
DEMISTIFICATION
Esiste una cinematografia celebrata quasi per default, coccolata a prescindere. Siamo qua per picconarla selvaggiamente stavolta. Adducendo motivazioni empiricamente soggettive, d'accordo, ma in grado di infilare ancora qualche pulcetta in padiglioni auricolari non del tutto atrofizzati...
- L'ora di religione (2002) Se descrivessi New York come una città dove ti stuprano, ti rapinano e, se non stai attento, ti crolla qualche grattacielo mentre cammini, sarei obiettivo? No. E Bellocchio uguale. Sinonimi: Centochiodi Contrari: L'ultima tentazione di Cristo
- Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera
Certo zen fà tenerezza nella sua impalpabilità, risulterebbe ostico pure a Tokyo. Coglierci tracce di cinema può essere un azzardo, tranne quando non si plagi con nonchalance altri reali mostri sacri, come Mission. Sinonimi: Ferro 3 Contrari: Ghost dog - Il pianista (2002) Fiera dello stereotipo che appozza a miriadi di dèjà vu. E sarà pure storia vera, come dicono, ma spudoratamente enfatizzata fino a sfiorare il grottesco (in)volontario. Sinonimi: La stanza del figlio Contrari: Schindler's list, Train de vie
- A history of violence
Le improbabilità ed i paradossi sgorgano fuori copiosi come Alien quando vede Ripley. Sinonimi: Antichrist Contrari: Cane di paglia - La meglio gioventù
Bieca categoria strappalacrime, girata utilizzando, e questo è quel che è peggio, metodologie da soapopera babbea. Sinonimi: Romanzo criminale Contrari: Il paziente inglese - Inside Man (2005) Film ad alta orologeria con meccanismo patacca. Sembra che nessuno voglia accorgersi del ridicolo piano per farla franca del nostro Clive Owen, a meno che non si voglia patentare da allocco il povero Denzel assieme a tutti gli spettatori. Sinonimi: Saw l'enigmista, The departed Contari: I soliti sospetti
- I ponti di Madison County (1995) Sdulcinatis in fundo. Semaforico incaponimento supportato da appiccicosa melassa. Sinonimi: Million dollar baby Contrari: Espiazione
Commenti
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25 settembre 2009, 20:41 di jonas
Argomentazione vivace e simpatica. Non ho capito in che senso Il paziente inglese sarebbe il contrario di La meglio gioventù.
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26 settembre 2009, 07:21 di LAMPUR
I paragoni svirgolano qualche volta verso l'iperbole, ma porre a paragone Il paziente inglese e La meglio gioventù ci può stare. Se vogliamo sottolineare una poesia del melodramma contrapposta ad un cinico calcolo per fregare l'utenza.
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26 settembre 2009, 15:04 di glm
Non sono d'accordo su niente :)
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28 settembre 2009, 10:03 di spopola
Magari non serve a nulla... ma anche io provo a metterti a mia volta "qualche puce nell'orecchio" (per lo meno su un titolo... e per farlo devo necessariamente riprendere ciò che ho scritto a suo tempo al riguardo (nessun problema reverenziale verso ilr egista credimi: Miracoloa S.Anna proprio non l'ho gradito) ma il mio "personale punto di vista che sposta la visuale in altra direzione, e qundi non fa molto caso a "possibili incongruenze" che potrebbero falcidiare i tre quarti dei film di genere. Disincantato, cinico, paradossale, cattivo, insinuante, questo è il cinema di Spike Lee, corroso (quasi sempre, salvo rare eccezioni) da una “furia” sotterranea a volte debordante ed esagitata, ma comunque sempre capace di far emergere “contraddizioni” e “colpe”, di alzare il dito accusatorio senza retorica o moralismi eccessivi, ma con implacabile determinazione, per stigmatizzare responsabilità oggettive che non sono attribuibili al singolo individuo, ma appartengono al sistema dominante, e quindi in qualche modo riferibili all’intera collettività, ormai “criticamente insensibile” e incapace di valutare giudicando, o di “riconoscersi” nei valori etici di una “cultura condivisa” multietnica e variegata. E ancora una volta con questo “Inside man” il regista, dopo la deludente prova (quasi una “vacanza” o forse semplicemente un’involontaria “pausa di riflessione”) del poco significativo “Lei mi odia”, torna a volare alto, a “graffiare” con inconsueta forza e virulenza e lo fa da par suo, utilizzando (ma andando ben oltre) il “genere” di un poliziesco canonico, mutuato da un canovaccio che in apparenza sembra voler semplicemente parlare di “guardie” e di “ladri”, ma attraverso il quale (e con una “leggerezza” di tocco inconsueta che aumenta la portata della denuncia), il regista ribadisce invece ancora una volta il suo personale punto di vista, porta avanti la sua “critica” disillusa e feroce sull’America post 11 settembre, spingendo lo sguardo ben oltre il presente, alla ricerca delle “origini del male” che probabilmente hanno radici in un passato lontano e volutamente occultato, ma non certamente dimenticato o rimosso. Qui forse non si raggiungono i vertici assoluti della “25esisma ora” (al quale per molti versi indirettamente si riallaccia “Inside Man”), ma ci si arriva davvero abbastanza vicino e va attribuito interamente alle “capacità spietatamente analitiche” del regista il merito di aver saputo piegare alla sua “visione” con annotazioni e “sottotracce”, un soggetto all’apparenza di puro e innocuo intrattenimento, ancorato a schemi e logiche abbastanza consuete ed abusate, continuando così con realistica “intelligenza” introspettiva, il discorso di analisi di un mondo e una “civiltà” (quella americana, ma non solo, purtroppo) che merita davvero molto poco rispetto ed ha pochissime attenuanti per essere “assolta”. Concordo quindi con Rototom che è stata una fortuna (dovremmo davvero “accendere un cero alla Madonna” se fossimo credenti ed osservanti) che un film inizialmente destinato a Ron Howard – e quindi “condannato” alla normalizzazione della “realizzazione ortodossa” finalizzata all’intrattenimento piacevole e divertito e niente più - sia passato di mano per l’indisponibilità di quest’ultimo, maggiormente attirato da più allettanti proposte, fra “Cinderella Man” e “Il Codice da Vinci”, fino ad arrivare in quelle sicure e poderose di Lee, che ha colto l’occasione per trasformarlo in un ambizioso progetto (perfettamente “costruito e realizzato”) che, lasciando intatta la “levità del tono”, riesce a mettere a nudo molti “nervi scoperti e doloranti”, scavando nelle coscienze addormentate per tentarne ancora una volta il risveglio. La storia gira intorno ad una cassetta di sicurezza dal contenuto prezioso, sia sotto il profilo economico che sotto quello politico, ed è costruita con la consueta tecnica del racconto al servizio del “prendi i soldi e scappa” con il ladro così bravo e intelligente da mettere nel sacco un poliziotto probabilmente non completamente integerrimo (e con lui il sistema e il potere), ma la qualità superiore del risultato non sta in quel che dice, ma in come lo dice, perché qui non ci sono né buoni né cattivi – per lo meno nell’accezione classica del termine, e le carte sono sempre rimestate per “ribaltare le prospettive” e farci leggere la filigrana delle coscienze (e i personaggi del poliziotto e del ladro possono essere benissimo interpretati come due facce della stessa medaglia, entrambi incapaci di arrendersi, e per questo “pronti a tutto” pur di veder prevalere la propria determinazione). Ed è attraverso l’analisi dei rapporti e dei contrasti delle differenti personalità dei “ladri” e dei “derubati”, a loro volta non adamantini come vorrebbero apparire, del “potere” e delle “infiltrazioni” che tentano di ristabilire la quiete, che vengono lentamente tirati fuori dai cassetti segreti quei “panni sporchi” che nessuno vuol vedere (e non è nemmeno disponibile ad ammetterne l’esistenza), quei virus contaminanti e infestanti che provengono dal “passato” e che minano dal profondo le fondamenta e la “credibilità” non solo di una classe dirigente ed economica che pretende di essere egemone nonostante tutto, ma anche del popolo che la riconosce e la asseconda. Il gioco, costruito con elegante “savoir faire” e pieno di battute fulminanti, è tutto concentrato sul caos (e sulle conseguenti azioni di “disturbo”) determinato da un insolito e per certi versi “incomprensibile” colpo di un gruppo di rapinatori asserragliato all’interno di una banca, che ha preso in ostaggio il personale e i clienti presenti al momento dell’irruzione. Disvelandoci le sottotrame delle contraddittorie trattative, dei conseguenti interventi che evidenziano la disponibilità totale a venire a patti (ovviamente sotterranei) di “personalità esterne” anche importantissime per tentare di “salvare” ad ogni costo il segreto minaccioso che rischia di esser violato, riesce piano piano a far emergere l’intelaiatura, il “disegno”, e con questo, anche gli scheletri che vengono a galla da quell’armadio (o meglio dagli anfratti di “quella” cassetta di sicurezza “anonima e sconosciuta”) che ci consentono di addentrarci, districandoci meglio, nel sistema del corrotto mondo finanziario statunitense analizzandone tutte le sfumature e le “miserie umane” (è un eufemismo ovviamente perché le verità che emergono, le compromissioni e le responsabilità, sono terrificanti e inaccettabili, anche se perfettamente “logiche” e “integrate” (pur se non apertamente ammesse), sopportate e tollerate (persino “giustificate” direi). Dunque i rapinatori sono asserragliati all’interno della banca con i loro ostaggi (e non si riesce a capire esattamente a cosa intendono mirare con la loro azione) e mentre il poliziotto incaricato di trattare “prende tempo per cercare di comprendere”, iniziano le pressioni del fondatore dell’istituto esercitate attraverso il sindaco e una fantomatica, quanto misteriosa signora affinché tutto si risolva nel modo migliore e secondo quelli che sono “i loro personali intendimenti” ed interessi di parte, interventi questi che porteranno a sviluppi e soluzioni inaspettate. Ed è intorno a questo “canovaccio” che Lee costruisce la sua ragnatela di riferimenti e di annotazioni, fino al delizioso colpo di scena finale seguendo un doppio binario di racconto (e anche la resa fotografica dei due piani temporali è genialmente differenziata dall’eccezionale contributo di Matthew Libatique, insostituibile ed eccelso direttore della fotografia): quello della rapina e delle trattative connesse, ricostruito con “sequenza logica”, e quello dei flashback alternati relativi agli interrogatori e alle dichiarazioni degli ex ostaggi liberati. E i contrappunti offerti da quegli eventi “a margine”, rappresentano molto del valore aggiunto, in un caleidoscopio di figure e figurine diversamente focalizzate, ma tutte determinanti per definire l’impianto e la morale, dal sorprendente Plummer in una caratterizzazione “melliflua” ma devastante che riesce a definire da par suo, all’ostaggio indiano che racconta le sue odissee giornaliere determinate dalla diversa etnia e dai differenti”caratteri”somatici, al ragazzino intemerato e spavaldamente divertito fanatico dei videogiochi violenti, a tutti gli altri componenti di questo microcosmo che rappresenta uno spaccato abbastanza significativo, riconoscibile ed “usuale” dell’umanità variegata che ci circonda. Col suo ritmo veloce e sincopato, intenso ed avvolgente, il film riesce a trascinare lo spettatore negli intricati meandri di una storia piena di sorprese e di colpi di scena, ma che è al tempo stesso un apologo non solo sulle “modalità di controllo delle regole del gioco”, ma anche sugli orrori e le responsabilità che certe banche”conoscono” e proteggono (crimini orrendi che possono essere utilizzati nel presente con spregiudicata temerarietà, per consentire inaspettate prospettive di fuga e di negoziazione). Gli attori sono tutti perfetti, da Denzel Washington ironico e disincantato poliziotto a Clive Owen, gelido criminale cinico e determinato, fino ad arrivare a Jodie Foster che, alle prese una particolarissima ed enigmatica figura di donna in carriera (colei che “risolve i problemi”), dimostra ancora una volta che veramente la “classe non è acqua” dando vita con pochissimi “tocchi” a una figura insolita e contraddittoria davvero da manuale. Come al solito, di elevatissimo livello anche la coinvolgente colonna sonora realizzata da Terence Blanchard.
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28 settembre 2009, 13:38 di Inside man
Un commento/recensione illuminante spopola! Ovviamente condivido in toto.
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28 settembre 2009, 17:40 di maldoror
Non sono d'accordo nè su L'ora di religione, che trovo un film più profondo di quello che potrebbe apparire in superficie, cioè una semplice accusa moralistica nei confronti dei voltagabbana o degli incoerenti, nè su Il pianista, nel quale non trovo tutti questi stereotipi e deja-vu che dice LAMPUR, ma soltanto la volontà di narrare in maniera secca e con uno sguardo quasi distaccato una tragedia assoluta, nè su A history of violence, che è volutamente un fumettone (anzi mi pare sia tratto proprio da un fumetto), quindi le improbabilità e i paradossi sono assolutamente voluti. Gli altri ancora non li ho visti.
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28 settembre 2009, 18:35 di LAMPUR
Il leggendario Valerio redige una fulminante recensione aperta a 360° sul vastissimo panorama e le innumerevoli considerazioni e puntature di dito che Inside man vuole offrire. Ma non fà che offrirmi un gran bell'assist. Proprio per i valori denunciati, le sottotrame disvelate, ed il tentativo di "mettere a nudo molti nervi scoperti e doloranti"; la scatola contenitrice, la trama "perfetta", NON può e NON deve prestarsi a fallacissime incoerenze, vendersi al giochino da poliziesco di serie B. La veste deve essere all'altezza del film che "smuove le coscienze" , altrimenti tutto il castello ti crolla miseramente addosso. Se sei allergico ai meccanismi limitati al film di denuncia. Se metti un prototipo Ferrari dentro una Matiz, ti si staccheranno i pezzi di carrozzeria alla prima curva. Ed il Denzel guida fin troppo disincantatamente.... Io ho trovato superlativa tutta l'intelaiatura e la tecnica di ripresa, i flashbacks che anticipavano l'epilogo, e l'introspettivo scavare nella miseria umana. A maggior ragione, e proprio per questi lusinghieri presupposti, devi offrirmi una soluzione all'altezza. Altrimenti non solletichi un pubblico attento ed esigente ficcandoti in un vicolo stramaledettamente cieco. p.s. Come titolo alternativo avrei usato: Tesoro, mi si è ristretto l'economato!
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28 settembre 2009, 18:46 di LAMPUR
@maldoror: sull'Ora di religione ci stà anche la semplice accusa moralistica, ma non a senso unico e prendendo ad esempio gli estremi, troppo facile... per quanto riguarda Il pianista dai un'occhiata a Schindler's List e poi ne riparliamo, su History insisto invece, certe ridicolate non si vedono neanche nei fumettoni, forse in Buster Keaton, ma non credo fosse lui il mentore... per I Ponti una chicca invece: se invece di Clint Eastwood fosse passato da casa di Meryl il brutto e sdentato Chris Cooper di Adaptation, il film si sarebbe potuto chiamare: I ponti (tra premolari e canini) di Madison County...
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28 settembre 2009, 19:52 di maldoror
No ma io volevo dire che L'ora di religione non è soltanto una semplice accusa moralistica, come potrebbe sembrare in apparenza...
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28 settembre 2009, 23:34 di spopola
... non sempre Franco... non sempre... sopratutto quando si "ereditano film" come in questo caso (si dovrebbe buttare al macero in grossa fetta del cinema di genere per le incongurenze o "i finali non proprio doc" Fra l'altro in questo film mi sembra che il "paradosso" finale sia delizioso... (dal mio punto di vista ovviamente) e quindi non mi sembra tale da fare un danno così pensantemente "definitivo".. però rispetto il tuo punto di vista (ho scritto solo perchè volevo sottolineare il perchè per me è positivo affinchè fosse chiaro che non esistevano condizionamenti reverenziali akmeno per quanto mi riguarda.
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29 settembre 2009, 04:32 di LAMPUR
Come sempre Valerio, riesci comunque a mettere l'avversario deliziosamente con le spalle al muro. Con te non c'è verso di potersi arrabbiare. E quindi il tuo punto di vista resta inattaccabile proprio nella sua indifendibilità. Cercavo un punto d'incontro super partes ma devo ammettere che la soggettività di fruizione resta motore potentissimo capace di far fronte alle più palesi contraddizioni. Resteremo devotamente aggrappati ai nostri punti di vista nel rispetto reciproco, senza, per questo, blacklistarci od abbandonare il sito o dedicarci all'insulto sistematico come accade con altri soggetti. Un abbraccio. ;)
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29 settembre 2009, 10:42 di spopola
... questo è "sicuro" caro Franco... è difficile scardinare puntui di vista così "radicati" no'? ed entrambi siamo.... delle teste dure (è questo il bello ed è anche positivo... altrimenti finiremmo per essere "banderuole influenzabili" che cambiano direzione ad ogni alito di vento). Contraccambio l'abbraccio Valerio
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4 ottobre 2009, 16:31 di nemoravi
D'accordo con glm :) tranne che per History of Violence che non è piaciuto neanche a me e per Primavera, estate, autunno... che non ho visto e, credo, non vedrò!
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9 ottobre 2009, 13:39 di bedlam
mi diverto come un matto quando lampur attacca i ponti di eastwood e poi, in altri contesti, difende l'inguardabile pianista sull'oceano... (ormai è sfida... ti aspetto all'OK Corral). Ottima play, franco. originali le picconate a suon di sinonimi e contrari.!
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