Akira Kurosawa by Aldo Tassone
Doverosi gli omaggi a questo grandissimo artista nel centenario della sua nascita (mi fa piacere che Google abbia inserito l'immagine di Kurosawa nella schermata con cui si iniziano le ricerche). Ottima la playlist di yume apparsa sul sito; per differenziare il mio omaggio, intendo ricordare il maestro giapponese attraverso le parole di Aldo Tassone, il maggiore esegeta italiano del regista, che ha scritto una stupenda monografia che dovrebbe assolutamente essere letta da tutti gli appassionati del regista, e che ha dato uno dei contributi critici in assoluto più rilevanti su questo grande autore.
"Che cosa colpisce maggiormente nell'opera di questo cineasta universale? La stupefacente padronanza tecnica, la ricchezza e la varietà dell'ispirazione, il potente dinamismo del montaggio, la profondità dell'indagine psicologica, la bellezza plastica delle immagini, l'umanità dei personaggi... Questo insieme di qualità così rare gli riserva un posto di primissimo piano tra i classici contemporanei. A differenza di altri maestri del cinema giapponese, non si è mai specializzato in un genere. Questa continua ricerca non ha mancato di preoccupare i critici del suo Paese: all'uscita di Non rimpiango la mia giovinezza (1946) alcuni critici giapponesi consigliavano di ritornare allo stile degli inizi. Per nostra fortuna, Kurosawa non ha ascoltato quei consigli: con L'angelo ubriaco, Cane randagio, Rashomon, Vivere, L'idiota, regalava al cinema giapponese alcune delle opere più stimolanti del dopoguerra.
Dopo la bella prova di L'angelo ubriaco, prima messa a fuoco del suo mondo espressivo, Kurosawa non si riposa sugli allori, continua a sperimentare generi e stili diversi; dal giallo etico-sociale (Cane randagio) al melodramma (Il duello silenzioso), dal film di denuncia (Scandalo, Testimonianza di un essere vivente) al racconto morale in costume (Rashomon). Agli inizi degli anni Cinquanta, nella scia del prediletto Dostoevskij- un maestro di umanità e di ricerca nel profondo- l'autore di Rashomon si orienta verso l'indagine etica e il dramma esistenziale: nei capolavori di quegli anni (L'idiota, Vivere, I sette samurai, I bassifondi, Il castello della ragnatela) il clima sociale è sempre presente ma vengono in primo piano i conflitti interni dei personaggi, il loro destino individuale. Superati gli "schematismi" dei suoi primi film- l'eroismo un pò ingenuo del campione di judo Sugata Sanshiro, delle stakanoviste di Lo spirito più elevato- Kurosawa riesce a conferire ai suoi personaggi una complessità umana ignota fino a quel momento nel cinema giapponese (a parte Mizoguchi). Insieme all'approfondimento psicologico dei personaggi cresce anche la varietà: nell'Angelo ubriaco i protagonisti sono due, ne L'idiota quattro, in Vivere, I sette samurai, I bassifondi i protagonisti diventano un coro. Allo stesso tempo si ampliano le strutture narrative: dal 1950 l'autore si orienta verso un tipo di racconto caratterizzato da ampie sequenze, come nel romanzo classico: le quattro confessioni di Rashomon, la festa per l'anniversario di Ayako- Nastasia in L'idiota, i grandi episodi da poema epico dei Sette samurai. In Vivere, uno dei suoi film più compositi, Kurosawa sperimenta con successo il flashback e il flashforward: forse per la prima volta nella storia del cinema assistiamo a una serie di flashback inseriti in un vertiginoso flashforward (l'ultimo terzo del film, la veglia funebre)...
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Rashômon (1950) “Emulo dei grandi del passato, l'autore si concentra qui sulla ricerca della bellezza assoluta e sul dinamismo delle immagini. Si pensi alla prodigiosa varietà di inquadrature nell'evocazione dei vari duelli, presentati ogni volta secondo l'ottica soggettiva del narratore di turno; alla stupefacente sinfonia di carrelli che accompagnano il boscaiolo nel suo viaggio iniziale nella foresta-labirinto, misterioso luogo dell'inconscio dove i protagonisti si perdono e rivelano i loro impulsi più inconfessati. (...) Le preziose variazioni sul Bolero raveliano composte da Hayasaka contribuiscono a creare quell'atmosfera di sogno in cui bagna l'intero film. (...) All'eccellente risultato complessivo concorre anche la virtuosità degli interpreti: Toshiro Mifune, un bandito spavaldo e brutale, e Machiko Kyo, insuperabile nel restituire la doppia natura della sposina impassibile e frustrata, sono diventati "il" seduttore e "la" violata per antonomasia del cinema".
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L'idiota (1951) "Tra Rashomon e L'idiota c'è un salto di complessità analogo a quello tra Delitto e castigo e L'idiota. Trasporre in immagini questa sterminata "storia di un altro mondo" scritta da un mistico russo del secondo ottocento era una scommessa per chiunque, tanto più per un giapponese; Kurosawa ha superato ogni aspettativa. Il miglior apprezzamento su questo palpitante capolavoro lo fornisce un grande mistico e cineasta russo, Andrei Tarkovskij: "Adoro Dostoevskij, ma come filmare L'idiota dopo Kurosawa?" Se Rashomon rappresentava un punto di arrivo, L'idiota è un punto di partenza: questo melodramma moderno straordinariamente ricco e complesso anticipa gli altri grandi film della condizione umana (Vivere, I sette samurai) e introduce nel cinema giapponese quella profondità e complessità di ispirazione che gli mancava"
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Vivere (1952) "Avventura interiore di un uomo comune che lotta contro la morte e il fallimento della propria esistenza, ritratto sarcastico di una categoria sociale (la burocrazia), Vivere ci sorprende per la varietà e la profondità dei temi affrontati, l'audacia della struttura narrativa, la sconvolgente carica emotiva che lo collocano accanto ai film-bilancio più celebrati della storia del cinema (L'ultima risata, Citizen Kane, Umberto D, Il posto delle fragole). Lirismo e satira, grazia e crudeltà (la visita medica, la via crucis burocratica di Watanabe), realismo, onirismo (i flashback) ed espressionismo (il viaggio notturno nei quartieri di piacere di Tokyo) si fondono in una sintesi prodigiosa. Uno dei miracoli di questo "Citizen Watanabe" è che riesce a trattare della malattia senza deprimerci, comunicandoci una forsennata voglia di vivere".
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I sette samurai (1954) "Le qualità visive e ritmiche ammirate in Rashomon si trovano qui per così dire decuplicate sullo "schermo gigante" del grande affresco corale. Rimaniamo sbalorditi davanti alla ricchezza davvero ariostesca degli episodi, dei personaggi, dei toni e dei registri narrativi. Definirlo il capolavoro epico di Kurosawa è troppo poco: nell'edizione integrale I sette samurai ha la semplicità e la vitalità dei migliori film di Ford, il vigore ritmico e lo splendore visivo del Nevski e dell'Ivan eisensteiniani, senza la retorica e il manicheismo del maestro sovietico che avrebbe qualcosa da imparare dall'umanità, dalla naturalezza, dall'ironia di Kurosawa (...) Non meraviglia che quest'opera monumentale- un francese l'ha definita l'Iliade e Guerra e pace del mondo contadino- sia diventata il più grande successo del cinema giapponese nel mondo e che abbia tanto impressionato i registi americani".
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Dersu Uzala, il piccolo uomo delle grandi pianure (1975) “Splendido film d'avventura e di iniziazione, poema ecologico di un'originalità senza precedenti, Dersu Uzala ci racconta anche una delle più belle storie d'amicizia: la prima straziante separazione tra Dersu e Arseniev a metà film, il casuale trepidante incontro nella taiga cinque anni dopo sono un inno travolgente alla solidarietà umana. Dersu Uzala è davvero il testamento struggente di un gran vecchio, di un poeta del cinema, come ci dicevano i fratelli Taviani. Il viaggio tra le lande della Siberia ha fatto bene a Kurosawa: l'incontro con un personaggio congeniale e un paesaggio sconfinato ha stimolato la sua immaginazione, gli ha consentito di superare il punto morto in cui si trovava dopo l'insuccesso di Dodeskaden”.
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Kagemusha - L'ombra del guerriero (1980) “Tecnicamente perfetto, visualmente straricco (la ricerca sul colore offre dei risultati cromatici prodigiosi), Kagemusha è un film riuscito a tre quarti: brillantissimo nelle sequenze epiche, il film ha un commento musicale troppo melodrammatico, e nei personaggi- a partire dal kagemusha, il cui dramma interiore è visto troppo dall'esterno- difetta quella tumultuosa ricchezza di umori e di umanità, quell'interiorità sofferta che ci affascinavano nei Sette samurai e nell'infernale coppia di Il castello della ragnatela. Tatsuya Nakadai è bravo, ma per fare del kagemusha un personaggio seducente come Kikuchiyo (il settimo samurai) occorreva forse un Mifune più giovane. Si avverte qua e là che il kagemusha è poco più di un pretesto per entrare nel grande secolo; Kurosawa era affascinato soprattutto dalla figura mitica di Singen Takeda che nel film però scompare troppo presto”.
- Ran (1985) La prima lunga sequenza (la divisione del feudo tra i figli al termine della caccia) è forse un pò didattica e statica, e il personaggio del fool Kyoami, confidato a un noto omosessuale, non è del tutto convincente; ma nel complesso Ran rappresenta un progresso rispetto a Kagemusha, ne possiede tutte le qualità senza averne i limiti. Dato fondo in Kagemusha al suo furore barocco e al suo profondo amore per il "grande secolo" Kurosawa ritrova in Ran l'interiorità tragica, l'incisività, la compattezza strutturale del suo primo film shakespeariano (Il castello della ragnatela) di cui Ran sembra una suite ideale, a colori. La discesa agli inferi di Hidetora, il machiavellismo di Jiro, la diabolica sete di vendetta di Kaede, la follia collettiva della guerra sono evocati con una potenza espressiva, una crudeltà, una forza visionaria eccezionali".
Commenti
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23 marzo 2010, 18:38 di Peppe Comune
Bella e doverosa dedica a uno dei pilastri della settima arte. La sua filmografia è un continuo omaggio alla bellezza dell'arte e all'arte come espressione suprema della bellezza. Tra i film non indicati, e giusto per ricordarne qualche altro, prediligo particolarmente "Trono di sangue" e "La fortezza nascosta". Saluti e a presto.
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23 marzo 2010, 19:31 di Inside man
Splendida play Steno! Gli estratti della dissertazione di Tassone inserita in questo contesto "giovane e aperto" penso siano un prezioso contributo ad una più ampia e piena valorizzazione di un indiscusso maestro del cinema. Un saluto.
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24 marzo 2010, 14:56 di AIDES
I film giapponesi sono un vero patrimonio, personalmente preferisco Mizoguchi e Ozu a Kurosawa, ma quest'ultimo rimane per alcuni aspetti una sorta di capofila del cinema nipponico, di cui Rashomon e Ran mi sembrano tra i risultati più notevoli. Solo, non condivido quel tipo di paragone di Tassone ad Ejsenstejn: come si fa a parlare di retorica del maestro sovietico? Per me Ejsenstejn non è un regista. E' un rivoluzionario (teorico, cinematografico, teatrale, politico), in un paese rivoluzionario ma distrutto. Non credo sia esatto chiedergli umanità e ironia, il suo compito era quello di scolpire un'arte rivoluzionaria (e non in senso manicheo, ma in senso sia estetico che popolare). E lo ha fatto forse non con naturalezza, ma con i muscoli dello spirito russo. Ciao
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