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19/10/2009 h. 16.46 Film: Playlist libera

ITALIA, POPOLO DI SANTI, POETI E DOPPIATORI...

"Werewolf!"
"Werewolf?"
"There"
"What?"
"There wolf, there castle"
[da Frankenstein Junior, 1974, di Mel Brooks, ovvero la versione originale di "Lupo ululì, castello ululà"...]

Siamo una colonia dell'Impero. Siamo poveri e stupidi, quindi non abbiamo capacità e denaro sufficienti per studiare ed imparare le lingue straniere. Siamo cresciuti cullati e coccolati nelle nostre visioni cinematografiche da chi, invece, le lingue straniere le ha studiate ed imparate. E pure molto bene. Anzi, molto più che bene, visto che questi signori, da quando esiste il cinema sonoro, ci hanno permesso di ascoltare quello che dicevano gli attori. Ci hanno fatto entrare, prendendoci per mano come bambini ai primi passi, nel Villaggio della Comunicazione Globalizzata quando ancora Marshall McLuhan era un semplice studentello canadese di ingegneria: perchè, si sa, l'Italia è la Culla della civiltà del linguaggio. E tutti, in tutto il mondo, devono parlare italiano. Quindi dobbiamo ringraziarli. Perchè dagli inizi degli anni Trenta ad oggi hanno fatto parlare in italiano chiunque abbia attraversato, da qualunque lido del globo, il Grande Schermo: "Garbo Talks!", strillavano i flani pubblicitari d'oltreoceano per pubblicizzare il primo film sonoro della Garbo. Ma da noi la Garbo non ha mai parlato con la sua voce. Ogni Divo che poteva fregiarsi gloriosamente di tale appellativo ha avuto la sua voce italiana: nomi (in rigoroso ordine alfabetico e, molti, di provenienza teatrale) come quelli di Gianfranco Bellini, Rosetta Calavetta, Paolo Canali, Carlo Cassola, Emilio Cigoli, Romolo Costa, Olinto Cristina, Gualtiero De Angelis, Lauro Gazzolo, Tina Lattanzi, Augusto Marcacci, Rina Morelli, Andreina Pagnani, Giulio Panicali, Sandro Ruffini, Lidia Simoneschi, Alberto Sordi, Wanda Tettoni, fino alle generazioni successive, ovvero a Ferruccio Amendola, Maria Pia Di Meo, Vittoria Febbi, Corrado Gaipa, Franco Latini, Pino Locchi, Anna Miserocchi, Glauco Onorato, Luigi Pavese, Cesare Polacco, Giuseppe Rinaldi, Carlo Romano, Mauro Zambuto, o, ancora, a Giampiero Albertini, Natale Ciravolo, Pino Colizzi, Carlo Croccolo, Antonio Guidi, Claudio Sorrentino (e l'elenco potrebbe proseguire ancora a lungo, fino ai Tonino Accolla e agli altri dei nostri giorni). E, quanto meno fino agli anni Settanta, ovvero fino al moltiplicarsi degli studi di doppiaggio ed al miglioramento della tecnologia, il risultato di questa attività aveva sempre costituito un binomio inscindibile con il termine "professionalità", quindi l'elenco di cui sopra è il giusto tributo a chi il proprio mestiere l'ha sempre svolto con ammirevole cura ed efficacia. Certo, ma consideriamo, ad esempio, un film qualsiasi degli anni Trenta (Questo mondo è meraviglioso, diretto da Woodbridge S. Van Dyke nel 1939, commediola giallo-rosa sulla falsariga di L'uomo ombra): il doppiaggio italiano di James Stewart e Claudette Colbert, infatti, è professionalmente impeccabile, ma allo stesso tempo deprimente nella traduzione dall'americano (Colbert che parla di "camerati" in luogo di amici, semplicemente perchè l'amicizia virile, concettualmente, in tempi di fascismo non poteva che essere cameratesca). Ed è solo un esempio a caso. Così siamo cresciuti nutrendo la nostra passione cinefila con quello che questi signori ci propinavano e credendo alla loro onestà intellettuale: per quale motivo avremmo dovuto dubitare degli esiti del loro lavoro quando le loro intenzioni (la perpetuazione dell'italico idioma come Linguaggio Universale, oltre che Ufficiale, del Cinema) erano così nobili? E, negli anni, ci siamo anche abituati, a tutto questo. Certo, qualche deprecabile eccezione c'è stata. Tipo chi, già negli anni Trenta, con l'assurda pretesa di esercitare l'insensata pratica della critica culturale, faceva notare l'incongruenza di questa nuova tendenza, adottata solo dalle nostre parti (e poco altrove). Ma ormai era troppo tardi. E gli italiani sono così cresciuti beatificando ai quattro venti l'indiscutibile esigenza del Doppiaggio. Sì, perchè questa pratica ha anche un nome, che ne ha poi introdotti altri ancora, nell'uso comune, tipo "versione originale". Sottintendendo che per ogni film realizzato al di fuori dal Belpaese dovesse necessariamente esistere l'apposita, scintillante, filologicamente corretta (e, quindi, migliore) versione italiana. E allora vediamole queste versioni italiane, analizziamole, cerchiamo di coglierne i pregi linguisticamente aulici e inequivocabilmente e tecnicamente perfetti che ne rendono essenziale la loro esistenza. Perchè altrimenti sembrerebbe che ce ne stiamo lamentando. O che magari, con snobismo ed ingratitudine, vorremmo insinuare che quella strana pratica cancerogena che già negli anni Cinquanta aveva iniziato a diffondersi alle proiezioni festivaliere o, più avanti, nei cineclub, luoghi di carbonara perdizione cine-linguistica, cioè di (udite, udite), VEDERE UN FILM IN LINGUA ORIGINALE E CON I SOTTOTITOLI, non sia altro che la fisiologica reazione del figlio contro il padre, cioè quell'adolescenziale rigetto verso le forme di ordine precostituito, scardinabili solo per il gusto di devastare quello che la sapienza e la saggezza degli avi avevano pazientemente codificato e perfezionato nel tempo. Eh sì, perchè se oggi qualche utente dal cospicuo tempo libero e dall'insana passione per il "vederci (anzi, sentirci...) chiaro" si prendesse la briga di esplorare quello che il web propone in merito a questa spinosa querelle, troverebbe soltanto, salvo qualche eccezione che ne conferma la regola, articolate e dotte argomentazioni sulla preferibilità dell'impiego del doppiaggio piuttosto che sulla pratica di sottotitolare i film (o il contrario): ognuno esponendo le proprie motivazioni, tutte validissime e rispettabilissime, ognuno perorando questa o quell'altra causa, ognuno argomentando, però, in nome di un'intoccabilità ed un'inattacabilità quasi storicistica dell'argomento perchè, oltre tutto, espressione del patrimonio culturale di una nazione. E se volessimo ribaltare le prospettive di questo discorso introduttivo sull'argomento basterebbe affermare, anzichè che gli italiani sono stupidi e poveri (e quindi non hanno denaro e capacità per studiare ed imparare altre lingue), che gli italiani sono un Popolo Superiore e pertanto è inammissibile vedere un film che non sia tradotto nel nostro idioma, storico e culturalmente imprescindibile rispetto a qualunque altro. In ogni caso, in qualunque modo vogliamo interpretarla, tutto si riduce alla fine, ad una questione di pigrizia: è faticoso leggere i sottotitoli ed essere adeguatamente liberi e concentrati sulla visione in se stessa. Come se gli italiani fossero capaci di guidare la macchina evitando semafori, traffico e pedoni mentre scrivono un sms al cellulare e contemporaneamente, magari, si fumano anche una sigaretta. Otto cose insieme si possono fare, leggere e contestualmente osservare/vedere/ammirare non sono possibili. Oppure, l'obiezione principe, quella capace di chiudere la questione perentoriamente: "Se volessi leggermi Guerra e Pace non lo leggerei mai in russo, preferendo una buona edizione italiana (con, magari, qualcuno più dotto aggiunge, una buona traduzione a fianco)". Come si può vedere, il discorso imbarca troppa acqua per poter continuare a galleggiare impunemente nel mare magnum della sottocultura di regime spacciata per identità culturale e consuetudine di una nazione. Perchè sottocultura di regime? Perchè tutto inizio così, è bene non dimenticarlo, e nei decenni si è evoluto con la stessa sottile, geometrica e spietata ineluttabilità del concetto di regime (e di sottocultura): la pratica del doppiaggio, infatti, coincise storicamente, in Italia, con il ventennio fascista. L'ideologia dell'epoca contribuì, quindi, in maniera fondamentale al radicamento nella popolazione del concetto di "cinema parlato in italiano" come unica e necessaria traduzione linguistica del cinema sonoro. Nel 1930, ad esempio, nei cinema italiani venivano proiettati solo film italiani o film muti, mentre per i film esteri sonori, vennero approntate delle speciali versioni mute con didascalie in italiano: per ovviare al problema, ad Hollywood si attrezzarono a produrre più tracce audio dello stesso film, in modo da renderlo più facilmente vendibile all'estero. Nel 1932 venne ufficialmente adottata la pratica del doppiaggio, anche perchè in Italia e Germania venne legiferato il divieto alla circolazione dei film in lingua originale; il resto è storia. Ma, tornando alla buona edizione di Guerra e Pace da preferire all'originale, chi è che ne stabilisce, appunto, la bontà della traduzione? Io che non capisco il russo? No di certo, ovviamente dobbiamo affidarci a qualcun altro, a chi ha studiato il russo, ad esempio, e ce lo traduce e ci permette di leggerlo. Quindi, in questo caso, la traduzione italiana è indispensabile. Ma, a parte il fatto che il Cinema non è propriamente Letteratura, perchè ad un film deve essere applicato lo stesso trattamento? Perchè il problema sta proprio qui, nella qualità di questa traduzione che ci viene imposta. E che noi spettatori siamo costretti quasi sempre ad accettare, salvo quando ci viene data la possibilità, sporadicamente, di esercitare il nostro libero arbitrio: ovvero, quando ci concedono la versione originale con sottotitoli in quel cinemino di periferia con le poltrone di legno sfondate (mica ovunque, è in ogni caso un privilegio concesso solo a qualche città, che cosa vi siete messi in testa tutti quanti?), oppure, in Tv, alle due di notte a Fuori Orario, altrimenti niente. O sul satellite. Oppure, infine, grazie ai dvd. Abbiamo, quindi, appurato che la necessità del doppiaggio di un film abbia tratto forza e ragion d'essere sia per ragioni politiche che sociali: ma se queste ragioni politiche e sociali avevano una certa logica in un periodo travagliato come quello del fascismo, della guerra mondiale e della lenta ricostruzione del dopoguerra, nel tempo, man mano che il progresso abbatteva le barriere dell'arretratezza, sarebbero dovute lentamente scomparire, in nome di una fruizione più rispettosa del mezzo filmico. Ed invece, come al solito, l'Italia, popolo di Santi, Poeti e Doppiatori disse NO. No al rispetto per l'opera d'arte. Perchè è vero che un'opera d'arte è patrimonio collettivo, ma non per questo, per renderla "leggibile" da chiunque, bisogna snaturarla e/o trasformarla. Come se qualcuno, di fronte alle astrusità apparentemente indecifrabili di una tela di Picasso, si possa liberamente produrre in uno spennellamento decifratorio dell'opera in questione per renderla maggiormente fruibile. L'avvento del dvd, poi, ha creato una nuova, sanguinosa piaga per le anime cinefile: il ridoppiaggio. Già avevamo faticato ad abituarci al primo, figurarsi sopportare un nuovo e, nella stragrande maggioranza dei casi, a dir poco penoso martirio. Ma, per giungere ad una conclusione, nonostante la necessità di approfondire maggiormente alcuni temi qui solo accennati o sfiorati nel divagare del discorso, il punto che a mio parere andrebbe focalizzato ed analizzato attentamente non va ricercato esclusivamente nella sciatteria del doppiaggio italiano (questa sì molto rara, trattandosi in genere di un lavoro coi fiocchi) ma, piuttosto, nella spaventosa e culturalmente raggelante arbitrarietà delle versioni italiane. Il nostro trasformare una serie Tv americana da ore 21 e pubblico adulto in un'innocua versione per bambini cerebrolesi da poter trasmettere a qualsiasi ora (un esempio? Friends). E così via, in un elenco sterminato. Sono tanti, infatti, decisamente troppi, i titoli che sarebbero potuti entrare di diritto in questa playlist: ho operato una minima scelta, esclusivamente simbolica. Ma se ne potrebbe discutere per giorni, perchè gli scempi sono tanti: il cinema di Eric Rohmer ne è un esempio di dolente evidenza, un cinema di dialoghi dalle mille sfumature tradotti in un unico, monocorde timbro sonoro (Il raggio verdeL'albero, il sindaco e la mediateca sono le sue prime vittime che mi vengono in mente). E poi, Il padrino, gli anime giapponesi, mutilati e stravolti nella trama e nel senso. E così via...

  1. SHAOLIN SOCCER - [2001] - di Stephen Chow
    Un buon quarto d'ora di tagli nella versione nostrana: ed è già un ottimo inizio. Ma si può migliorare: per esempio, perchè, visto che parliamo di calcio, non far doppiare il film a qualche calciatore? Certo, perchè i calciatori sono notoriamente famosi per i loro istrionismi recitativi. Ed ecco, quindi, che Marco Delvecchio, Vincent Candela, Sinisa Mihajlovic, Damiano Tommasi, Angelo Peruzzi e Giuseppe Pancaro si uniscono alla Premiata Ditta (Insegno-Ciufoli-Lanfranchi) e a Carlo Vanzina (!) nel più improbabile team di doppiatori della storia del cinema. Infine, tutti gli altri personaggi per quale motivo valido al mondo non dovrebbero parlare in dialetto? Dialetto cantonese, naturalmente... Eh no, troppo facile, meglio il siciliano, il romanesco, il fiorentino, il napoletano, il sardo, giusto? Non basta? Ok, estrapoliamo un dialogo a caso del film. Tipo quando il protagonista, intervistato dalla Tv, dichiara (nell'originale): "Vorrei salutare i miei genitori ed il mio maestro di Kung Fu, ma sono morti tutti". Versione italiana: "Vorrei salutare i miei genitori ed il mio maestro di Kung Fu, ma non hanno la Tv". Ora basta?
  2. MONTY PYTHON E IL SACRO GRAAL - [1974] - di Terry Gilliam e Terry Jones
    I Monty Python sono dei rinomati pazzerelloni. Amano il gusto dissacrante della devastazione dei generi, delle regole, dei corpi. Perchè, allora, noi spettatori italiani non dovremmo amare la devastazione degli intelletti? Dei nostri, però. Devastati dal doppiaggio dialettale, da un dialogo sulla rondine europea e quella africana (tormentone del film e gran pezzo comico) quasi martoriato dalla versione italiana. E dall'operato di Bombolo, Pippo Franco, Oreste Lionello, Pino Caruso...
  3. MA CHE SIAMO TUTTI MATTI? - [1981] - di Jamie Uys
    Gli italiani non sono razzisti, lo sappiamo tutti. Anche nel doppiaggio cinematografico, da Via col vento in poi, sentir parlare i personaggi di colore significa quasi sempre ascoltare frasi tipo "Non si breoccubi, signora, mi berdoni". Quindi, decennio dopo decennio, continuiamo a distinguerci per l'innovazione e la pulizia intellettuale di queste scelte. Finchè, ad inizio anni Ottanta, arriva dall'Africa questa inedita co-produzione Usa-Botswana ed il Genio Italico del Doppiaggio decide di fare le cose in grande: anzi tutto, il film ha una voce fuori campo. A chi la facciamo doppiare, tenendo conto che il film racconta della presa di coscienza di un gruppo di boscimani del deserto del Kalahari di fronte all'arrivo della civiltà (simboleggiata da una bottiglietta di Coca Cola)? Ma certo, chi meglio di Paolo Villaggio! Non era il primo nome che vi era venuto in mente? Peccato, perchè la voce off del film è proprio quella di Fantozzi, con le sue pause, le sue frasi biascicate, i suoi sbalzi di tonalità: tutto perfetto, ben congegnato, addirittura umoristicamente valido (trattandosi di una farsa). Peccato che non c'entri nulla, nei toni, con tutto il resto. E non è finita qui (se no dove sarebbe il razzismo del doppiaggio?): all'inizio i boscimani parlano, anche nella versione italiana, nella propria lingua (e tali sequenze hanno un'indubbia ed essenziale efficacia, sia comica che drammaturgica, che il regista sceglie di non sottotitolarle nemmeno). Ma abbena i neri africani brovano ad affrangarsi dal brobrio sdado di arredradezza sogiale e culdurale, eggo ghe rigomingiano a barlare così...
  4. 2002: LA SECONDA ODISSEA - [1971] - di Douglas Trumbull
    Quando la versione italiana di un film vuole essere "altro". Nell'originale non ci sono riferimenti al capolavoro immortale di Kubrick: perchè non ci sono? Come si sono permessi? Tanto per cominciare il titolo non ci piace, iniziamo da lì... Poi, trasformiamo la voce naturale del comandante di un'astronave in quella, elettronica, di un computer: magari HAL9000 è un nome che potrà piacere, vero? Ah, ogni tanto, specie all'inizio, nominiamo quel monolito nero, non si sa mai l'effetto che potrà fare...
  5. IL DISPREZZO - [1963] - di Jean-Luc Godard
    Al di là degli scempi perpetratigli da Carlo Ponti, uno dei meta-film per eccellenza, storia della travagliata lavorazione di un film sull'Odissea diretto da Fritz Lang, in cui gli attori parlano tutti una lingua diversa: solo Georgia Moll, un'interprete sul set, si occupa di tradurre per tutti. Questo, naturalmente, nella versione originale: per noi italiani, invece, quello di Georgia Moll non è altro che un personaggio matto come una scimmia che si diverte, chissà perchè, a ripetere le frasi pronunciate dagli altri. Ma non avevano detto che Godard era un genio? Ah, naturalmente c'è anche dell'altro: i titoli di testa erano recitati (scomparsi dalla versione italiana); poi, in una sequenza del film, Michel Piccoli si complimenta con Lang (che interpreta se stesso) per il suo Rancho Notorious: nella nostra versione i complimenti a Lang sono, invece, per Partita d'azzardo. Che però è un film di George Marshall...
  6. SUSSURRI E GRIDA - [1972] - di Ingmar Bergman
    Anche questo, nella sua versione italiana, un altro film: colpa della lingua svedese, si dirà, eccessivamente sintetica rispetto all'italiano. E quindi quale cosa migliore per un film composto da profondi, lancinanti silenzi, che stravolgerlo riempiendo di dialoghi i controcampi (muti) dell'originale? Tanto Bergman non lo scoprirà mai, avranno pensato...E poi, soprattutto, chi è 'sto Bergman?
  7. GRAN TORINO - [2008] - di Clint Eastwood
    Il recente, splendido capolavoro di Clint Eastwood costituisce un perentorio esempio di come un pessimo doppiaggio possa rischiare di minare la solidità del film: il difetto, qui, non è nel doppiaggio (o nella traduzione dei dialoghi) dei protagonisti principali. Ma sta nelle voci dei ragazzi: le varie gang di teppisti che incontriamo nel film parlano, nella versione italiana, come tanti piccoli, irreali ebeti. Tono monocorde, versione dello slang locale banale e quasi ridicola: dovrebbero incutere timore, ma fanno solo sorridere.
SI

Commenti

  • 19 ottobre 2009, 17:29 di BaroneBirra

    Ottima ricognizione su quel fenomeno di inciviltà che prende il nome di "doppiaggio". Io ormai al cinema vado soltanto ai festival, dove posso godermi un film come si deve, in lingua originale, non violentato dal doppiaggio. Per il resto attendo sempre i dvd, e ringrazio SKY per mandare in onda tutti i film e le serie tv sempre in doppio audio con la possibilità di attivare i sottotitoli. Purtroppo come hai ben spiegato tu è un problema culturale, ma non per questo irrisolvibile con interventi dall'alto.. Molti amici con cui ho affrontato l'argomento per esempio, e che non sono degli idioti, sono convinti che con i sottotitoli non avrebbero il tempo di concentrarsi sull'immagine. Il punto è che trovandosi sempre la pappa pronta del doppiaggio si ritrovano le percezioni atrofizzate. Ci vuole abitudine, educazione alla fruizione artistica, esercizio al rispetto per il lavoro altrui. Ma in questo baratro di provincialismo ed ignoranza che è l'Italia, chi mai si farebbe carico di una simile iniziativa di crescita collettiva?

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  • 19 ottobre 2009, 17:53 di jonas

    Come ho già scritto altra volta, doppiaggio e sottotitoli sono comunque due soluzioni di compromesso a cui ci si deve adattare se non si conosce la lingua originale. Ovviamente condivido le critiche alle storture di certe versioni italiane doppiate (sarebbe meglio dire stravolte), ma di qui ad affermare che i sottotitoli sono la perfezione (= riproducono i dialoghi per intero e senza errori) ce ne corre. Anche perché non risolvono un problema: se non conosco la lingua originale, non potrò in ogni caso apprezzare le sue varie sfumature (vedi Rohmer).

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  • 19 ottobre 2009, 19:22 di bradipo68

    parole sante Fabio..non parliamo poi di film di cinematografie a noi lontane.Vengono sempre doppiati in maniera pedestre.Il problema del film in originale si risolve parzialmente con il dvd e con la tv satellitare o con i film sottotitolati.Ma per le lingue che non conosciamo come fare?e al cinema?Al cinema magari assaporiamo l'atmosfera della sala ma ci dobbiamo sorbire il doppiaggio...una cosa che SKY ha di positivo è che i film almeno si possono vedere in originale e anche sottotitolati in lingua originale.Ed è un ottima cosa....

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  • 19 ottobre 2009, 19:42 di FABIO1971

    Non credo che possa esistere, in tempi brevi, una soluzione indolore in entrambi i casi: da qualunque parte si esamini la questione spunta sempre fuori un elemento contradditorio a frenarne l'immediatezza. Ovvio (rispondo a jonas), che il punto di partenza di una visione in lingua originale con sottotitoli sia la qualità della traduzione dei sottotitoli. Altrimenti applicheremmo la critica solo alla versione doppiata prendendo sempre per buona quella sottotitolata. E, concordo con te, non è di certo così. Quindi, come scrivi, sia il doppiaggio che i sottotitoli sono inevitabilmente due compromessi a cui dobbiamo scendere. Ma sempre partendo da un presupposto: che le mani attraverso cui è passato il film che stiamo per vedere non lo abbiano modificato, o stravolto, o distrutto, o anche migliorato, che non andrebbe bene ugualmente, perchè è sempre un intervento indebito. La critica è alla professionalità di quelle mani, che molte volte perpetra scempi inverecondi in nome di non si sa neanche più che cosa. Sono d'accordo, poi, con BaroneBirra quando parla di atrofizzazione culturale: pur con altre connotazioni, anche il passaggio dal muto al sonoro creò profondi disagi agli spettatori. L'abitudine è l'unica chiave per uscirne fuori perchè è stata l'abitudine la causa per cui ci siamo finiti dentro... Credo, però, che possa avere una consistenza plausibile solo se interpretata, e vissuta, personalmente (leggasi individualmente)... Oggi come oggi, con i tempi che corrono, ipotizzare un sommovimento culturale, spontaneo e tutto italiano, di rieducazione alla fruizione cinematografica è come credere che Babbo Natale metta i pneumatici per la neve alle ruote della slitta.... Penso, piuttosto, ad un'intima e prepotente esigenza, per ogni appassionato, per ogni occhio di fronte ad uno schermo, di vederci chiaro, già in partenza: penso alla necessità di informarsi, di voler conoscere, di esigere sempre il meglio, anche dalla versione italiana di un film straniero, certo... Perchè devo sentirmi trattato come un idiota cerebroleso mentre un mio coetaneo, che so, neozelandese, di fronte allo stesso spettacolo, debba poterne avere un'immagine differente? Perchè deve esistere, se la vogliamo buttare sul meta-filmico, questa distinzione aprioristica tra destinatari dello stesso mezzo? Semplicemente perchè è una consuetudine? Purtroppo è una risposta che non può soddisfare del tutto... Un ultimo commento a jonas: non sono, invece, d'accordo quando scrivi che la non conoscenza della lingua originale mi impedisce di apprezzarne le sue sfumature. Io vedo il film di Rohmer (prendiamo, ad esempio, "Il raggio verde") in lingua originale e sottotitolato: non parlo e non capisco una parola di francese (e, quindi, hai ragione: non apprezzo le sfumature linguistiche, cioè i dialoghi, gli argomenti dei discorsi, le frasi ad effetto, i riferimenti colti, ecc., per quelli ho bisogno dei sottotitoli, e se poi sono tradotti male è tutto inutile...). Ma ascolto le sfumature dei toni, le inflessioni della voce, leggo che cosa stanno dicendo i personaggi ed aggiungo un valore in più alla mia visione: cioè, so veramente "come" lo stanno dicendo... Nella versione italiana del film, la protagonista del film parla dall'inizio alla fine con lo stesso, identico e alla lunga fastidioso tono monocorde di voce, utilizzando un campionario di espressioni da luogo comune che, ti garantisco, anche senza conoscere una parola di francese, non coglieresti mai ascoltando la versione originale... Per non parlare, infine, come sottolinea Emidio, delle cinematografie a noi più distanti... Purtroppo la questione, in questo caso, è ancora più spinosa, perchè emerge l'impossibilità materiale ad impadronirsi di lingue straniere inavvicinabili... Li vogliamo doppiare? Ok, ma almeno facciamo un lavoro dignitoso, senza far rivoltare nessuno... E, soprattutto, ma li vogliamo portare in Italia questi film dall'altro capo del mondo? Perchè un'altra ragione per cui siamo costretti ad affidarci a versioni originali sottotitolate è che sono le uniche che ci arrivano... Sono le proiezioni dei Festival, le visioni notturne di Fuori Orario e poco altro a permetterci di conoscerle, non la possibilità di vederle doppiate in italiano al Warner Village Globale, almeno da poter sbranare qualcuno se sono doppiate male o, nel caso contrario, ringraziare commossi e felici per avercene consentito la visione? Un saluto a tutti!

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  • 20 ottobre 2009, 00:28 di Sal Paradise

    FABIO1971, un sentito plauso per questa tua disamina. Condivido pienamente. Vorrei solo ricordare, di fronte a tutto lo schifo sub-culturale con cui l'Italia guarda al cinema straniero, un unico eclatante esempio, che spiega direi quasi parossisticamente il vergognoso (e ingiusto) lavoro di doppiaggio italiano: il film è Citizen Kane di Welles. I due simboli cardine della suddetta pellicola, Xanadu e Rosebud (che non svelerò cosa sono per chi non ha visto il film) vengono scandalosamente tradotti nella versione italiana con "Candalù" e "Rosabella"! Lo ricorda anche Mereghetti nel suo dizionario. Basti questo obbrobrio a giustificare l'inutilità del doppiaggio, che stravolge l'opera d'arte, mancandole di rispetto (e la superficialità verso il non-proprio è tipica della media mentalità italiana) e rendendola "altro" da sè stessa. Per me è come strappare un dipinto, modificare il testo di un libro. Saluti

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  • 20 ottobre 2009, 08:17 di FABIO1971

    Senza contare che in inglese il termine "rosebud" non significa soltanto "bocciolo di rosa", ma anche "persona incompleta, irrealizzata", sfumatura fondamentale, perchè applicata al protagonista Kane, che si perde completamente nella traduzione italiana "rosabella"... Un saluto!

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  • 20 ottobre 2009, 15:56 di Dalton

    I maggiori capri-espiatori del doppiaggio italiano furono i fratelli Marx, seguiti dai già citati Monty Phyton e Stephen Chow. Un'altra vittima eccellente del doppiaggio fu THE STUPIDS di Landis; per non parlare delle manipolazioni censorie adottate in decenni remoti (CASABLANCA, MANO PERICOLOSA, TOTO' E CAROLINA, DIRTY HARRY) atte addirittura ad alterare il senso della trama. Altrettanto atroce è veder ridoppiate alcune pellicole rimasterizzate in dvd, tipo quelle snaturate della voce del defunto Ferruccio Amendola. Un caso a parte è quello delle gemme filmiche misteriosamente mutilate sul nostro mercato (CAPPELLO A CILINDRO, ACCADDE UNA NOTTE, OSSESSIONE, AMANTI PERDUTI, QUESTO PAZZO PAZZO PAZZO PAZZO MONDO, CANE DI PAGLIA, UN TRANQUILLO WEEK-END DI PAURA, NIGHTMARE - DAL PROFONDO DELLA NOTTE)

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  • 20 ottobre 2009, 16:41 di FABIO1971

    Un esempio del trattamento riservato ai Marx? Da "I fratelli Marx al College" (1932), di Norman Z. McLeod: Groucho, che deve firmare un contratto, si rivolge ad Harpo dicendo, in originale, "Give me the seal"... "Seal", in inglese, non significa soltanto "timbro, sigillo", ma anche "foca": e infatti Harpo gli porta una foca... Come è stata tradotta in italiano? "Focalizziamo"... Un saluto!

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  • 20 ottobre 2009, 23:17 di serpico

    Ciclicamente su queste pagine spuntano playlist sul doppiaggio. In passato ne ho fatte anche io, con tanto di dibattito al seguito. La mia opinione è quella di sempre: dare a TUTTI la possibilità di scegliere. Anche io trovo sbagliato doppiare i film, e considero assurdi i luoghi comuni del tipo "In Italia abbiamo i migliori doppiatori del mondo. Per forza, siamo gli unici (insieme ai francesi) che lo facciamo! Ha ragione Fabio, l'abitudine è la sola e unica chiave per superare questa pratica assurda e obsoleta. Basta frequentare anche una sola volta in maniera intensiva un Festival del Cinema per abituarsi ai sottotitoli... dopo aver visto due-tre film la cosa viene del tutto naturale. Non ci vuole niente a rendersene conto. Tuttavia, è anche vero che in questo modo si allontanerebbero dai cinema determinate categorie di persone per le quali il doppiaggio è indispensabile affinchè queste garantiscano la loro presenza: sto pensando alle persone anziane, o alle persone di bassa alfabetizzazione, o a quelle che hanno problemi di vista e fanno fatica a leggere i sottotitoli. Per questo sostengo che non sarebbe così drammatico fare in modo, ad esempio, che almeno UNA proiezione giornaliera possa essere in lingua originale sottotitolata, lasciando le altre doppiate, e dando così al pubblico la possibilità di preferire una visione o l'altra. Non credo che gli incassi ne risentirebbero più di tanto e si farebbero felici i cinefili. Perchè, e questo lo sostengo da sempre, i film vanno visti al cinema: non c'è dvd che tenga!

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  • 21 ottobre 2009, 01:42 di montelaura

    Sono daccordo con Fabio e tutti coloro che hanno commentato in seguito, e mi pare di trovare come soluzione temporanea "salomonica" ideale quella di Serpico. Volevo aggiungere alla lista di "orrori del doppiaggio", come contributo personale, quello osceno di "L'ombra del dubbio" di Hitchcock. Lo stesso Hitch lo considerava il proprio film preferito. Io, che sn amante e patita del suo cinema, prima di comprare il DVD l'avevo visto un'unica volta, per TV (lo trasmettevano di pomeriggio sull'allora TMC), dopodichè, orripilata dal doppiaggio, non l'ho più riguardato. Ora, me lo "sparo" una volta al mese. In lingua originale. Qualcuno una volta si prese la briga di spiegarmi come mai era così penoso il doppiaggio del film, ma non è che il risultato cambi o sia comunque giustificabile....

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  • 21 ottobre 2009, 01:54 di montelaura

    P.S: non c'entra col cinema, ma... in Italia la serie di cartoni animati di "Saylor Moon" non viene più distribuita perchè, mi dicono, l'autrice, incazzata per i tagli mostruosi fatti nel nostro Paese, ne ha vietato la vendita e la distribuzione, fintanto che rimarranno in questa forma mutilata. Infine... NON SOLO CINEMA: tempo fa mi è capitato tra le mani un libro di Kenneth J. Harvey, "La città che dimenticò di respirare". La storia è ambientata sull'isola di Terranova, Nuova Caledonia. Visto che lì parlano un dialetto assai particolare, e che le differenze linguistiche e culturali sono centrali nella trama, la traduttrice del libro ha pensato bene di rendere queste differenze TRADUCENDO IL DIALETTO DI TERRANOVA CON UN DIALETTO ABRUZZESE. Proprio così, nn state leggendo male. Pigliate quel libro, lo aprite, vedete un tizio di nome Joseph con la figlia Robin approdare sull'isola e si ritrovano ad avere a che fare con dei pescatori che parlano ABRUZZESE!!!! Ma dico io... Non sono riuscita ad andare avanti. L'ho riportato indietro e l'ho cambiato con quacos'altro. Beh, ma il bello è che è edito da Einaudi. Non dalla Casa Editrice Sputo Sconosciuto, no. Dall'Einaudi. Buonanotte....

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  • 21 ottobre 2009, 09:24 di FABIO1971

    Grazie a tutti per gli interventi... Su "L'ombra del dubbio" sono stato fino all'ultimo in dubbio se inserirla direttamente nella playlist: un doppiaggio scandaloso e agghiacciante. La versione originale è spettacolare, con l'audio registrato in presa diretta, la nostra infastidisce dopo neanche cinque minuti... Il motivo? Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 alcuni attori italiani (Emilio Cigoli, Felice Romano, Paola Barbara, Nerio Bernardi, Franco Coop, Anita Farra) rimasero bloccati in Spagna e la 20th Century Fox ne approfittò per coinvolgerli a Madrid nel doppiaggio di un lotto di film da importare in Italia: a quel lotto appartanevano "Com'era verde la mia valle" di John Ford, "Il figlio della furia" di John Cromwell, "Il pensionante" di John Brahm, "Il segno di Zorro" di Rouben Mamoulian e, di Hitchcock, "Il sospetto" e "L'ombra del dubbio". Quest'ultimo subì il trattamento peggiore: il doppiaggio dei tre protagonisti venne affidato a Emilio Cigoli, Paola Barbara e Nerio Bernardi, ma per doppiare le voci dei bambini vennero utilizzate maestranze spagnole, con risultati ridicoli ed involontariamente comici... Senza contare, poi, il fatto che una delle componenti fondamentali del film, cioè l'ambiguità, il dubbio (palesati già nel titolo), viene giocata sul rapporto tra i due personaggi principali, entrambi di nome Charlie, ovvero lo zio e la nipote (Joseph Cotten e Teresa Wright): nella versione italiana, la sfumatura si perde completamente, visto che si chiamano Carlo e Carla... Uno scempio scandaloso...

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  • 21 ottobre 2009, 17:06 di chilex

    Credo sia sbagliato "schierarsi"a favore o contro il doppiaggio,nella mia vita di cinefilo ho amato ed apprezzato opere straordinarie come "Il posto delle fragole" ,"Rashomon" grazie alle bellissime voci italiane ,adattamenti ben fatti che nulla tolgono alla grandezza e intensita' di questi film; e' difficile poter apprezzare film in svedese o giapponese con i sottotitoli,magari in dvd e' un'operazione praticabile ma al cinema rischiosa. Capisco lo sfogo di montelaura sulla traduzione del libro citato ma ci sono esempi opposti.sto leggendo dei bellissimi romanzi di autori del nord europa(Indridason,Nesser,Fossum) resi magistralmente dove non si tradisce per nulla il senso dell'opera originale.

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  • 21 ottobre 2009, 17:57 di jonas

    Ecco, appunto, in un caso come quella scena dei fratelli Marx, cosa avrebbero potuto migliorare i sottotitoli? Avrebbero comunque dovuto cercare un gioco di parole italiano per sostituire quello inglese. Il problema è che fraintendimenti e forzature nascono in fase di traduzione: doppiaggio e sottotitoli sono solo due modi diversi per presentare al pubblico una traduzione.

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  • 21 ottobre 2009, 19:14 di maldoror

    Scusate non ho letto tutto, quindi non so se ripeterò cose già dette, ma tra gli scempi creati dal doppiaggio italiano citerei anche quello di Solaris (Tarkovskij), curato dalla Maraini, che nel tentativo di fare una cosa innovativa "alla Pasolini" ha utilizzato doppiatori non professionisti, col risultato che la dizione imperfetta e l'inflessione grezza contrastano coi dialoghi filosofici e poetici creando così un effetto ridicolo e stonante rispetto al film, che non si prestava a mio avviso a questo tipo di operazione, più adatta invece a un'opera come Trash, di Morrissey. Poi sottoscrivo totalmente quanto dice FABIO sul doppiaggio (SCANDALOSO) del film dei Monty Python a cura del bagaglino, che non non capendo un cazzo dello humour del sestetto inglese ha sostituito i dialoghi originali con battute da avanspettacolo di quart'ordine, degne per l'appunto della compagnia di Pingitore. Nonostante tutto però, non bisogna neanche trascurare il fatto che nella maggior parte dei casi, il nostro doppiaggio abbia fatto dei miracoli migliorando invece parecchie pellicole, essendo probabilmente la nostra la migliore scuola di doppiatori a livello internazionele (in particolar modo l'eccezionale Gruppo trenta, che invece è stato l'unico in grado di "tradurre" in maniera impeccabile e fedelissima lo humour dei Python con Brian di Nazareth e Il senso della vita, tra le altre cose).

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  • 22 ottobre 2009, 01:24 di montelaura

    @ chilex: fortunatamente, stupidaggini come quella che ho citato io, nel mondo della letteratura sono davvero rarissime, e quindi condivido ciò che dici tu in proposito. Ad esempio, in una nota iniziale ai libri di Anne Holt, svedese, il traduttore spiega che in Svezia non esiste la forma del "lei" e che si danno tutti del tu, anche tra sconosciuti quando s'incontrano per la prima volta, e che il "lei" viene dato soltanto in casi eccezionali (tipo ad autorità eminenti) oppure quando si vuol prendere palesemente le distanze da qualcuno. Questo l'ho gradito moltissimo: leggendo il libro, mi pareva al contempo strano e affascinante questo modo colloquiale di confrontarsi, e contemporaneamente ho apprezzato il fatto d'imparare qualcosa di nuovo su una cultura che non conosco bene. E ancora: il problema delle parlate slang o colloquiali le hanno affrontate un sacco di traduttori (pensiamo ad esempio a "Cime tempestose" con le parlate della cornovaglia dei vari servitori, o alle belle e divertenti traduzioni che sn state fatte dei libri della francese Fred Vargas, ambientati quasi tutti a Parigi e alcuni nella Bretagna più profonda; un discorso a parte, ahimè, per "Il giovane Holden" di Salinger, che in italiano è praticamente un altro libro rispetto a "The catcher in the rye" già fin dal titolo....) ma quasi sempre con risultati felici. Per questo ho trovato ancora più assurda la scelta del dialetto abruzzese per tradurre quello di Terranova... *_* Con questo, scusate, chiudo la parentesi letteraria....

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  • 22 ottobre 2009, 10:57 di taty

    Fantastica citazione, Fabio! Che mitico film. Negli extra del dvd (non ricordo se di questo o di Mezzogiorno e1/2 di fuoco) c'è un commento che dice che a contribuire al successo italiano del film fu proprio il doppiaggio. E che dire, ad esempio, dei mitici doppiatori della serie "George e Mildred"? Devo solo dire che ultimamente "nuovi doppiatori pessimi saltarono fuori"!! O sarò io che non riesco più a fare a meno di vedere un film in originale?

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  • 22 ottobre 2009, 11:14 di taty

    PS mi fa ridere pensare a certi lavori (film e serie) dei decenni scorsi, in cui "Silicon Valley" veniva tradotta "La Valle del Silicone", mentre in inglese Silicon significa Silicio! (Silicone si scrive invece proprio Silicone in inglese). Forse al giorno d'oggi ci si documenta di più. Invece mi ha stupito apprendere che l'originale strambo accento della coppia Stanlio e Ollio fu dovuto all'impossibilità di allora di fare il doppiaggio, per cui l'unico modo di esportare il prodotto per l'estero fu di fare recitare Laurel and Oliver in italiano, col divertente risultato che conosciamo!

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  • 22 ottobre 2009, 11:31 di FABIO1971

    Grazie a tutti per gli interventi ed i complimenti... Un'unica precisazione a jonas: concordo con te, quella battuta da "I fratelli marx al college" è, ovviamente, intraducibile, ma sia che venga doppiata o che venga sottotitolata... Però è lo stesso discorso valido, ad esempio, (faccio il primo paragone che mi viene in mente) per i film di Totò per l'estero... Solo che all'estero, salvo rari casi (anch'essi eclatanti), di norma li lasciano in originale... Come già detto, la qualità (e, quindi, la competenza) va ricercata nella traduzione che viene effettuata, sia che riguardi il doppiaggio, sia che riguardi i sottotitoli... Un saluto!

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  • 13 novembre 2009, 10:34 di sfrisolo

    Sarò provinciale ma io preferisco vedermi i film doppiati. Certo mi rendo conto che vendo un'oprea diversa rispetto all'originale. In ogni cso se vedessi l'originale direi che non capirei di più ma di meno perchè in ogni csao mi sfuggirebbero le impolicazioni culurali dei significati letterali. Tradurre è tradire. Comuque il peso specifico della traduzione di "Guerra e Pace" e di "Frankenstein Junior" è un po' divero perchè si spera che il film comunichi più con l'immagine che con la parola. Qunidi preferisco perdermi le parole piuttosto che le immagini. Comunque complimenti per le tue playliste e per i tuoi commenti ai film.

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  • 13 novembre 2009, 10:48 di FABIO1971

    Grazie dei complimenti: è un discorso complesso, sicuramente l'abitudine, come già detto, potrebbe rivestire un ruolo fondamentale nel modificare modalità e metodi della fruizione cinematografica. Un saluto!

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  • 23 gennaio 2010, 12:53 di kirkdetective

    Davvero un' ottima playlist Fabio, complimenti. Non sapevo del collegamento fra doppiaggio, Italia fascista e Germania nazista, un'operazione, certo, da ritenersi naturale e congeniale alla loro ideologia e alla loro sciagurata politica culturale (e non solo ovviamente). In effetti, una cosa di cui mi rendo conto in misura sempre maggiore è che, tramite il doppiaggio, fra le altre cose, si può operare e spesso si opera una vera e propria censura, tramite modifiche, cambiamenti arbitrari di senso e tono ai dialoghi e/o alle voci, omissioni o addirittura aggiunte assurde. Tutto questo poi può accadere anche per pura stupidità, incapacità o presunte necessità di adattare la "versione originale" alla traduzione in italiano. Un cordiale saluto.

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  • 25 gennaio 2010, 08:24 di FABIO1971

    Grazie a te dei complimenti!!!

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  • 30 gennaio 2010, 11:33 di dedo

    Tutte le argomentazioni sono più che apprezzabili, ma per cogliere sfumature in alcune parole in lingua straniera bisogna essere di lingua madre per tale lingua ed estremamente raro che questa condizione si verifichi (francese, tedesco, inglese, americano, giapponese, svedese, mandarino, svaili etc). L’uso dei sottotitoli, a parte che non danno una versione intera del dialogo sono proiettati per così breve tempo che non si riesce a leggere tutto e, soprattutto, non si vede il film. Quindi l’unica possibilità è creare un sito in TV o una sala in cui i film possano accontentare i palati più esigenti. Purtroppo da almeno 10 anni il comparto doppiatori è peggiorato di qualità, non è più quello che era considerato uno dei migliori al mondo. Questa eventualmente è una strada da battere e cercare di migliorare

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  • 1 febbraio 2010, 10:53 di FABIO1971

    Concordo in parte, dedo, specie se si analizza l'ampio e complesso discorso dal punto di vista dell'abitudine: anch'io sono cresciuto vedendo i film doppiati, ma appena ne ho avuto la possibilità ho iniziato a distinguere le visioni cinematografiche, concedendo quasi sempre (seppur con i doverosi e numerosi distinguo) alla versione originale sottotitolata un posto preminente. Purtroppo, e qui sono più che d'accordo con il tuo intervento, l'evoluzione in negativo del doppiaggio e, soprattutto, delle traduzioni delle versioni italiane ha raggiunto, in termini di qualità, paurosi livelli di guardia. Un saluto!

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