – antropologica prima ancora che psicologica o sociale – fatta di ribellismo anarcoide e succyìube servilismo, di velleitarismo arrogante e tracotante narcisismo (ricordate di Carlo Emilio Gadda?), di odio nei confronti del diverso e disprezzo nei confronti delle donne, che da qualche secolo a questa parte attraversa la nostra storia (e il nostro ‘sentire’) e che periodicamente produce quei rigurgiti collettivi che portano buona parte dei maschi italiani a farsi possedere dalla smania irrefrenabile di andare in giro per le strade indossando camicie dello stesso colore, organizzando ronde punitive contro chi indossa camicie diverse, contro chi pensa in modo diverso, contro chi adora altri dei o si illude ci siano altri, possibili modi di amare. Il Duce di Filippo Timi – dalla sua iniziale disfida contro Dio sino al suo terminale destino di statua schiacciata da una pressa – traccia la parabola paradigmatica di ogni potere che ambisca – dalla Santa Inquisizione a Silvio Berlusconi – a esercitare se stesso prima di tutto nella testa e nell’anima delle persone. Ed è proprio questo, più di ogni altra cosa, che forse interessa a Marco Bellocchio nel suo su Ida Dasler e Benito Mussolini: lo scompenso che si crea fra una donna che è e resta corpo (fremente, piangente, ferito) e un maschio che da corpo si trasforma in fantasma di pietra, perennemente assente e al tempo stesso incombente, pesante, castigante, oppressivo. rilegge il Fascismo come pratica di annientamento dei corpi e colonizzazione fraudolenta delle menti. Persa nelle ombre spettrali della splendida fotografia di Daniele Ciprì, Ida Dasler affida alle parole la sua estrema ‘ratio’, la sua vana e inane speranza di giustizia, senza rendersi conto che il conflitto si è spostato tutto sul terreno delle immagini. Se in era un cineasta (Franco elica) a salvar la principessa Bona da un patrimonio non desiderato e non voluto, qui è il cineasta ‘tout court? – senza più bisogno nemmeno della mediazione del regista . a salvare Ida Dasler dall’abisso di follia on cui vorrebbe precipitarla l’uomo che lei invece si ostina ad amare. C’è tanto cinema in . C’è l’Ejzenštein di e il Chaplin di , c’è il Blasetti di e l’Antamoro di . Non solo: quasi tutte le scene-madri si svolgono al cinema, quasi a suggerire che è lì, nel luogo novecentesco in cui la realtà si rende visibile attraverso i suoi simulacri, che si scatenano le contraddizioni e si aprono i conflitti. C’è una scena, fra le tante ambientate in un cine,a, che vale da sola l’intero film. Ed è quella in cui Ida Dasler, prima di essere internata e annientata dalla cieca ferocia del potere, è seduta in sala e guarda l’immagine dell’uomo che ama – ormai così diverso, anche fisicamente, da come lei lo aveva conosciuto – intento a parlare dallo schermo. A un certo punto i fascisti in sala si levano in piedi e rivolgono all’icona del Duce il tributo del saluto romano. Lei, rimane seduta, si accorge che quei corpi gonfi e ringhianti le ostruiscono la visione, e quindi si alza a sua volta e va a sedersi in primissima fila, davanti a tutti. Ma poi ci ripensa, si rialza, si avvicina allo schermo e si gira verso la platea. Il fascio di luce del proiettore colpisce il suo corpo, le disegna addosso le immagini, la ingravida nuovamente con l’iconizzazione del Duce. Ida è un corpo di carne che vive tra le ombre del cinema, e al tempo stesso è uno sguardo che dallo schermo ci riguarda, e guarda i fascisti in platea i quali – pur rivolgendo gli occhi allo schermo di cui anche lei è parte – nemmeno la vedono, accecati come sono dall’invadenza pervasiva dell’immagine del Capo. Lì, in quel farsi cinema di un corpo invisibile che osserva, Bellocchio lascia intravedere quello che forse è l’obiettivo primario del suo film: mostrarci la nostra cecità di spettatori, incapaci di intuire la vita vera, la nuda vita, nel turbinio di immagini con cui il potere celebra se stesso e prende possesso delle nostre teste e dei nostri cuori. Anche nell’ultima sequenza Ida Dasler ci scruta. Guarda in macchina con i suoi occhi divoranti, e ci interpella. E in quello sguardo, molto più che nelle migliaia di lettere, suppliche e parole che ha inviato invano ai potenti della Terra, c’è il senso ultimo della sua sfida. Dallo schermo, qualcosa ci riguarda: e quello sguardo è un atto d’accusa – o una chiamata di correo – contro il nostro continuare a essere complici negli anni Trenta come oggi – di chi ha di fronte a sé tutto l’orrore del potere, tutta la sua narcisistica tracotanza e la sua annichilente prepotenza, e continua a far finta che non ci sia nulla da vedere. Niente da discutere, nessuno da combattere, nulla da cambiare. (GIANNI CANOVA – DUELLANTI N° 53 – GIUGNO 2009)

  1. DvdBlu-Ray non disponibileUmd non disponibile Vincere “Vincere” di Marco Bellocchio, come viaggio sentimentale e indignato tra le maschere dell’eterno fascismo italiano (Gianni Canova).
  2. DvdBlu-Ray non disponibileUmd non disponibile Vincere La necessità di “scrivere” le immagini per lasciare al cinema il compito di trasmettere le tracce di un’epoca storica e i segni di un’esistenza calpestata (Ivan Moliterni).
  3. DvdBlu-Ray non disponibileUmd non disponibile Vincere Da carne a ombra a idolo di pietra: il corpo di Mussolini come dispositivo rivelatore di mutazioni storiche e individuali (Marco Toscano).
SI

Commenti

  • 12 giugno 2009, 16:51 di giusal

    un film che vedro'al piu'presto

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  • 12 giugno 2009, 16:56 di LAMPUR

    Se non ci fossero divergenze d'opinini, che mondo sarebbe? Piatto e annoiato... e con tutte camicie dello stesso colore magari... ;)

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  • 12 giugno 2009, 22:20 di Estonia

    La cosa che mi ha convinto di meno in questo film è la scelta della figura di Ida Dalser come simbolo della tenacia e della libertà femminile contro la pervicace ottusità, nonché prevaricazione e maschilismo del duce e (per estensione) dell’uomo italico. 1) L’ostinazione masochistica di questa donna non la vedo come una scelta di coraggio e di libertà, ma piuttosto come una sorta di asservimento ossessivo e patologico a un uomo da poco. 2) Ideologicamente poi, non mi pare proprio che la Dalser si possa definire un’ideale rappresentante della lotta antifascista. Lei stessa aderisce ai medesimi ideali del duce. E non combatte di certo contro l’istituzione/Mussolini, ma per far parte di quelle istituzioni e per stare al suo fianco.------ Ti riporto una parte della recensione di Alessia Brandoni (de La Rinascita della Sinistra, presa da Mymovies.it) che spiega forse in termini più precisi dei miei ciò che intendo dire:-------“II regista, sempre "dentro" al personaggio, ci fa aderire troppo acriticamente alle ragioni della Dalser, ai suoi impulsi, peraltro non così "nobili". In tal modo si viene a eludere il necessario scandaglio tanto del profondo di una psiche individuale quanto di quella collettiva. Ida Dalser è una donna che vive solamente di pura rappresentazione, come del resto molti italiani e non solo ai tempi del fascismo, persa in una ossessione, comunque narcisistica, che la porta lontano dalla realtà delle cose al contempo inchiodandola in un'identità assoluta (quella di vittima), dietro cui poter nascondersi in un vortice di dolore ed espiazione. Non proprio un'eroina rivoluzionaria, insomma.“ -- Da La Rinascita della Sinistra, 4 giugno 2009 --- (mi scuso fin d’ora se non potrò replicare a breve, ma sono un po’ incasinata in famiglia e quindi ho pochissimo tempo per collegarmi). Ciao

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  • 13 giugno 2009, 00:10 di steno79

    Ciao valerio avevo apprezzato molto la tua doppia recensione del film, che non ho ancora visto e mi riprometto di vedere al più presto. La recensione di Canova è scritta bene ma come al solito un pò astrusa, nello stile della rivista Duellanti.

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  • 13 giugno 2009, 05:55 di spopola

    Ho riportato il commento di Gianni Canova perchè mi è sembrato un contributo abbasta importante (e anche perchè in qualche modo "ricentrava" forse con più proprietà di linguaggio proprio alcuni dei concetti che anche io avevo tentato di esprimere con i miei commenti al film,). Ho ritenuto giusto farlo perchè, considerato che i Duellanti non hanno una diffusione cos' capillare (è la particolare struttura della rivista, che ne impedisce forse una fruizione più universalizzata proprio per le ragioni che evidenzia Stefano) mi sembrava inecessario dare maggiore visibilità al pezzo, perchè "centrale" per una valutazione oggettiva di quello che anche a mio avviso è il punto focale del discorso anche di "struttura" filmica fatto da Bellocchio. La storia di Ida Dasler e quella di suo figlio è il "pretesto" per un discorso più ampio proprio sull'immagine e sulla "comunicazione", nè Bellocchio credo intenda prenderla a paradigma per rappresentarla come eroina "politica" o più semplicemente "una ideale rappresentante della lotta antifascista".. Quello che ha scritto la Brandoni non fa una grinza (ma non è a mio avviso quello il punto perchè il discorso è un altro e Ida Dasler, suo figlio la sua storia, rappresentano il mezzo ideale per esplicitarlo). Insomma trovo tutte pertinenti le osservazioni, ma proprio per il taglio da "melodramma" che da alla figura, per quella mediazione cinematografica delle immagini, per come è strutturato tutto il percorso anche musicale, per gli assonanze figurative, per lo "stile" della rappresentazione che ha scelto (e non a caso) mi confermano (e rafforzano) le mie convinzioni di "entusiasmo" di fronte a un'opera così innovativa proprio nella modalità di rappresentazione (scusate se mi ripeto, ma a mio avviso è proprio questo il punto) poichè come ho già scritto , più che la storia (e Ida Dasler non aveva oggettivamente alcuna "valenza politica, come a mio avviso non ce l'ha nel film se non quale contrapposizione al "mito) che si racconta e proprio "come la si racconta" a fare la differenza. E questto non è assolutamente un film politico (o non lo è nella maniera tradizionale del termine) è semmai un film sulla comunicazione, sulla "manipolazione" mediatica, sulla "interpretazione" dei personaggi anche storici proprio per farci capire (e la Dasler appunto proprio per quello che davvero era e non per quello che si vorrebbe farla diventare, diventa los trumento appunto come dice Canova (e io condivido pienamente) per lanciarci dallo schermo col suo sguado "il suo atto di d’accusa – o una chiamata di correo – contro il nostro (quello degli italiani che "fascisti erano e fascisti rimangono per le ragioni che ho tentato di evidenziare nel mio primo commmento) continuare a essere complici negli anni Trenta come oggi – di chi ha di fronte a sé tutto l’orrore del potere, tutta la sua narcisistica tracotanza e la sua annichilente prepotenza, e continua a far finta che non ci sia nulla da vedere. Niente da discutere, nessuno da combattere, nulla da cambiare".

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  • 13 giugno 2009, 09:35 di spopola

    Pere spiegare meglio quando parolo di "forma" e "innovazione" linguistica" ricorro ancora a un prestito: questa volta me lo fornisce Ivan Moliterni: "(...) Nel passaggio dal fuori al dentro, nel transito dalla scrittura sul quadro a quella al suo interno si consolida l'intreccio con la Storia (del Paese, di una donna e di suo figlio). In una scena, infatti alle spalle di Ida Dasler e del piccolo Benito Albino un cartellone proclama: TACETE. (cosa che Ida non fa mia, fino alla fine decisa ad affermare e t5ramandare la sua esistenza, il suo ruolo - questo ovviamente lo aggiungo io) ANCHE IL VOSTRO SILENZIO AFFRETTARA' LA VITTORIA. l'istracizzazione della prima moglie del Duce, la dannazione della sua figura e l'eliminazione del ricordo connesso alla sua esistenza si definiscono come tappe essenziali nella scalata verso il potere di Mussolini e nel consolidamento di un culto del capo spietatamente fagocitante. Ma la capacità di Bellocchio di giocare con i linguaggi visivi diversi e tra loro stratificati, nonchè l'utilizzo di un simile apparato simbolico in maniera trasgressiva rispetto ai canoni del cinema tradizionale rivestono una funzione specifica, in quanto rievocano la rivoluzione concepita dal Futurismo in campo letterario. Ne è un esempio , poemetto in cui Marinetti interviene sull'aspetto e il formato dei caratteri tipografici dando prova dello stile sfrontato, dinamico, moderno e caotico delle "parole in lobertà", strutture di vocaboli scollegati sul piano sintattico-gramamticale e uniti a suoni onomatopeici che riproducono il frastuono della guerra (operazione imitata nel film dallos tesso Mussolini durante un'esposizione del Movimento). Vincere adopera in chiave innovativa questa sensibilità per la scrittura ricollegabile al valore memoriale. Essa serve a lasciare le tracce di un tempo esterno, storicizzato e cronologicamente lineare, come pure i segni di un tempo interiore, quello della Dalser escluso dagli annai, umiliato e offeso (....)". Di personale sempre a proposito dell'icona Dasler, aggiungo che non a caso che a un certo momento in una "precognitiva2 immagine di ciò che sarà il manicomio, Bellocchio ne staticizza l'immagine in un flash fotografico che la rappresenta similare all Falconetti della Giovanna D'arco di Dreyer, a conferma che non si esime (e il parallelo è evidente) anche la sua una "necessaria" ossessione.

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  • 13 giugno 2009, 09:38 di spopola

    scusate per lultimo rigo : ripeto: Bellocchio ne staticizza l'immagine in un flash fotografico che la rappresenta similare alla Falconetti della Giovanna D'arco di Dreyer quasi a volore sottolineare la "pariteticità" (e il parallello è evidente) di una comune e non "rinnegabile" ossessione "amorosa" (di differente natura ma ugualmente devastante per le conseguenze)

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  • 15 giugno 2009, 01:28 di Estonia

    Le tue parole sono assolutamente condivisibili per ciò che riguarda la “forma” e l’”innovazione linguistica”. E infatti, soprattutto nella prima parte, il film è notevole, dinamico, trascinante. Anche l’analisi più ampia relativa alla “comunicazione” e alla potenza manipolatoria dei media è ineccepibile. Tu dici giustamente che la storia della Dalser e di suo figlio è un “pretesto” per esplicitare, sviluppare questo discorso. Ma è proprio la natura del “pretesto” che mi pare poco pertinente. Perché, se nella prima parte l’operazione funziona, nella seconda (a mio avviso) prende un’altra direzione, e si riduce a ruotare quasi unicamente attorno alla vicenda personale di questa donna. E inoltre il film assume un tono eccessivamente melodrammatico, a volte un po’ retorico. Il discorso iniziale si sfilaccia, si indebolisce, diventa quasi ‘di maniera’, con un susseguirsi di scene madri molto teatrali. Quindi alla fine la follia privata della Dalser non riesce a riflettere pienamente la follia collettiva di un’intera nazione, ma resta involuta su se stessa, legata a un personaggio e a una vicenda di affetti negati, i quali più che rappresentare l’ampio respiro della Storia, risultano essere come dei simulacri chiusi nell’angusta cornice di una fiction. Forse se questa seconda parte melò fosse stata meno dilatata per lasciare più spazio alla prima, il risultato sarebbe stato migliore. ------- Allego un brano da una recensione che mi è parsa abbastanza esplicativa di ciò che intendo dire. “(…) nella seconda parte del film, quel registro di calligrafica aderenza agli atti di una quotidianità infinita, perché fuoriuscita dalla Storia mediante un atto di violenza, mal tollera il peso del gigantismo di sensi, storia e corporeità costruito con perizia nelle scene precedenti. Di fronte all’enorme ala della guerra, alla veemenza del corpo elettrico mussoliniano espanso nell’agire pubblico, alla scansione del tempo come furente tempo collettivo, l’internamento di Ida e la privazione del figlio appaion davvero picciol cosa. Che questa biforcazione stoppacciosa della narrazione danneggi la qualità della pellicola è provata dalla necessità, per Bellocchio, di costruire un mondo di piccoli gesti simbolici nella reclusione di Ida così da compensare, con tutta evidenza, la frattura narrativa e figurale: a questo punto del film la rappresentazione degli affetti crea una fastidiosa pellicola retorica intorno alle immagini, privandoci di quella limpidezza immaginale del miglior Bellocchio, custodita nella parte iniziale della pellicola e che ritorna con tratti di magnificenza nella conclusione dell’opera.” (dal blog di Alessandro Di Nicola, Il Dente del Giudizio)---- http://www.alessandrodinicola.it/2009/05/31/vincere-bellocchio/

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  • 15 giugno 2009, 05:35 di spopola

    In effetti il cambiamento di registro della seconda parte è evidente ma io lo avverto "come necessario" proprio nella ricercata teatralizzazione dell'impianto per farne appunto la "reinterpretazione melodrammatica amplificata (non esente da rischi). Credo che il fatto stesso che tutto questo determini un dibattito sia importante e scaturisca prorpio dalla natura stessa del film. Anche l'analisi di Alessandro di Nicola è pregnante e significativa, penetra il problema e non ho molto da obiettare al riguardo, poichè quello che potrei dire attiene alla differente percezione delle cose, (ne ho già parlato con Keruac) a ciò che ci arriva e a come lo interpretiamo che è sempre personale e difficilmente può essere messo in discussione. Io non ho molto altro da aggiungere alle tante parole che ci ho speso intorno, se non ribadire quello che ho già scritto sul perchè dal mio personale punto di vista anche la seconda parte acquisisca un'importanza fondamentale proprio con il passo (all'apparenza) romanzato alla Matarazzo (come qualcun altro ha osservato) che è poi in sintesi proprio la "teatralizzazione" interpretativa degli eventi: "Mai come in questo caso Bellocchio è stato pronto a sperimentare e a mettersi in gioco, a “osare” facendo scelte persino estreme, “radicalizzando” insomma il suo percorso di autore e adeguando anche l’andamento “ritmico” delle immagini all’evolversi dei fatti e dei “mutamenti” anche comunicativi indispensabili per aggiornarsi ai “tempi rinnovati”, che si dipanano lentamente - dopo un “furioso” inizio futurista - verso un più disteso melodramma, ma non platealmente esibito come forse la dirompente forza drammatica degli avvenimenti avrebbe suggerito, bensì quasi “rappreso” così da costringere lo spettatore, grazie anche alla particolare, straordinaria “mediazione” che deriva dalla insistita iconografia delle immagini del “cinema nel cinema per fare cinema”, a non lasciarsi emotivamente travolgere, ma a partecipare attivamente (e “criticamente” per citare ancora una volta la lezione di Brecht, ma solo come enunciazione teorica, poiché Bellocchio raggiunge il risultato per strade ben diverse e ben più impervie) alla “rappresentazione” tragica degli eventi. Questo è il grande merito, questo il risultato entusiasmante che io credo dovrebbe essergli riconosciuto ed è su questo versante che ritengo importante calcare la mano con forza, proprio per come ha saputo usare ed inserire il cinema e le immagini di repertorio anche documentaristico (il Duce che diventa “attore nella fase della maturità solo attraverso questi “spezzoni”) non come contorno esplicativo, ma come componente essenziale di un poema visivo di straordinaria potenza “penetrativa” che la forza evocativa della fotografia di Ciprì rende davvero indimenticabile." Insomma... come avrai capito cara Estonia, per me anche questo "è forma e innovazione". Insomma al di là delle emozionalità interne, in fondo forse ci differenziamo un poco soprattutto per quanto riguarda il (dis)valore da attribuire a Ida Dasler e alla sua ossessione amorosa. Grazie per il contributo. Valerio

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